lunedì, 12 maggio 2008
 

Come un lungo dito teso il Kutuzovsky Prospekt si slancia lungo l'asse sudovest-nordest dai sobborghi di lusso in cui abita l'elite della nuova Russia fino al centro di Mosca, dove hanno sede i luoghi consacrati del potere: il Cremlino, il palazzo della Lubjanka (già sede del KGB e ora dei nuovi servizi segreti), la sede della Duma, gli undici grattacieli di Moscow City. Due volte al giorno, mattina e sera, la polizia paralizza questa corrente di lamiere strepitanti e puzzolenti: il corteo di Putin sfreccia a centosessanta all'ora. I moscoviti si fanno da parte e osservano il passaggio dell'uomo che volle farsi zar diretto verso il cuore della metropoli che egli stesso ha rimodellato così come ha ridato forma al paese: una città nuova di cui le star dell'architettura mondiale stanno rivoluzionando l'urbanistica, e che appare naturale ribattezzare Putingrad, poiché i padroni della Russia hanno sempre amato intestarsi le città. Prende le mosse da qui l'ottimo libro di Leonardo Coen intitolato appunto Putingrad: la Mosca di zar Vladimir (Alet, 14 euro), e senza preamboli ci tuffa nel cuore di una metropoli di dieci milioni di abitanti che è il luogo in cui si esprime materialmente l'architettura ideologica e di potere creata dal "leader nazionale": un incontro degli opposti che coniuga senza imbarazzo liberalismo e centralismo dirigista, richiami alla democrazia e nazionalismo zarista, passato sovietico e chiesa ortodossa. A Putingrad i mutamenti si succedono a velocità vertiginosa. Sotto la superficie scintillante delle boutique degli stilisti, dei centri commerciali, dei ristoranti e dei locali alla moda, la città degli oligarchi arricchitisi con le privatizzazioni post URSS non esiste più, seppellita insieme al potere di Michail Chodorkovslij, il magnate della Yukos che osò sostenere l'opposizione e ora si ritrova in Siberia. Il "leader nazionale" ha rinazionalizzato le industrie chiave. Oggi il Cremlino controlla i grandi gruppi che forniscono il 35% del PIL russo, circa 400 miliardi di dollari all'anno. Si tratta delle industrie legate alle materie prime di cui il mondo è affamato: petrolio, gas, nichel, minerali non ferrosi. Un fiume di denaro. Putingrad è la capitale di questo arricchimento amministrato, diretto nelle tasche degli amici di Putin, perlopiù provenienti dalle file dei "siloviki", gli uomini delle cosiddette "istituzioni della forza", il ministero degli interni, i servizi segreti, le forze armate. Si tratta di trasformazioni che generalmente la stampa occidentale non coglie. Ma a chi – come Leonardo Coen - sappia osservare, a chi sappia leggere, a chi sappia pazientemente ascoltare i discorsi della gente e leggere i pochi giornali che riescano ancora a mantenere un minimo di indipendenza dal Cremlino, questi ricorsi non sfuggono. Come sottolinea Coen, nella nuova Russia dirigistica, statalista e imperiale, la burocrazia necessaria al controllo della nuova economia centralizzata supera ormai la consistenza numerica di quella degli ultimi anni dell'URSS. E il deficit di legittimità democratica è sempre crescente. Accade così che chi vuol presentarsi alle elezioni presidenziali contro il candidato di Putin e del suo partito Russia Unita, come l'ex campione di scacchi Gasparov, venga scoraggiato a colpi di molestie burocratiche, arrestato con l'accusa di "attività estremistica", un reato dai confini ogni giorno più labili che sempre più ricorda il famigerato "attività antirivoluzionarie", messo alla gogna sui giornali controllati dal potere. Ma non mancano lati ancora più oscuri: dal 2000 a oggi sono stati assassinati a Mosca 14 giornalisti, tra cui Anna Politkovskaia. Il caso Aleksandr Litvinenko, poi, incombe nella memoria: è l'incubo di un ritorno ai metodi del vecchio KGB, in cui Putin fece carriera fino al grado di tenente colonnello. Chi ricorda lo scrittore dissidente bulgaro Sergej Markov, colpito a Londra il 7 settembre 1978 con la punta avvelenata di un ombrello e morto dopo quattro giorni di agonia? I sondaggi dimostrano che un buon quarto dei russi ritiene i servizi segreti implicati nel caso Litvinenko. Il problema è che la maggioranza di quel 25% non si scandalizza più di tanto.
Perché, in cambio della democrazia svuotata, della stampa e del parlamento asserviti al Cremlino, Putin offre alla massa dei russi modesti ma costanti miglioramenti degli standard di vita, il ristabilimento del ruolo del paese nel mondo e soprattutto la stabilità. E la stabilità, in un paese cresciuto per settant'anni a piani quinquennali, significa molto. I problemi che il russo medio – quello che non viaggia sui SUV nuovi di zecca che ingorgano il Kutuzovskij Prospekt ma sotto la superficie scintillante della nuova Mosca, in metropolitana – sono enormi. Il 25% delle famiglie ha un reddito al di sotto del limite minimo di sussistenza, il 50% dei matrimoni termina in un divorzio. I bambini maltrattati, abbandonati, uccisi, sono migliaia. Il paese sta attraversando da anni una fase di impressionante declino demografico.
A ogni livello riaffiorano antiche coazioni a ripetere. La scuola ne è un chiaro sintomo. L'ora di istruzione militare – un classico dell'URSS – è ridiventata obbligatoria, nella speranza di preparare i giovani a un servizio di leva percepito ormai come un'imposizione odiosa. Putin, inoltre, ha supervisionato di persona la stesura dei testi di storia imposti dal ministero a tutte le scuole. E naturalmente, la sua figura assume le proporzioni di un nuovo Pietro il Grande. Ma molto più inquietanti risultano i capitoli sul passato sovietico. In un'ottica condizionata dalla paranoica sindrome dell'accerchiamento secondo la quale "l'occidente" intende accusare la Russia di tutti i mali del mondo, i crimini dell'URSS sono spazzati via con un tratto di penna, e persino Stalin riassume un ruolo positivo: "Con la morte di Stalin" vi si legge "nella storia dell'Unione Sovietica si conclude l'epoca di un'avanzata impetuosa verso le cime delle conquiste economiche e sociali." Chruschev, che per primo denunciò i crimini del dittatore georgiano, vi è trattato molto peggio: è messo in ridicolo per le sue origini contadine e le sue gaffes, e nessuno dei suoi errori in campo politico ed economico gli è perdonato.
Le speranze che questa nuova Russia possa riprendere ad evolversi in senso democratico non sono davvero molte, e appaiono oggi legate soprattutto all'esito dello scontro interno all'elite putiniana tra "siloviki" e modernizzatori, cui più che la riaffermazione del potere imperiale interessa la modernizzazione produttiva e istituzionale del paese. La cooptazione alla presidenza di Dmitri Medvedev, consacrata da elezioni che gli osservatori internazionali hanno definito "una farsa" rappresenta più il risultato di una mediazione tra i due gruppi che una garanzia per le libertà individuali. E il futuro democratico di questo paese in cui il passato sovietico e zarista sembra avere la forza di reincarnarsi all'infinito in forme nuove, è ancora una volta rimandato a data da destinarsi.
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sabato, 10 maggio 2008

(Palazzo Nuovo o la Striscia di Gaza? A Gaza hanno costruito una Mole Antonelliana?Possibile?)

Erri De Luca, scrittore, alpinista della domenica, rughe da vecchio saggio, una certa familiarità con le Sacre Scritture sfociata in traduzioni dall'ebraico, una prosa che ad ogni riga risuona di sentenze e di significati sapienziali tanto da spingere Vittorio Giacopini a paragonarlo, qualche anno fa, a uno sciamano parcheggiato in un bar; Erri De Luca, bontà sua, ha scelto di non appoggiare il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino. Però su certe cose il Vate dei formidabili anni di Lotta Continua non transige, e a proposito delle bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi (e presumibilmente di quelle in procinto di essere date alle fiamme nella manifestazione indetta sabato pomeriggio nel centro città) dichiara alla Stampa che si tratta solo di semplici pezzi di stoffa. Allo sciamano da bar, al grande saggio, quando fa comodo, va bene anche il livello letterale. Secondo lui, quando si tratta di Israele dei simboli possiamo fregarcene allegramente. Cosa volete che significhi la bandiera con la stella di David? Dopo sei milioni di morti, gli ebrei fondano uno stato la cui stessa esistenza, simboleggiata proprio da quel pezzo di stoffa bianco e blu, ha ancora oggi il significato di un MAI PIU' gridato in faccia al mondo, ai vecchi e nuovi architetti di olocausti, all'Europa che condanna chi si difende e straripa di simpatia per gli assassini, al mondo arabo intossicato dall'odio. Dopo quattro guerre per la sopravvivenza contro forze soverchianti, innumerevoli vittime degli attacchi terroristici e tanti caduti nella lotta quotidiana contro gli innamorati islamici della morte, Israele è ancora lì, resiste, sopravvive. La bandiera con la stella di David rappresenta proprio il miracolo di quella sopravvivenza, oltre alla garanzia per tutto un popolo che il suo passato di persecuzioni non potrà ripetersi. Darla alle fiamme è, per sua natura, un gesto simbolico. Devono averlo intuito pure i somari con la kefiah che una manifestazione dopo l'altra ripetono lo stesso rituale, che non varrebbe la pena sciupare costosissima benzina per dar fuoco a un banale pezzo di stoffa. L'unico a non capirlo, pare, è il  vecchio saggio De Luca.
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martedì, 22 aprile 2008

Obiezione in aumento. Si fa sempre più numeroso fra i medici il fronte del no all'aborto. Nel 2007 i ginecologi obiettori in Italia hanno raggiunto quasi il 70%, contro il 58,7% del 2003, mentre gli anestesisti sono passati dal 45,7% del 2003 al 50,4% del 2007 e il personale non medico dal 38,6% al 42,6%. Secondo i dati comunicati dalle Regioni, nel Sud la crescita è maggiore, e in alcune Regioni addirittura i dati raddoppiano. In Campania l'obiezione per i ginecologi è salita dal 44,1% all'83%, per gli anestesisti dal 40,4% al 73,7%, per il personale non medico dal 50% al 74%. Tendenza simile anche in Sicilia, dove i ginecologi obiettori sono passati dal 44,1% all'84,2%, gli anestesisti dal 43,2% al 76,4% e il personale non medico dal 41,1% al 84,3%. Non mancano alcune regioni del Nord, come il Veneto, in cui l'obiezione è superiore al dato nazionale: qui i ginecologi che non effettuano interruzioni di gravidanza sono il 79,1%, gli anestesisti il 49,7% e il personale non medico il 56,8%. (Fonte Repubblica)
Come si svuota di contenuto una legge: a poco a poco e senza clamore. Alla luce di queste statistiche sull'obiezione di coscienza tra il personale medico fornite dal min. Livia Turco si chiarisce anche perché il Vaticano ha deciso di lasciare sostanzialmente solo Giuliano Ferrara nella sua battaglia politico/culturale sull'aborto: perché non c'era bisogno di nessuna campagna di sensibilizzazione e di nessun mutamento di prospettiva culturale. Quelle sono cose da dilettanti. I professionisti sono quelli che ti rendono le cose impossibili rosicchiando anno dopo anno qualche punto percentuale finché, zitti zitti, un bel giorno rimarranno soltanto loro, i santi obiettori.

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venerdì, 18 aprile 2008

Alla conferenza stampa congiunta Berlusconi-Putin una giornalista fa una domanda sgradita allo Zar, e quando questo la guarda storto la povera donna scoppia in lacrime: qualcosa vorra pur dire, no? Sulla Russia putiniana vi segnalo il reportage di Leonardo Coen, inviato di Rep. Ottimo libro, ottimo giornalista. Ce ne fossero. Silvio Berlusconi è sempre il solito gaffeur: in Russia il porre domande indiscrete a Vlad il Grande è diventato la principale causa di morte tra i giornalisti e lui che fa? il gesto del mitra.

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venerdì, 18 aprile 2008
Oggi I compagni del fuoco su IBS è scontato del 25, dico 25%.
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venerdì, 18 aprile 2008
Blogdegradabile parla di un libro di cui si vorrebbe parlare qui ma di cui ancora non si parla perché se ne vorrebbe parlare a ragion veduta avendolo letto e invece non lo si è letto e quindi non s'è veduta manco la ragione.
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giovedì, 17 aprile 2008
Prima che il diavolo sappia che sei morto. Sembra una gabbia di belve hobbesiane, l’ultimo film di Sidney Lumet. Gli uomini sono lupi affamati di dollari azzannati da altri lupi, sono bestie in fuga dalle mogli vipere, schizzaveleno e succhiasoldi, e da figlie già evidentemente indirizzate al materno destino di stronzaggine tignosa. Insomma, non c’è da stare allegri. Nella metropoli la merda si accumula alla velocità della luce e per riuscire a metter fuori il naso e riprendere fiato non c’è che un modo: trovare altri soldi. Così Andy (Philip Seymour Hoffman), immobiliarista cocainomane ed eroinomane nonché gravato sul piano professionale da irregolarità contabili sul punto di venire scoperte decide di coinvolgere il fratello minore Hank (Ethan Hawke) in una rapina ai danni della gioielleria… e questo punto non vi dico più niente, se non che il film si avviterà in una spirale tragica elisabettiana, dove il sangue chiamerà sangue e poi altro sangue ancora. E poi altre tre cose: primo, se vostra figlia vi dà del fallito perché non avete 130 dollari da darle per andare in gita con i compagni a vedere Il Re Leone (ma quanto cazzo costa il cinema a NYC?), non fate una rapina, datele una sberla, meglio due. Secondo, Marisa Tomei è davvero una gran gnocca. Terzo: io vado al cinema una volta l'anno, e quella volta mi ritrovo imbottigliato tra i tifosi di Juve-Parma che intasano le vie come munnezza napulitana. Il mio pensiero è di accelerare e stenderne uno. Ma subito ci ripenso, perché i giornalisti farebbero il titolo sul povero tifoso assassinato dall'automobilista ubriaco (mangiando la pizza ho bevuto una Ceres), e poi magari al funerale tutti giù ad applaudire la bara coperta dalla bandiera della sua squadra. Meglio frenare e aspettare che la folla tifosa defluisca per gli appositi canali.
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mercoledì, 16 aprile 2008

Ultraromanzo. Non che sia un brutto libro, La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, anzi. Il punto è che a leggerlo fa venire i brividi. E non tanto per la trama o per le caratteristiche dei personaggi (che pure sarebbero raggelanti a sufficienza) quanto per l’omologazione dello stile, modellato senza pietà sullo stampo del romanzo italiano inizio XXI secolo. Delle due l’una: o questo scrittore ventiseienne ha frequentato fin dalla più tenera età una scuola di scrittura creativa prussiana, introiettando il buon senso del ritmo medio, del lessico medio e delle pause opportune, nonché l’imperativo categorico di non richiedere al lettore più di quel poco che è disposto a offrire (e il problema è riuscire a capire quanto poco sia quel poco); oppure il testo è stato sottoposto a un editing di quelli pesanti, minuziosi, tenaci, quelli in cui il professionista editoriale lega lo scrittore alla sedia e con sistemi da cekista dei bei tempi lo costringe a rimangiarsi a una a una le eventuali deviazioni dalla norma, le descrizioni dove, si sa, il lettore si perde, qualche eventuale colpo di testa lessicale, un’analessi o una prolessi di troppo, che anche quelle, si sa stancano il lettore, che fatica, soprattutto su un romanzo italiano, non ne vuole fare neanche un po’. Intendiamoci, sono entrambe ipotesi. Magari a Paolo Giordano viene spontaneo scrivere così. Però il risultato, dicevo, è un testo che sorprende per la maniacale ripetitività degli schemi stilistici. A parte poche eccezioni, la lunghezza dei capitoli è costante e calibrata alla perfezione sul gusto del lettore medio, che non vuole essere trascinato per troppe pagine per poi, magari, dover lasciare il segnalibro a metà di un dialogo. Le frasi sono semplici e brevi, ma non abbastanza brevi perché il testo risulti caratterizzato da uno stile spezzato. Queste frasi/periodi compongono paragrafi di lunghezza costante e in una alta percentuale di casi l’ultima frase del paragrafo contiene un paragone. Il lessico presenta un livello eccezionale di omogeneità, e rimane sempre all’interno (bene all’interno) della lingua romanzesca media italiana, senza spinte né verso il parlato né verso il letterario. L’uso di metafore è ridotto allo stretto necessario, e sempre confinato nell’ambito del prevedibile. Il risultato è senza sbavature. Liscio, levigato, perfetto. Ecco a voi il romanzo-tipo, il romanzo italiano ideale secondo gli editor della Mondadori. Le vendite, molto buone, mi costringono ad ammettere che hanno ragione loro. Rimane, dicevo, il fatto che a leggerlo ,questo romanzo italiano senza sbavature, ti senti scendere un brivido lungo la schiena. Dopo averlo richiuso e posato sullo scaffale, sono rimasto lì a domandarmi quali termini di paragone potessi trovare per un libro del genere, così evidentemente prodotto, così scopertamente frutto di una ricetta ben sperimentata. E sapete cosa mi è venuto in mente? L’Invasione degli ultracorpi, il celeberrimo film di Don Siegel in cui i baccelloni extraterrestri riproducevano le fattezze degli esseri umani e li sostituivano con copie perfette, ma svuotate di ogni tratto della personalità originaria.
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sabato, 12 aprile 2008
Chi è il Vero Credente? In che contesto si forma e si trasforma, vive ed opera? E perché tanto spesso la nostra prima impressione lo accomuna all'altrettanto diffusa figura del Vero Idiota (quando, addirittura, i due non si trovino fusi in un solo individuo)? Ce ne parla Wellington su Kulturame recensendo "The True Believer" di Eric Hoffer.
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lunedì, 07 aprile 2008

Dàgli al ciccione! Li si vede abbastanza spesso, qui all'università, i  valorosi contestatori-lanciatori di pomodori a Ferrara: non vengono mai per affermare qualcosa, ma sono sempre in prima linea per zittire qualcuno, che sia un professore non troppo allineato o uno scrittore, o un tizio colpevole di avere una libreria che espone troppi "libri sul sionismo" o chi organizza una conferenza su un personaggio che a loro, bravi ragazzi e ragazze dei centri sociali, non garba (ultimo caso, una conferenza su Alain De Benoist). Sempre convinti che a chi non la pensa come loro si debba tappare la bocca con la forza del numero, della violenza e del rumore, sempre pronti a dare del fascista a destra e a manca quando a loro l'unica cosa che manca è l'olio di ricino, ché di spranghe e manganelli hanno lunga pratica. E' fin troppo chiaro tra l'altro - anche se non ha importanza: non è che se fossero insigniti dell'Ordine di Malthus cambierebbe qualcosa - che dell'aborto non gliene frega niente: tutto quello che vorrebbero è colpire, sprangare, pigliare a calci e a sputi Ferrara il servo del padrone, il guerrafondaio, Ferrara il giornalista presuntuoso e narcisista, Ferrara il ciccione. Di simili laici, democratici e antifascisti, francamente, ne abbiamo piene le scatole.

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giovedì, 03 aprile 2008

Uomini affascinanti dagli occhi di gatto #5

Il mattino dopo ci hanno slegati e portati fuori dalla stanzetta. Il caldo rimontava la china e il sole ci punzecchiava gli occhi senza pietà. Ho sentito la gioia dei muscoli liberati venire a galla in un sorriso involontario, incurante del futuro. Ho preso Anna per mano. Sandro e Lola sono scoppiati a piangere l’uno nelle braccia dell’altra. Lo zigomo di Jerry era gonfio come un melone.
Ci hanno lasciati camminare nello spiazzo tra le casupole di fango secco ed è stato come il primo passo sulla Luna, altrettanto esitante e pieno di incognite. La Luna, il Mare della Tranquillità. Sulla Luna è tutto un mare della tranquillità perché non c’è traccia di vita. I movimenti sembravano prolungarsi al rallentatore. Anna mi si stringeva addosso.
Povera Anna, voleva un viaggio che in qualche modo, con l’intimità prosaica del ritrovarsi la sera stanchi in camera d’albergo tra magliette sudate e calzini sporchi, desse una spinta alla nostra storia ancora fatta di appuntamenti, cene al ristorante, finale a letto e poi ognuno a casa sua – e ora eccoci qui, lei scarmigliata e disfatta io puzzolente di piscio, a passeggio nell’ora d’aria sotto gli occhi pazienti dei barbuti.
Quando ci hanno richiamati dentro, sembravamo bambini alla fine della ricreazione, timidi davanti a una maestra d’altri tempi. I barbuti però parevano soddisfatti e di buon umore. Scherzavano, parlavano a ruota libera e a voce alta tra loro e con Djamel. Hanno cominciato a sparare in aria – lunghe raffiche a una mano sola, con i fucili che si impennavano pericolosamente. Da una capanna è uscito uno più vecchio e disarmato che li ha ricoperti di insulti. Ne ha persino schiaffeggiati un paio. Poi anche lui si è rasserenato. Ha preso dal suo zaino la mia videocamera e ha mostrato a tutti la ripresa del bambino che mi minacciava passandosi l’indice sotto il mento. Sono scoppiati a ridere. Valla a capire, ‘sta gente.
Djamel aveva capito. Ci ha detto: non vi preoccupate, non è un rapimento.
Cos’è allora, Djamel, un invito a cena? Chiediglielo.
L’autista ha tradotto e il barbuto più vecchio ha allargato le braccia, sconsolato. Si erano mangiati tutte le nostre provviste per il viaggio al castello dell’emiro.
Ci hanno consegnato le nostre bottiglie di plastica da un litro e mezzo – le avevano riempite d’acqua fresca e abbiamo potuto bere fino a soffocarci.
Poi ci hanno incolonnati. Un guardiano davanti, uno dietro. Gli altri sui lati. Io ero il primo della fila.
Il barbuto che mi stava accanto mi ha sorriso con quel suo sguardo da gatto guerriero, si è frugato nelle tasche, mi ha teso un Bounty spiaccicato e con la mano mi ha fatto segno di muovermi.
 
Quando ti rilasciano dopo una marcia forzata e un viaggio tortuoso in macchina con una benda sugli occhi come si fa a dire che non ti hanno rapito? Eppure.
Non è un rapimento propriamente detto, ha ripetuto in inglese il funzionario di polizia. La smetta di preoccuparsi, torni in albergo, si faccia una doccia e si goda la vacanza, offre il ministero degli interni. Non vi hanno rapiti. Vi hanno sequestrati accidentalmente e momentaneamente.
Anna era in camera, dormiva con i tappi di gommapiuma nelle orecchie e l’aria condizionata al massimo. Gli altri avevano preso il primo aereo per la capitale.
Il funzionario mi ha offerto un the alla menta con cinque cucchiaini di zucchero e qualche dolcetto di pasta di mandorle, poi mi ha spiegato il senso degli avvenimenti.
Qui ci sono un sacco di armi e un sacco di qat, che può anche metterti di buon umore. E non ci sono proiettili a salve. Il fatto è che gli uomini, quando sono di buon umore, imbracciano il fucile e sparano in aria. I due che sono stati ammazzati erano fratelli. Tre settimane fa erano stati protagonisti di un incidente. Si erano messi a sparare a una festa di matrimonio, ha visto anche lei come fanno, bam-bam-bam-bam in aria, con una mano sola. A uno dei due è caduto il kalashnikov, l’altro si è chinato a raccoglierlo e l’ha pestato con un piede. E’ partita una raffica che ha ammazzato il padre della sposa, il vecchio al-Harazi. Questo al-Harazi era un personaggio influente e stimato. La sua famiglia non ha creduto alla tesi dell’incidente e appena hanno beccato i due fratelli fuori città gli hanno fatto la pelle. Una vendetta, ecco cos’era. Non un rapimento. Questa è la ricostruzione dei fatti. Lo scriva, sul suo giornale.
Il mio giornale. Il mio giornale avrebbe scritto: Alla scoperta dell’emirato. Tra rovine medievali e grandi alberghi stile Las Vegas. Uomini affascinanti dagli occhi di gatto e tramonti viola sulle dune. E poi: quello che ci ha colpito, a dispetto della loro relativa povertà materiale, è il sorriso della gente di qui.
E per ridere, ridevano. Uscito dal commissariato, ho camminato a caso per i vicoli che scendevano nel bollore del fondovalle. Ho respirato la polvere e il fumo delle auto scassate tenendomi rasente ai muri per sfruttare ogni millimetro d’ombra. Avevo la barba lunga, righe nere di sporcizia sulla faccia e sul collo, sentivo le gocce di sudore corrermi dalle ascelle ai gomiti. Puzzavo come una capra morta. Ho incontrato solo donne e bambini, e questi mi segnavano a dito - e sì, devo ammettere che ridevano tutti.
Mi sono ritrovato all’aeroporto. Non c’erano turisti né in arrivo né in partenza. L’unica pista asfaltata vibrava per il calore e il rumore. Un executive era pronto al decollo e nella scia arroventata dei motori al massimo tutto diventava liquido, si rimescolava, le colline rosse come campi da tennis perdevano i loro contorni e salivano verso il cielo.
Effetto morgana, aveva detto Anna.
Anna, lo sapevo, si sarebbe svegliata, si sarebbe spazzolata i capelli, avrebbe preso dal frigo bar una Perrier e i cubetti di ghiaccio – quindici gocce di Lexotan on the rocks - e mi avrebbe chiesto di continuare il viaggio, nonostante tutto, nonostante la paura, solo per stare con me. Al ritorno mi avrebbe presentato i genitori. Mi avrebbero invitato a cena e avrebbero insistito per l’ennesimo racconto della grande avventura della figlia. Gli avremmo mostrato le foto e le riprese, anche quella del bambino che si passa l’indice sotto il mento. Il barbuto anziano mi aveva restituito la telecamera.
Decisi di tornare in albergo, ma la salita non mi sembrò praticabile. Mi tremavano le gambe. Mi sedetti all’ombra di un hangar e mi accesi una sigaretta. Un meccanico in tuta arancione si affacciò tra le porte scorrevoli, scomparve e si ripresentò un minuto dopo con due aranciate. Le aprì con una chiave inglese e me ne porse una. Lo ringraziai. Mi si accosciò accanto, bilanciandosi sui due piedi, senza toccare terra col sedere. Gli diedi una sigaretta. Aveva lineamenti minuti e la pelle scurissima, gli occhi orientali color petrolio. Non aveva la solita guancia rigonfia. Era uno straniero anche lui, forse un indiano - stavo per chiederglielo quando il jet liberò i freni e scattò sulla pista.
Era affamato di velocità. Aveva una striscia azzurra lungo la fusoliera, e nel momento in cui ci superò sentimmo il rombo risalirci dallo stomaco lungo la spina dorsale.
Non ci abitua mai agli aerei, urlai al meccanico accanto a me. E’ come avere sempre dodici anni.
Lui annuì, ma con tutto quel casino e il mio inglese non so se aveva capito veramente.
Guardammo insieme il piccolo jet staccare le ruote dall’asfalto a fondo pista e trattenemmo il fiato mentre tutto il suo slancio si trasformava in altezza e la sagoma si assottigliava sfuggendo alla conca delle colline, rapida come un angelo ansioso di tornarsene a casa.
Poi, quando in cielo non ci fu più niente da vedere, tornammo a voltarci l’uno verso l’altro e facemmo un piccolo cin con le bottiglie d’aranciata. (fine)
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mercoledì, 02 aprile 2008

Uomini affascinanti dagli occhi  di gatto #4

Il viaggio in macchina sarà durato una mezz’ora, più o meno. Ci siamo fermati su uno spiazzo polveroso, una specie di area di sosta circondata da rocce grigie probabilmente piazzate lì dai bulldozer che avevano costruito la strada. Da dietro le rocce sono spuntati altri barbuti. Ci hanno fatto scendere e ci hanno legato le mani dietro la schiena. Guarda, ha detto Lola a suo marito, hanno gli occhi truccati.
Era vero. La riga nera dava a tutti un’aria felina e imprevedibile. Anche questi hanno riso guardando i piedi nudi della sposina. Lola gli ha indicato il suo zaino, poi i piedi. Mi vergognavo per lei. Uno dei barbuti nuovi ha aperto la cerniera inferiore, ha tirato fuori un paio di Reebok, gliele ha infilate e gliele ha allacciate. Nello zaino ha riposto le infradito del cazzo. Quelli che ci avevano catturati sono ripartiti sui fuoristrada ricoprendoci di polvere. I barbuti ci spingevano da tutte le parti.
Ci siamo ritrovati in fila indiana all’imbocco di un sentiero che scendeva dallo spiazzo in una gola tra le montagne e abbiamo capito che ci aspettava una camminata.
Non è stato affatto terribile, in realtà. Era tutta discesa. Ci siamo infilati in una valletta e a passo veloce l’abbiamo percorsa fino in fondo. C’era un villaggio di case di fango secco, delle capre e dei polli. Neanche un essere umano.
Ci hanno chiusi in una casupola buia, due stanzette col pavimento di terra; gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Scuotendo la testa, ci hanno lasciato bere tutta la nostra acqua. Doveva essere mezzogiorno passato: il calore saliva dal pavimento, premeva lungo i muri e dal tetto per entrare e toglierci la vita. Sentivo le gocce di sudore formarsi sulla nuca. Ho ripensato alla scopata con Anna nella camera d’albergo con l’aria condizionata, la tv satellitare e il frigo bar. Allora, non so come, mi è salita una nausea improvvisa, un’ondata di paura che non mi aspettavo più e mi ha preso di sorpresa. Mi sono girato verso l’angolo della stanza e ho vomitato la colazione. Sandro, seduto accanto a me, mi ha mollato un calcio debole e rabbioso e ha detto: cazzo fai, chissà quanto ci dobbiamo restare qui dentro. Appunto, gli ho risposto, se ti metti anche a rompere è finita.
Abbiamo passato il pomeriggio in quella stanza, seduti a terra con la schiena al muro. Tra noi non parlavamo per non fare incazzare il barbuto che montava la guardia sulla soglia. Jerry si lamentava a bassa voce per il dolore allo zigomo. A poco a poco sono sceso nel dormiveglia.
Il dormiveglia mi è sempre piaciuto. Si fanno i sogni più belli. Ho sognato che il barbuto di guardia era il mio parrucchiere Raff e mi faceva uno shampo massaggiandomi il cervello con le mani calde, poi mi tagliava i capelli e io li guardavo scendere sul pavimento, coprirlo interamente, una nevicata di capelli – e i capelli erano i pensieri che mi cadevano di dosso fino a lasciarmi pulito come fossi appena venuto al mondo, pronto per la morte.
Il barbuto era cambiato. Adesso ce n’era uno calvo.Giovane come gli altri ma calvo. Anche lui aveva la guancia a palla, però non sputava e non masticava. Cambiava posizione di continuo, si lamentava, si massaggiava la mandibola.
Chiedigli cos’ha, ho detto a Djamel.
L’autista ha sparato qualche frase in arabo e l’altro ha risposto con un lungo gemito affermativo. Era l’unico in tutto l’emirato a non avere la guancia gonfia per il qat. Aveva un ascesso e soffriva da cani.
Tramite Djamel gli ho detto di cercare nella tasca esterna del mio zaino e di portarmi le medicine. Il barbuto mi ha guardato, interrogativo, gli occhi strizzati per il dolore. Si sforzava di trattenere le lacrime. Mi sono indicato la guancia con un dito. L’ho gonfiata più che potevo. Ho anche strabuzzato gli occhi. Quello col mal di denti ha chiamato un sostituto, è uscito dalla stanza, è tornato col sacchetto e me l’ha buttato sulla pancia. L’autista gli ha detto qualcosa in arabo.
Il barbuto ha scosso la testa, ma poi ha guardato nel sacchetto e mi ha sciolto le mani.
Non è vero che io viaggio con una valigia piena di medicine. Un sacchetto della spesa basta e avanza. Per il mal di denti c’erano il Moment, il Lonarid, il Mindol, l’Optalidon, il Saridon, il Tora-Dol e la Novalgina. Nel campo degli analgesici non ospedalieri la Novalgina è l’arma totale. Ho spiegato a Djamel che per ottenere un effetto più rapido bisognava mettersi venticinque gocce sotto la lingua. Solo che la Novalgina ha un sapore di merda. Il barbuto ha accartocciato la faccia per il disgusto. Il suo amico alla porta mi è sembrato preoccupato, ha persino spianato il fucile.
Mi hanno nuovamente legato le mani e ci hanno lasciati soli. Sandro si è messo a parlare a voce alta per farsi sentire nell’altra stanza. Era preoccupato per sua moglie. C’è stato uno scambio di notizie. Stavano bene, le due donne. Non erano neppure legate.
Poi i barbuti sono tornati. Quello con l’ascesso rideva e masticava. Si è messo una mano in tasca, ha pescato una manciata di qat e me l’ha infilata in bocca. Era il suo ringraziamento.
Hanno preso Djamel per le braccia e l’hanno fatto alzare. Li ha seguiti riluttante, ma poi ha capito. Lo portavano a pregare. Gli hanno slegato le mani. Quando è rientrato, un quarto d’ora dopo, doveva aver ritrovato il senso della sua superiorità maomettana, perché ha accennato col mento prima a noi e poi alla stanza delle donne e ha sentenziato: voi siete come gli animali, pensate solo a fottere.
Tua madre succhia i cazzi agli ebrei, gli ha risposto Jerry.
I barbuti si sono guardati in faccia, non hanno capito.
Djamel è andato a sedersi in disparte con la faccia scura.
Io mi rotolavo sul pavimento dalle risate. Il qat a stomaco vuoto mi aveva stonato di brutto. (continua)
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martedì, 01 aprile 2008

Uomini affascinanti dagli occhi di gatto #3

Io sono un uomo comune. Le mie qualità sono avare e circoscritte, oppure troppo vaghe e deprezzate. Le mie parole sono quelle di tutti. So scrivere un articolo scorrevole e fluido come una maionese ben riuscita. So leggere un estratto conto. Conosco il nome della capitale del Nepal. Non mi sono mai messo alla prova.
Me la sono fatta sotto.
E’ successo a una cinquantina di chilometri dalla città, subito dopo una curva a gomito. Ho visto il fuoristrada di traverso sulla mulattiera infame. Ho visto la faccia di Djamel diventare verde – l’imbecille ha scalato una marcia, poi ha cercato di uscire dalla carreggiata e buttarsi per un pendio pietroso sulla sinistra. Dall’altro lato della strada si sono alzati due sbuffi di polvere, si sono sentiti due colpi. Uno ha trapassato il montante della portiera e ha centrato il poggiatesta dietro la nuca di Sandro. L’abitacolo si è riempito di gommapiuma. Anna e Lola si sono messe a strillare come in un film degli anni cinquanta. Tutti ci siamo rannicchiati sui sedili. Djamel ha inchiodato, ha aperto la portiera ed è uscito per primo con le mani alzate. Siamo scesi a terra e, quando ho visto Jerry e Stanley inginocchiati sulla strada con le mani sulla testa ho sentito la pisciata bollente scendermi nei calzini.
Un ultimo colpo di fucile si è perso fischiando e rimbombando sulle montagne.
Erano otto, tutti armati, vestiti come i litiganti della sera prima: doppiopetto gessato, camicia senza colletto e pantaloni a sacco. Quattro sbraitavano verso di noi. Da tutte le bocche partivano schizzi di saliva e foglie masticate. Gli altri stavano pestando a sangue i due tizi della scorta che erano stesi per terra e cercavano di proteggersi. Se si coprivano la testa gli arrivava un calcio allo stomaco. Se si coprivano lo stomaco li picchiavano in testa. Hanno frugato negli zaini. In quello di Jerry hanno trovato due lattine di birra. La sera prima per procurarsele aveva rivoltato l’albergo e compilato moduli in triplice copia. Adesso gliele tiravano in faccia. Gli si è spaccato uno zigomo.
Poi gli otto armati ci stavano di fronte. Erano giovani barbuti e spiritati, ragazzi pieni di qat e di adrenalina. Felici. Hanno guardato i piedi di Lola e sono scoppiati in una risata liberatoria. Si davano di gomito e indicavano. Tutto era andato bene. Lola aveva lo smalto nero sulle unghie e delle ciabatte infradito. Io ho pensato: ma come cazzo si fa.
Sono arrivati altri due fuoristrada, enormi, con tre file di sedili. Ci hanno fatto salire sulla fila intermedia e ci hanno tolto gli orologi. Dietro stavano in due. Anna è finita sull’altra macchina con gli australiani.
Un barbuto è rimasto a terra per qualche istante e ha sparato due colpi in testa alle guardie del ministero degli interni. Uno dei due corpi è rimbalzato verso l’alto. Sembrava volesse rimettersi in piedi. (continua)
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lunedì, 31 marzo 2008

Della guerra. Scrive Eraclito che polemos, la guerra, è padre di tutte le cose. Di sicuro lo è della letteratura occidentale, che al canto delle armi e degli eroi deve i suoi primi capolavori. Di recente finisco sempre per capitare su libri in cui il tema della guerra riveste un ruolo centrale. E' così in Città delle Stelle di Jed Mercurio e in Così triste cadere in battaglia di Kumiko Kakehashi. Nel romanzo di Jed Mercurio la guerra è quello che era nei poemi omerici: duello, superamento di sé, occasione di gloria. Gli scontri tra Mig-15 e Sabre nei cieli della Corea - gli ultimi della storia dell'aviazione in cui i piloti delle grandi potenze non avevano a disposizione missili guidati -  somigliano ai combattimenti nella piana davanti le mura di Troia; gli assi dell'epoca, James Jabara,  Pete Fernandez, Gabby Gabreski, Joseph McConnell, John Glenn, Wally Schirra, e naturalmente il protagonista Evgeni Eremin che il nemico subito soprannomina Ivan Il Terribile, non sono diversi da Achille, Ulisse, Aiace. Scrive Jed Mercurio del suo protagonista: "Il fumo degli aeroplani caduti, la fioritura dei paracadute, le fiamme della vittoria: erano quelli i suoi figli." In Così triste cadere in battaglia invece la guerra è dovere sacro, ma intriso di profondo rimpianto. Si tratta di un breve saggio dedicato a una singolare figura di combattente, il generale Tadamichi Kuribayashi, comandante delle truppe giapponesi durante la battaglia di Iwo Jima, di recente oggetto di ben due film di Clint Eastwood e qui considerato soprattutto alla luce delle molte lettere scritte ai suoi familiari nei mesi in cui visse sull'isola dello zolfo che doveva diventare la sua tomba. La sottolineatura della dimensione eroica, quando c'è, è riservata da Kuribayashi esclusivamente ai suoi soldati. In lui il senso del dovere inseparabile dal ruolo di ufficiale dell'esercito imperiale non diventa mai esaltazione bellicista, e poiché è cosciente fin dall'inizio che la sua missione è di quelle senza ritorno è fortissimo il rimpianto per gli affetti a cui le sue responsabilità lo costringono a rinunciare, al punto che quando si trova già da mesi a Iwo Jima, nel pieno dei preparativi della battaglia, Kuribayashi si sforza ancora di svolgere, per via epistolare, il suo ruolo di marito e padre. "Proprio quando, come marito e padre, pensavo di poter rendere felice la vita di tutti voi " scrive il 25 giugno 1944, "mi è stato ordinato di difendere il pezzo di terra più critico dell'intero Giappone. Un compito che non potevo non accettare." Sul piano militare, la sua difesa di Iwo Jima testimonia da un lato l'abbandono della dottrina ufficiale dell'esercito giapponese, che prevedeva l'arresto sulla spiaggia del contingente di sbarco nemico e il contrattacco immediato, dall'altra la rinuncia ad ogni velleità di bella morte (di solito, venuta meno ogni possibilità di vittoria, le truppe giapponesi sceglievano la soluzione del glorioso attacco suicida) in favore di una oscura battaglia di logoramento condotta utilizzando una ragnatela di chilometri di gallerie scavate sotto l'intera superficie dell'isola. Kuribayashi conosceva bene gli Stati Uniti, in cui aveva vissuto per otto anni, ed era stato contrario alla guerra. Ora che vi si trovava coinvolto, riteneva che l'unica possibilità di cambiare la sorte del suo paese fosse una difesa a oltranza che infliggesse agli americani tali perdite da spingerli ad accettare eventuali soluzioni negoziate proposte da un Giappone ormai con l'acqua alla gola. Kuribayashi aveva visto giusto, ma non poteva prevedere che l'esperienza di perdere 7000 marines per conquistare un'isola di 22 kmq - e la proiezione su scala infinitamente maggiore di tali sofferenze - sarebbe stata uno dei fattori che avrebbero spinto gli americani ad attaccare due città giapponesi con le prime bombe nucleari.

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giovedì, 27 marzo 2008

Uomini affascinanti dagli occhi di gatto #2

Dopo il tramonto io e Anna abbiamo scopato davanti alla finestra aperta, col vento fresco delle montagne che gonfiava le tende. Siamo una coppia al bivio, noi due. Ci siamo conosciuti al giornale. Anna è stata assunta tre mesi fa come amministrativa; io sono redattore ordinario. Il nostro mensile si rivolge a un pubblico misto di trenta- trentacinquenni e si occupa di quattro argomenti: la cellulite per lei, gli addominali per lui, i consigli per la vita di coppia e i viaggi per tutti e due. I trenta-trentacinquenni, è noto, sono la classe di età con la più alta propensione al consumo, così rastrelliamo un sacco di pubblicità di vestiti, cosmetici, profumi, automobili, orologi, gioielli, informatica, hi-fi e telefonia. Il grano affluisce regolare. Io faccio interviste telefoniche in cui chiedo alla gente famosa cosa pensa della fedeltà nel rapporto di coppia, del perdono della eventuale infedeltà, dei posti più strani in cui hanno scopato. Ogni tanto Aurelia, il capo, mi spedisce tutto spesato in un paese d’oriente. Sto via una settimana con una fotografa – è una lesbica drastica e risaputa – e al ritorno scrivo diecimila battute.. Questo però è un viaggio di piacere. Neanche mi sono portato il notebook..
Anna è venuta subito, con la voce che le diventava roca e una risatina finale senza ragione apparente, tutta di nervi. Io continuavo, sudavo e sorvegliavo il mio movimento regolare. Non riuscivo a concludere. Era il qat. Ti fa restare l’uccello duro, hai i coglioni che ti bollono e non riesci a venire. Anna stava sotto; una goccia di sudore mi si è staccata dal mento e le è caduta in un occhio. Ha detto: per favore basta. Mi sono alzato e sono andato alla finestra, nudo com’ero. Anna è entrata in bagno. In quel momento giù in strada si è sentito un raschiare di lamiere, poi un colpo sordo e il pavimento che tremava. Una Peugeot 504 aveva centrato la fiancata di una Land Rover e poi il muro dell’albergo. La 504 è praticamente un carro armato. Tutto l’edificio ne è stato scosso.
I due uomini sono scesi dalle macchine per affrontarsi. Tutti e due erano barbuti, portavano una giacca a doppiopetto gessata sulla camicia senza colletto e pantaloni tradizionali, larghissimi alle cosce e stretti alla caviglia. Nessuno ha messo mano ai famosi coltelli. Le parole bastavano. Ogni frase un crescendo d’odio, ogni sillaba talmente carica d’astio che pareva volesse disintegrare la precedente. Il tutto condito da raschi e sputi. La gente è uscita dai vicoli e li ha circondati. Si sono formate due fazioni contrapposte e il vociare ha raggiunto un livello insostenibile. Quelli delle ultime file sgomitavano e urlavano. Poi i litiganti, pressati da ogni lato e ormai praticamente guancia a guancia, hanno raggiunto l’accordo. Non avevano scelta. Quello della Land Rover ha allungato una mazzetta, l’altro se l’è ficcata in tasca, ha girato sui tacchi ed è risalito sulla 504. Il diesel è ripartito con una sbuffata orgogliosa di nerofumo. L’assembramento si è sciolto e sulla piazza è tornato il silenzio. Si sentiva il vento rimescolarsi tra le colline.
La porta del bagno si è aperta e Anna ha domandato: cos’è stato?
Una constatazione amichevole, ho risposto.
Anna mi ha circondato i fianchi con il braccio. Sempre lì a circondarmi, Anna. Anna se potesse mi recinterebbe. Il vento soffiava. La piazzetta era come una balconata, dopo la prima fila di case la città crollava nella valle. Le luci delle altre finestre dell’albergo si sono spente una a una – anche noi abbiamo spento e siamo rimasti a fumare al buio. Un fronte nuvoloso sbiancato dalla luna piena si allontanava a vista d’occhio lungo tutto l’orizzonte. Lo spettacolo mi piaceva. Da bambino conoscevo i nomi di tutti i mari della Luna.
La mattina dopo il Sandro e la Lola erano in ritardo. Djamel, l’autista dell’agenzia, masticava per passare il tempo. I due australiani bestemmiavano contro gli italiani. Sui sedili posteriori del secondo fuoristrada i due tizi di scorta del ministero degli interni dormivano abbracciati ai fucili. Io, naturalmente, indossavo il gilet dalle mille tasche. Riprendevo con la videocamera le donne che andavano al mercato. Un bambino di quattro anni si è staccato dalla mano della madre, mi è venuto incontro e mi ha intimato di smettere passandosi l’indice sotto il mento. Ho ripreso anche lui, il piccolo tagliagole di merda.
Anna mi ha detto: quanto sei stronzo a riprenderli senza chiedergli il permesso.
Aveva ragione lei.
(continua)
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