venerdì, 29 giugno 2007
Blogdegradabile parla benissimo de I compagni del fuoco. Proprio il genere di cose che ti (cioè mi) cambiano in meglio la giornata.
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mercoledì, 27 giugno 2007

Da un paio di giorni qui a Torino c'è il vento. Difficile non pensare a questi versi di Emily Dickinson, difficile pensare che sull'argomento sia stato scritto di meglio:

(1418)

Quanto solitario deve sentirsi il vento di notte

quando la gente spegne le luci

e tutto ciò che ha un tetto

spranga le imposte e sta dentro.

 

Quanto vanitoso deve sentirsi il vento a mezzogiorno

passeggiando insieme a musiche incorporee

correggendo gli errori del cielo

e schiarendo il paesaggio.

 

Quanto forte deve sentirsi il vento di mattina

accampandosi su mille aurore

sposandole e ripudiandole tutte

poi innalzaldosi al suo tempio sovrano.

 

postato da: ernestoA alle ore 08:58 | Permalink | commenti (9)
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martedì, 26 giugno 2007

Due sono le qualità che più giovano al nostro rapporto con i libri: la credulità e la sospensione dell’autocritica, delle quali la prima avvantaggia il lettore, la seconda l’autore. Quando ero un fanciullo sentimentale leggevo credendoci, e questo abbandono mi consentiva talvolta il più ingenuo dei piaceri del romanzo: l’immedesimazione. Con l’immedesimazione ci mettiamo completamente nelle mani dell’autore e gli consentiamo di fare di noi ciò che vuole: in cambio, per qualche ora possiamo essere il serio e coraggioso Boka dei Ragazzi della via Pal, o Yanez de Gomera, e più avanti Raskolnikov o Henry Chinasky (ammesso che qualcuno voglia essere Henry Chinasky). L’aspetto negativo di questo trasporto dell’immaginazione è che, immancabilmente, si logora col tempo: in linea generale, più libri leggi, meno ti immedesimi e meno ci credi. In questo processo, le letture critiche giocano un ruolo cruciale. La teoria della letteratura tiene in dispregio l’immaginazione e in grandissimo conto l’intelligenza, o la simulazione dell’intelligenza: dunque si è esercitata con tutte le sue forze a definire l’immedesimazione come un piacere vergognoso e da poveracci, e in particolare si è accanita contro il suo oggetto, il personaggio, considerato come la più ridicola delle convenzioni della narrativa realista. Dopo aver smesso di credere ai romanzi, il fanciullo sentimentale iniziò a credere alla critica. Che è peggio. Così, quando lessi la definizione di Roland Barthes del personaggio come insieme di informazioni (Barthes li chiamava sèmi) distribuite lungo la catena sintagmatica del testo (sigh) e riunite dal lettore in una sintesi memoriale, l’accettai in pieno e la considerai la smentita definitiva di ogni pretesa “autonomia”, o realismo, dei personaggi. Insomma, mi dicevo, una sintesi di informazioni non può essere “autonoma” (cioè non può servire da elemento propulsore dell’intreccio, dato che si sviluppa esso stesso durante l’intreccio) e non può mai essere considerato come qualcosa di simile a una persona reale. Oggi mi rendo conto che quella definizione di personaggio non aveva affatto il significato che le attribuivano i nemici del roman lisible: essa cioè non valeva affatto a distinguere un personaggio da una persona reale. Insomma i personaggi sono diversi dalle persone in carne ed ossa per mille motivi, ma non per quelli indicati dai teorici della letteratura degli anni ’60 e ’70. Il punto è che la definizione “insieme di informazioni distribuite lungo la catena sintagmatica del testo e riunite dal lettore in una sintesi memoriale”, si adatta perfettamente alle persone reali, alla sola condizione di sostituire la parola “testo” con la parola “vita” e la parola “lettore” con quella “vivente”. Le persone vere, ammesso che si possa dire che le conosciamo, mica le conosciamo al primo incontro. Andiamo a cena una sera, e ci raccontano qualcosa di sé. Un’altra volta, all’uscita dal cinema, aggiungono altri particolari. Una telefonata arricchisce il quadro. Noi facciamo la nostra sintesi memoriale e diciamo: toh, quella persona è così e così. Naturalmente quella persona non è affatto così e così, ma in definitiva quello che ci interessa notare è che, poiché la vita si sviluppa proprio come la scrittura, cioè come una catena temporale che è possibile percorrere in un senso solo (lasciamo da parte palindromi e altri giochini), il nostro modo di percepire i personaggi dei romanzi non è diverso dal nostro modo di percepire le persone in carne e ossa. La definizione che doveva essere la pietra tombale sulle pretese realistiche della narrativa, in realtà si rivela la loro grande legittimatrice. (continua)

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mercoledì, 20 giugno 2007

Vi segnalo, sul sito 24/7, un bell'articolo di Andrea Di Consoli pubblicato qualche giorno fa sul Mattino di Napoli intitolato Dimenticare Saviano. Dopo aver detto tutto il bene possibile del libro di Saviano (vi ricordate quelle riunioni che cominciavano con "posto che sono d'accordo in tutto e per tutto col la linea proposta dal signor segretario generale...?"), il problema che pone Di Consoli è tutt'altro che semplice: cosa deve fare un povero scrittore napoletano che non voglia parlare di camorra, di rifiuti, di varia umanità criminale o borderline, e che voglia evitare di essere definito uno scrittore di evasione, un'anima bella che si rifugia sulla sua torre d'avorio per sfuggire alla puzza di monnezza? Dimenticare Saviano, appunto.

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mercoledì, 20 giugno 2007

“La prima cosa da fare, se si vuole conoscere la storia d’Italia, è di non leggere gli autori generalmente approvati; in nessun altro luogo si è meglio conosciuto il prezzo della menzogna, in nessun altro luogo essa fu meglio pagata”. Così scriveva Stendhal.
I compagni del fuoco (Rizzoli, pp. 390, euro 18) è il romanzo di una generazione non “approvata” che ha riaperto gli occhi per scoprire un Paese delle meraviglie diverso dalle favole scolastiche, da quelle dei media. Camus affermava che non c’è rivolta senza sospensione della giustizia, senza terrore. Aloia aggiunge  una constatazione ineluttabile: i rivoltosi eurabici non sono dei lord Byron, sono dei mediocri.

Così Paolo Della Sala su Libero di oggi a proposito de I compagni del fuoco. Il resto lo trovate su Le guerre civili.

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martedì, 19 giugno 2007

A spasso col Primo ministro. Segnalo queste sei paginate di Martin Amis su Tony Blair pubblicate su Repubblica e disponibili in pdf. (grazie a Vark per la segnalazione)

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venerdì, 15 giugno 2007

Sei credente? In cosa credi? Fai il Test Belief-O-Matic. Questi sono i miei risultati

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giovedì, 14 giugno 2007

Tette. Ce n'eravamo già accorti nel trailer. Insomma, al cinema le tette di Gong Li straripavano dal corpetto verso le prime file. Ed ecco cosa scrive Noodles de La città proibita: Questo è un film che mi impedisce di essere troppo crudele nei suoi confronti: essendo un riconosciuto estimatore dell'apparato mammario femminile il mio giudizio è assai indulgente. Stuoli di tette strizzate in corpetti d'antica Cina passano e ripassano sullo schermo, spesso in sfacciatissimi primi piani; inoltre un paio di questo stuolo appartiene a Gong Li che li offre generosamente alla macchina da presa neanche dovesse venderli al mercato. Infatti in Italia si chiama la città proibita perché nella città c'erano troppe tette in mostra... Guarda caso proprio in questi giorni Rizzoli pubblica il più grande successo editoriale e televisivo colombiano degli ultimi anni, Senza tette non c'è paradiso, una storia di pupe e narcotrafficanti che, se fosse stata ambientata a Scampia, avrebbe potuto scriverla Valeria Parrella. (beccandosi poi l'esame autoptico di Davide Malesi). Una Guappetella colombiana vuole disperatamente elevare il suo status entrando nelle grazie dei boss della coca, ma tra lei e la scalata sociale si frappone una taglia di reggiseno troppo piccola. Allora decide di passare dal chirurgo. Piccolo particolare: i soldi. E allora... Insomma, vedete un po' voi.

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mercoledì, 13 giugno 2007

Su Stilos Gianluca Bavagnoli recensisce (bene) I compagni del fuoco, e c'è anche una lunga intervista con il sottoscritto a cura di Davide Malesi (domattina disponibile qui in pdf). Finalmente si comincia a capire di cosa si parli in quelle benedette 392 pagine.

update: e invece s'è scassato lo scanner, e per leggere l'intervista vi dovrete comprare Stilos.

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martedì, 12 giugno 2007

Romolo Bugaro si era perso da qualche parte dopo La buona e brava gente della nazione (vai a sapere perché non ne fanno un tascabile...) Ora è tornato tra noi, e Il labirinto delle passioni perdute è tra i finalisti del Campiello. Ecco una breve recensione (mia). Carlo, Marco, Enrico e sua moglie Eliane sono amici fin dai tempi del liceo. Ora hanno quarant'anni e, in apparenza, una vita ben avviata sui binari tipici della Milano  per bene: le feste, le cene, il golf club, le vacanze a Panarea. Ma la rovina economica e sociale di Enrico ed Eliane, seguita al crac finanziario dell'azienda di famiglia, rivela l'assottigliarsi universale dei sentimenti, il progressivo raggelamento delle emozioni e l'allentamento dei legami familiari, processi che si impongono con l'autorità di una legge fisica, una vera e propria entropia affettiva cui i protagonisti non sanno come reagire. E per questi smaglianti quarantenni tutto sembra diventare impossibile: non possono più vivere alla maniera dei loro padri, tra lavoro e famiglia; e non riescono a scoprire una nuova forma di esistenza. Finché, alla fine, viene meno – fatalmente, senza che nessuno davvero lo voglia – anche l'amicizia, il più prezioso e antico dei legami. Per i temi e per lo stile l'autore ritorna dalle parti del suo libro più riuscito, La buona e brava gente della nazione (1998). C'è un sovrappiù di amarezza, una scrittura che sa iniettare squarci disgregati e allucinati nel corpo della tradizione, soprattutto quando lo sguardo del narratore si rivolge al paesaggio urbano. L'amore è da reinventare, scriveva  Rimbaud, bisogna cambiare la vita. I personaggi di Bugaro lo imparano a proprie spese ma non hanno la più pallida idea di dove iniziare. L'unica certezza è che, vagando nel labirinto, sarà difficilissimo salvare qualcosa di sé.

 

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martedì, 12 giugno 2007
La dose giornaliera. Tenete d'occhio Daily Film Dose: è un blog che ogni giorno presenta un film, con tanto di link a brani disponibili su Youtube. Oggi parla del Pianeta delle scimmie, quello vero del 1968. Come giustamente nota Alan Bacchus, la rappresentazione del mondo di quelle insopportabili scimmie darwiniane, a ironia a parte, si ricollegava a molti dei temi di discussione di quegli anni, quello di Tim Burton invece è solo un giocattolone senza cervello: The writing features the not-so-deft metaphorical touch of Serling, who famously wrote about current social and political issues into his “Twilight Zone” episodes. Much of the same allegories are present in “Apes” – religion, racism, nuclear arms, war, etc are all on trial in the film. Though the subtext is not subtle it certainly is effective and moves the film beyond what would have been a substandard action film today (evidence: the Tim Burton remake was all action – no brains).
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lunedì, 11 giugno 2007

Esempio di prosa italiana, inizio XXI secolo. Il destino della Tav e del governo Prodi si gioca all’interno di una Road Map che passa attraverso cinque capisaldi che devono trovare il gradimento della Francia e dell’Unione Europea; permettere un’intesa politica all’interno dell’Unione e incontrare se non il via libera dei sindaci della Val di Susa, quantomeno la loro non belligeranza o la non ostilità ad accettare un percorso di contenuto e di metodo che permetta all’Osservatorio di Mario Virano di elaborare una proposta di tracciato flessibile da adattare alle richieste del territorio... se il tracciato della ferrovia sarà contorto quanto la sintassi di Maurizio Tropeano siamo a posto, la linea Torino-Lione passerà per Canicattì. Sulla Stampa si può continuare ad assistere alla lotta nel fango tra il povero giornalista e la sua lingua madre.

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lunedì, 11 giugno 2007

Homo homini lupus.  Io questo ogni tanto me lo rivedo, alla faccia di chi crede che Sam Raimi sappia dirigere solo carrozzoni miliardari e citazionisti. La formula è semplice e collaudata, e funziona sempre: cosa succede se un giorno nella vita di persone più o meno normali in un posto più o meno normale piomba, letteralmente dal cielo, qualche milione di dollari? Grandi attori, stupende e simboliche location invernali tra Minnesota e Wisconsin e, soprattutto, grande sceneggiatura. Perché nella maggior parte dei casi i film riescono bene quando sono scritti bene (e ogni riferimento al cinema italiano, dove alle sceneggiature mettono mano cani e porci, non è per niente casuale). Qui una recensione di Soldi sporchi.

postato da: ernestoA alle ore 14:43 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 08 giugno 2007
Lunedì 11 giugno alle 20.35 su Radio2, a Dispenser si parlerà de I compagni del fuoco (il libro).
postato da: ernestoA alle ore 12:26 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 07 giugno 2007

(i primi quattro cosmonauti sovietici: da sin. Gagarin, Popovich, Titov, Nikolaev)

Le voci dallo spazio ai tempi dei pionieri. Qualche giorno fa ho ascoltato alla radio una trasmissione sui fratelli Judica Cordiglia, due radioamatori torinesi (ma la definizione è molto riduttiva)  che negli anni '50 e '60, con apparecchiature autocostruite e una incredibile dose d'ingegno riuscirono a captare e a registrare numerosissimi segnali telemetrici e trasmissioni in fonia tra le basi a terra e i primi satelliti, con o senza equipaggio, lanciati da americani e sovietici. Con migliaia e migliaia di ore di ascolto - difficile immaginare per noi, sommersi dall'informazione, quanto fosse difficile allora procurarsi notizie sulla data e la natura dei voli spaziali - riuscirono giorno dopo giorno non solo a vivere in diretta l'epopea dell'astronautica (intercettarono e registrarono le prime esultanti parole di Gagarin: "Sono in assenza di peso... La vista è meravigliosa...La terra è azzurra!) ma anche  a tracciare una specie di storia segreta dell'astronautica sovietica, ben diversa da quella ufficiale in cui i fallimenti venivano accuratamente nascosti e i cosmonauti morti in missione accuratamente cancellati dai documenti e dalle foto, come se non fossero mai esistiti. Tra il 1960 e il 1965 i due fratelli intercettarono scambi di messaggi relativi a numerose missioni sovietiche  fallite con perdita dell'equipaggio. Il caso più drammatico fu probabilmente quello della morte di un intero equipaggio per distruzione del rivestimento termico della navicella durante durante il rientro nell'atmosfera.

Circolavano a Mosca voci che sostenevano l’imminenza di un nuovo lancio con equipaggio umano a bordo. Scattò immediatamente l’ascolto radio continuo, sia sulle consuete frequenze, sia su altre che i due avevano individuato col tempo. Su queste seconde frequenze, iniziarono a registrare un’intensa attività di segnali ritmici e, successivamente, lunghe ore di conversazioni radio provenienti da terra. La direzione era quella di Baikonour, dove si trovava una delle basi di lancio sovietiche. Successivamente nelle conversazioni comparì anche la voce di una donna, accompagnata da quella di due uomini, e questa volta i segnali provenivano inequivocabilmente dallo spazio. I discorsi, col passare del tempo, si facevano sempre più concitati e rapidi, e, tradotti, evidenziavano difficoltà tecniche per gli astronauti. Di particolare effetto una delle frasi pronunciate dalla donna “…Già, tanto questo il mondo non lo saprà”. Infatti, nessuna notizia da Radio Mosca su qualche nave in orbita. La situazione sul veicolo, intanto, precipitava: le frasi tradotte evidenziavano sempre più una situazione drammatica: frequenti erano i riferimenti a mancanza di ossigeno, di forze, non corrispondenza dei dati dati dalle macchine. Le trasmissioni durarono per 7 lunghi giorni, finchè, dopo la mattina del 23, le voci maschili scomparvero. Al transito successivo, si sentì solo la voce femminile, in uno stato d’animo indescrivibile, che diceva di sentire caldo, di non avere ossigeno, che continuamente chiedeva se sarebbe rientrata, se sarebbe precipitata. Infine, dopo un momento di silenzio, la donna prese a urlare “JA VIGIU PLAMA!” ovvero “vedo una fiamma”, ripetendolo più volte, dicendo “ascoltatemi, compagni!! Vedo una fiamma!!”, finchè, dopo averlo urlato un’ultimavolta, il segnale si interruppe, sostituito dal fruscio. (cito dalla ricerca di Serena Fausone

 Naturalmente Mosca smentì tutto: nell'aprile 1965 un articolo di Stella Rossa definì i due fratelli "radiopirati" e definì le loro rivelazioni "menzogne" o "allucinazioni". Ma naturalmente la storia dei "lost cosmonauts" o  "cosmonauti fantasma" dell'Unione Sovietica, in assenza di prove certe o di ammissioni ufficiali, rimane oggetto di discussioni feroci tra gli appassionati. I due fratelli Judica Cordiglia, oggi uno cardiologo l'altro consulente del Tribunale di Torino per le intercettazioni ambientali (ovvio), stanno per pubblicare un libro che, se non servirà a porre fine alla disputa, riporterà noi ex ragazzini appassionati di astronautica e aviazione all'atmosfera dei giorni degli Sputnik, delle Soyuz e degli Explorer.

*Qui qui , qui e qui sono disponibili brani di un documentario intitolato Top Secret Radio

 

postato da: ernestoA alle ore 09:39 | Permalink | commenti (9)
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