Non amo parlare di politica sul blog – non me ne è mai fregato niente della politica interna – e se ultimamente finisco col tornare sempre più spesso sull’argomento un motivo ci sarà pure. Lo spettacolo di ieri sera a Porta a Porta, per esempio, ha fatto rimpiangere l’approvazione della legge Basaglia. Ascoltare il Pres. del Consiglio che in un affondo di 7 minuti senza contraddittorio si abbandonava a battute di quart’ordine (e pure copiate) su Rosy Bindi e delirava, letteralmente delirava quando accusava Napolitano di non avere fatto pressioni sui giudici della Corte Costituzionale (naturalmente "di sinistra") per influenzarne il giudizio – ma vi rendete conto? – ha significato assistere alla fase cruciale del declino politico, psicologico, personale e umano dell’uomo che volle farsi premier e poi signore incontrastato di un paese a costo di farne a pezzi le istituzioni, e si avvia ora a terminare la sua parabola affondando nelle sabbie mobili della sua paranoia, tra improbabili complotti, spettri di sinistra acquattati negli angoli della sua immaginazione e minacciose promesse di rivalsa. E tutto questo perché? Perché una sentenza lo riportava nei ranghi dei comuni mortali e a qualche processo destinato probabilmente alla prescrizione. Ma il problema di Berlusconi non sono ora i processi, i giudici, la sinistra, Repubblica o i poteri forti. Anche per Berlusconi ormai, come per tutto il resto del paese, il problema è diventato Berlusconi stesso.



Da che mondo è mondo a tutti i lettori di Fenoglio viene voglia prima o poi (più prima che poi) di farsi un giro per le Langhe fermandosi a Mango, Treiso, Murazzano, Bossolasco, Santo Stefano Belbo, Valdivilla etc... Naturalmente l’idea è venuta anche a me, e per prima cosa mi sono fatto un giro su google digitando, di volta in volta, i vari toponimi. Ecco cosa scriveva Fenoglio, negli Appunti partigiani, di quella Cascina della Langa che lo ospitò per settimane nel corso dell’inverno 1944: Chi non conosce, chi non è mai stato a Cascina della Langa, vuol dire che di queste langhe lui non può parlare. E’ il feudo di un noto commerciante della mia città, già commilitone di mio padre. Quando gli capita di parlarne con i suoi amici cittadini, questi d’istinto aggricciano le spalle perché C.L .porta un’idea di tramontana e solitudine. Se è destino che io torni borghese e faccia onesti soldi, voglio presentarmi a quel commerciante o ai suoi eredi e chieder loro di vendermela Una volta mia ci passerò tre mesi d’ogni anno che mi resterà…altrimenti ci verrò da solo, a piedi, una volta all’anno, un giorno qualsiasi d’inverno, e cercherò di riprovare quel freddo, di fare pressappoco le cose e i passi e i pensieri che devo aver fatti in un’eguale giornata dell’inverno 44-45…ogni inverno ci verrò, come ad un anniversario,fino a quando non sarò così vecchio e stanco da dubitare per un momento che un giorno da queste parti , io vi abbia tanto camminato e combattuto.
Ed ecco Cascina della Langa adesso. Lo so, lo so anch'io che le Langhe ormai disputano al Chianti e dintorni il podio dello chic campagnolo, ma una cosa del genere... Magari un agriturismo l’avrei potuto tollerare, ma una “spa benessere & beauty”, e con la “doccia emozionale” poi, no. E' troppo. Il mio giro salterà una tappa. E poi che cavolo è una doccia emozionale?


Dopo la lettura del saggio di Linda Polman, L’industria della solidarietà, (Bruno Mondadori, 214 pp, 16 euro), forse faremmo bene ad aggiornare il breve catalogo delle nostre certezze. I Buoni non sono più buoni. O almeno, non sempre.
Le organizzazioni umanitarie in zona di guerra saranno pure animate da ottime intenzioni, ma è molto dubbio se il loro impatto sia positivo o se, piuttosto, non finisca paradossalmente per tradursi in un aggravamento e in un allungamento dei conflitti. (Il seguito del pezzo, se vi interessa, lo trovate QUI).

No, non è la RAI. Infatti somiglia alla gloriosa Unità che il giorno successivo allo sbarco sulla Luna riusciva a fare tutta una prima pagina senza che mai venisse menzionato il fatto che sull'Apollo 11 c'erano gli americani. Non informazione, ma propaganda. Fatto sta che ieri sera mi è capitato di vedere il TG2 (non succede spesso che veda i TG, a quell’ora a casa mia vanno soprattutto cartoni animati) e sono rimasto esterrefatto: incuranti del ridicolo, senza arrossire di vergogna, i cosiddetti giornalisti mandavano in onda un paio di generosi servizi in cui Silvio Berlusconi spiegava di non essere un santo, di non curarsi degli attacchi personali, che l’arma del gossip avrebbe finito col ritorcersi contro i suoi avversari eccetera eccetera, senza che mai, neppure indirettamente una delle facce di bronzo della redazione si curasse di raccontare in cosa consistano questi attacchi personali e questo gossip. Non che si pretendessero tutti i dettagli di Repubblica (è pur sempre la prima serata, le associazioni per la tutela dei minori avrebbero protestato), ma qualcosa sì, il telespettatore avrebbe dovuto saperlo, naturalmente se ancora si fosse trattato di informazione e non di propaganda. E invece era propaganda – e della specie peggiore e più subdola: quella che copre con il silenzio. Berlusconi l’anticomunista, l’impavido difensore del paese dallo spettro del totalitarismo rosso, ci ha riportati piano piano, senza scosse, mettendo ad ogni giro di nomine i leccapiedi giusti sulle poltrone giuste, ai bei tempi dell’agenzia TASS, e c'è da chiedersi se da un giorno all'altro non gli spunteranno le sopracciglione del compagno Breznev.
Mi è capitata una cosa strana. Qualche anno fa, doveva essere il 2003 o il 2004, in ogni caso nel pieno delle polemiche sulla guerra in Iraq, credetti di aver visto in libreria o di averne letto da qualche parte, insomma fui convinto che un saggio con il titolo L'età post-eroica fosse stato pubblicato in Italia e, poiché allora le riflessioni sul rifiuto del ricorso alla forza da parte degli europei si sprecavano - e a me la cosa interessava molto - mi precipitai a comprarlo. E, sorpresa, non c'era. Nessuna traccia. La mia prima reazione fu di credere di aver letto la notizia della pubblicazione del saggio in inglese, e precipitatomi su Amazon digitai il titolo sul quale ormai ero pronto a giurare, The post-heroic era... e constatai con un certo sconcerto che non esisteva. Feci ricerche e ricerche su cataloghi di biblioteche e di editori e mi resi conto che mai era stato pubblicato un libro con quel titolo. Eppure ero sicuro, l'avevo visto, ma non solo, avevo persino una certa idea del contenuto. Ed era scomparso. Dovevo essermelo sognato. Possibile che sia arrivato al punto di sognare titoli di saggi? Oppure ero in preda ad allucinazioni bibliografiche? La terza spiegazione implica il ricorso alla macchina del tempo, con cui potrei aver fatto una puntata nel futuro, e sarei propenso a scartarla. Il fatto straordinario, comunque, è che quel libro adesso esiste: in Italia l'hanno appena pubblicato, e con il titolo che avevo sognato io, non con quello dell'edizione originale, Where have all the soldiers gone?, che oltretutto è del 2008. E io che ho fatto? Ovviamente l'ho comprato.