lunedì, 30 luglio 2007
Però, siccome Nori ha talento... Finito anche La vergogna delle scarpe nuove. Sarei tentato da un bel No Comment perché non c’è nulla, ma assolutamente nulla, della concezione dello scrivere romanzi di Paolo Nori che io mi senta di condividere, quindi non sarei la persona più adatta per discuterne gli esiti. Non condivido l’idea di raccontare i puri e semplici fatti miei minuti su un libro, né il farlo in frammenti di sintassi disarticolata che ricalcano più o meno da vicino il parlato emiliano, né la costruzione diaristica monopersonaggio, né il minimalismo – o piuttosto il limitarsi al minimo - risultante dall’implicita scelta di rinunciare a quasi tutti gli strumenti della narrativa propriamente detta. (Per fare un esempio cinematografico, esistono le 35mm, il digitale, i carrelli, le steadycam: perché continuare, film dopo film, con il super 8?) Insomma , non era il libro per me. Però Nori ha talento, eccome. E' così evidente. Solo che è un tipo di talento che non fa per me. E poi è pericoloso. Nori è un pericolo pubblico e lo sa (nel libro lo dice apertamente): e se si formasse un gruppo di autori che scrive come Nori senza essere Nori? Il minimo che si possa consigliare a scrittori e aspiranti tali è, se proprio devono farlo, di prenderlo a piccole e distanziate dosi.
postato da: ernestoA alle ore 13:01 | Permalink | commenti (9)
categoria:
venerdì, 27 luglio 2007

Finito di leggere La busta arancione (1966). I temi: caratteristici di Soldati. Il protagonista segnato da inguaribili manie e malinconie in un punto della sua vita sfiora tangenzialmente l'occasione di liberarsene, rinascere, cominciare a vivere – e l'occasione è, al solito, una donna di un ambiente sociale diverso e immune da ubbie borghesi e tare familiari. Una donna con cui, per un motivo o per l'altro (e certo non vi dirò come e perché qui avvenga), ogni possibilità di legame sfuma senza rimedio nella lontananza e nel rimpianto. In questo romanzo, Soldati porta in primo piano due temi di grandissima forza. Primo, il rapporto con la madre, di tale intensità e morbosità da rendere quasi impossibile al protagonista ogni esperienza sentimentale con altre donne. Per chiarire di che si tratta, niente vale meglio di una delle tante davvero magistrali descrizioni di queste pagine, dove Carlo ormai giunto alla soglia della vecchiaia (e all'altro capo del mondo), ricorda la madre ancora giovane, e vedova, nell'ambiente a lei così congeniale della chiesa, tra ceri ed incensi: ...avevo scelto un banco più indietro, e un po' di fianco, in modo da poter indovinare, nell'oscurità della chiesa appena ravvivata, qua e là, dalla fiamma tremante di qualche cero, non soltanto le note forme, slanciate e rigogliose, le spalle piene, la vita ben modellata dal tailleur all'ultima moda, e la rotondità pronunciata del sedere, ma anche il profilo prepotente e carnoso, che la rete e i nei della voilette addolcivano appena, e che la banda liscia dei capelli neri, sormontata dall'ala del tricorno, anche questo all'ultima moda, incoronavano di una bizzarra, severa autorità.

L'altro tema è il senso cattolico del peccato, così pervasivo da corrompere ogni aspetto del mondo, cui il male appare talmente connaturato che non è possibile sfuggirgli ma solo dimenticarsene momentaneamente – nell'ossessione erotica, come il protagonista, o nel puro e semplice stordimento, come avviene nella scena della danza sfrenata dell'enigmatica e astuta Sandra, ubriaca, sui tavoli di una trattoria napoletana:
Basta che c'è stu sole
Basta che c'è stu mare
'na nenna core a core
'na canzone p'a cantà:
chi ha avuto ha avuto ha avuto
chi ha dato ha dato ha dato
scurdammoce 'o passato
simm'a Napule paisà.
La vita è fatta di fatica, di violenza, di sopruso, di morte: quando arriva il giorno della festa non facciamo nemmeno lo sforzo di vestirci: godiamoci il sole, il cielo, il mare, il vino, il cibo, e non pensiamo più a niente.
Simm'a Napule paisà.
Così, non è un caso se la storia, iniziata tra Torino, il Lago Maggiore e Milano, si conclude nientemeno che agli antipodi, ad Auckland in Nuova Zelanda, dove il protagonista si rifugia spinto da ragioni economiche, ma anche da un più profondo bisogno di purezza che lo spinge a ritirarsi in un mondo nuovo, in un paese innocente, in compagnia del fratello Costantino mentalmente rimasto a una condizione quasi infantile, l'unico essere immune dalla generale e irrimediabile corruzione del male.
postato da: ernestoA alle ore 12:48 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 26 luglio 2007

Stanco di traduzioni e stufo marcio di leggere storie ambientate a New York e dintorni, mi ero proposto un voto niente affatto penitenziale: per un anno solo narrativa italiana (mica solo contemporanea, però). Così avevo fatto scorta di Soldati, Brancati, Nori, Veronesi e altri – li ho tutti in pila sul tavolino. Poi il mio amico Vark mi ha suggerito questo, anticipandomi perfidamente che le prime cento pagine sono tutte di duelli aerei tra Mig-15 e F-86 Sabre nei cieli della Corea. Io dico di no, facendo presente il voto. Ma poi esco e il romanzo di Jed Mercurio è lì che mi aspetta in bella vista su una bancarella di via Po. Allora è destino, impossibile sottrarsi. Ed è pur sempre estate, le ferie si avvicinano, qualche concessione alle proprie passioni infantili (che durano ancora) bisognerà pur farla. Lo compro (insieme a un dvd, Mezzanotte nel giardino del bene e del male) e, rientrato in ufficio, scopro la recensione di Michael Faber sul Guardian: I sovietici amavano i segreti. E se avessero mandato un astronauta sulla Luna e noi non l’avessimo saputo? Sembra la trama di un thriller di consumo: nel migliore dei casi un Crichton, nel peggiore un Dan Brown. E’, invece, il presupposto di una delle più potenti e inusuali creazioni di fiction letteraria che mi sia capitato di leggere da anni. (leggi il resto).

postato da: ernestoA alle ore 11:08 | Permalink | commenti (3)
categoria:
mercoledì, 25 luglio 2007
Keywords. Dalle statistiche relative a questo blog risulta che il 34,38% dei visitatori ci arriva utilizzando le parole chiave "I compagni del fuoco", e ok, questo è perfettamente normale; il 18,75% cerca invece "Ernesto Aloia", e pure questo è normale; così com'è normale pure che il 15,63% arrivi qui cercando "Compagni del fuoco" (senza l'articolo) o addirittura che il 12,5% si faccia vedere da queste parti sulle orme di "I compagni del fuoco Sergio Rotino." Ma il 6,25% che arriva al blog utilizzando le parole chiave "tette più grandi del mondo" come li spieghiamo? Ho provato a fare una ricerca su Google e giuro che con quelle keywords I compagni del fuoco non esce.
postato da: ernestoA alle ore 17:08 | Permalink | commenti (4)
categoria:
mercoledì, 25 luglio 2007

Quando un sequestro finisce con il pagamento di un riscatto e la liberazione dell'ostaggio i giornali scrivono che si è "concluso per il meglio." Naturalmente, non è così. Possiamo dire che si è evitato il peggio, ma a casa mia "conclusione per il meglio" significa liberazione dell'ostaggio senza condizioni e, se possibile, rapitori arrestati, o comunque puniti. Non è andata così (né poteva, del resto) nel caso del  rapimento internazionale inscenato dal sempre fantasioso Gheddafi, che dopo aver montato accuse demenziali nei confronti di 5 infermiere bulgare e un medico palestinese, dopo aver loro estorto confessioni con la tortura, dopo averle trattenute in galera per otto anni e dopo aver ripetutamente minacciato l'esecuzione di una condanna a morte, in seguito una trattativa condotta dalla diplomazia famigliare dei Sarkozy si è visto ricompensare da 400 milioni di dollari (che certo non andranno a indennizzare le famiglie dei bambini dell'ospedale di Bengasi colpiti dall'AIDS) e da lucrosi accordi commerciali con l'Unione Europea, che ha così inaugurato un nuovo modo per scegliere i suoi partner. Insomma, si può sapere chi l'ha detto che il crimine non paga? Paga, eccome se paga. 

postato da: ernestoA alle ore 10:24 | Permalink | commenti (10)
categoria:
martedì, 24 luglio 2007

Di Flags of our fathers, alla fine, le scene che ricorderemo meglio sono due: Ira Hayes, l'indiano, il più fragile e traumatizzato dei flag raisers, che grida al vento dal treno in corsa i nomi dei suoi compagni morti; e la corsa dei sopravvissuti del plotone sulla nera sabbia vulcanica di Iwo, i soldati che avvicinandosi al mare si spogliano di vestiti ed equipaggiamento fino a rimanere nudi, tornati per miracolo ragazzi, e i loro sergente che resta a guardarli per un po', elmetto in testa e fucile in spalla, e poi tutto a un tratto si mette anche lui a correre, a spogliarsi, li raggiunge. Per il resto, si può tranquillamente dire che il film, volendo costruire una struttura narrativa basata su piani temporali multipli, fallisce per troppa complicazione, per eccessivo uso di flashback (anche uno dentro l'altro: John Bradley ormai vecchio che ricorda il tour dei sopravvissuti della "foto della bandiera" negli States e loro che, durante ridicole messe in scena ad uso dei civili invitati a sottoscrivere war bonds, hanno inevitabili e dolorose reminiscenze dei combattimenti) e probabilmente, per mancanza di un personaggio in grado di imporsi davvero all'attenzione dello spettatore, come saranno nel più riuscito Letters fom Iwo Jima il generale Kuribayashi interpretato da Ken Watanabe e il soldato Saigo interpretato da Kazunari Ninomiya. Le potenzialità, in teoria, c'erano:da un personaggio come John Bradley, padre dell'autore del libro da cui Eastwood ha tratto il libro, un uomo che per tutta la vita non parlò mai a nessuno di quanto gli era capitato a Iwo Jima e visse il resto della sua esistenza in una cittadina del Wisconsin, nascondendo i suoi incubi e cercando nel suo lavoro e nella cura della famiglia una forma quotidiana di eroismo nella pace; a Mike Strank, il giovanissimo veterano di origine cecoslovacca, adorato dai suoi uomini e ucciso dal fuoco di un cacciatorpediniere americano; alla figura disperata di Ira Hayes, incapace di dimenticare e ridotto all'alcolismo, agli arresti, alla graduale emarginazione. Ma per questo non sarebbero bastate sei ore di film. Flags of our fathers ne dura due, troppo spezzettate nel tempo e nello spazio per riuscire davvero a coinvolgerci.

postato da: ernestoA alle ore 09:21 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 23 luglio 2007

Sabato Giovanni Tesio ha recensito I compagni del fuoco sul supplemento letterario dell'autorevole quotidiano cittadino. Leggi QUI.

postato da: ernestoA alle ore 11:19 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 20 luglio 2007

Post lungo e rievocativo, solo per perditempo.

Nell'agosto del 2003, mentre l’indimenticata bolla di caldo africano imperversava sull'Europa, io ed Enrica ce ne stavamo beati in un paese della Valle d'Aosta, al sicuro a 1500 metri di quota. Certo, l'immane massa piramidale del Cervino appariva singolarmente spoglia di neve, e la temperatura serale si spingeva, talvolta, fino ai 18 gradi – torrida per i locali, ma una vera benedizione di frescura per noi fuggiaschi dalla fornace metropolitana, dove solo pochi giorni prima, assistendo a una proiezione de La meglio gioventù-parte prima al cinema Eliseo (aria condizionata guasta, o insufficiente, e fuori si erano sfiorati i 40 gradi), per poco non ci restavamo secchi. Lì, a Valtournenche, quasi ogni giorno facevamo escursioni. La montagna dava sì i primi segni di arsura, ma in compenso percorrendo sentieri appena appena fuori mano e trascurati dalla massa dei gitanti, sbucavano fuori animali di ogni tipo: quell'anno vedemmo volpi e tassi darsela a gambe nei prati, camosci e daini continuare placidamente a brucare al nostro passaggio, stambecchi osservarci con sovrano disprezzo mentre, in equilibrio su una guglia sospesa su uno strapiombo di 500 metri, erano impegnati a leccare un filone di muschio. Mi sentivo tanto Mario Rigoni Stern. Da giorni e giorni non leggevo la posta elettronica. Senonché, un pomeriggio, zaino ancora in spalla, mi infilo nell'edificio del comune e noto che in un angolo c'è un internet point. Mi collego, apro la casella e ci trovo un messaggio del mio editore di allora.

Mi informava che la Chrysler, in procinto di di mettere sul mercato il modello Crossfire, intendeva distribuire insieme al solito materiale pubblicitario un libretto di racconti di scrittori italiani che, in un modo o nell'altro, richiamassero concetti appropriati allo scopo di promuovere un'auto sportiva. Diedi un'occhiata alla data del messaggio: era vecchio di una settimana, e alla scadenza fissata per la consegna mancavano 3 giorni. L'idea nel suo insieme mi sembrava una boiata pazzesca, ma riaprii il messaggio. Il compenso era stabilito in 500 euro. Il limite, se non ricordo male, erano 12000 battute. Per facilitare gli scrittori, l'agenzia aveva fornito un po' di materiale esplicativo. Aprii l'allegato e ci trovai un breve trattato sulla persona autorealizzata, evidentemente individuata come acquirente ideale della Chrysler Crossfire. Le qualità che distinguevano la persona autorealizzata erano: realismo, autoaccettazione, spontaneità, semplicità, naturalezza, focalizzazione sui problemi, distacco, bisogno di privacy, autonomia, indipendenza dalla persona e dall'ambiente, peak experience etc. La frase conclusiva era: la persona autorealizzata mantiene le qualità di un bambino ed è nonostante ciò molto saggia. Quella che mi aveva colpito, però, era la definizione di peak experience:
Sensazioni di orizzonti illimitati si aprono alla visione, il sentimento di essere simultaneamente più potente ma anche più disperato che mai, il sentimento di estasi e stupore e meraviglia, la perdita di posizionamento nello spazio e nel tempo e, alla fine, la convinzione che qualcosa di estremamente importante e valido è successo, così da sentirsi in qualche modo trasformati e fortificati anche nella propria vita quotidiana da esperienze di questo tipo.
Ci pensai su. C'era qualche motivo per rinunciare a 500 euro per 12000 battute spazi compresi? Se c'era, non lo trovai, e l’indomani mattina anziché fare lo zaino collegai il portatile e, per la prima volta da che mi trovavo lì, aprii World. Iniziai un racconto su due amici che, dopo essersi persi di vista per vent'anni, si ritrovavano per caso in un centro commerciale dove si erano rifugiati per sfuggire alla maligna bolla di caldo (là dentro l'aria condizionata funzionava, mica come al cinema Eliseo), andavano a cena insieme e decidevano di fare, il giorno dopo, un'escursione in montagna con scalata della Weisse, una punta su cui già erano saliti molto tempo prima con le loro fidanzate poi divenute mogli, infine ex mogli. Mentre si arrampicavano si scatenava uno spaventoso temporale (avevo sottomano un libro di meteorologia, e decisi di servirmene) che con fulmini, lampi, scariche di elettricità statica, vento e pioggia battente, rischiava di trasformare la spedizione in qualcosa di molto pericoloso. I due, stringendo i denti, dando prova di cameratismo e capacità di sopportazione, riuscivano a completare la missione. Il secondo giorno finii il racconto. La mattina del terzo lo rilessi, e mi resi conto che in quelle 12000 battute di persone autorealizzate non ce n'erano. Nonostante gli avessi attribuito il piglio di chi affronta impavidamente la sfida degli elementi – simbolo abbastanza trasparente delle difficoltà della vita – i due amici protagonisti non erano affatto persone autorealizzate. Nei loro dialoghi e nei loro gesti si leggevano antiche recriminazioni, incapacità di venire a patti con avvenimenti accaduti anni e anni prima, vecchie scelte compiute per egoismo, inettitudine ad accettare i mutamenti, esibizionismo nell'affrontare rischi non necessari, tendenza a fare sfoggio di machismo, improvvisi ripiegamenti nostalgici e tendenze malinconiche da mezza età. Cercai di inserire qualche battuta che evidenziasse qualità in qualche modo associabili con una macchina sportiva da 40000 euro, ma il risultato cambiò di poco. Comunque, salvai il racconto e lo spedii. Non ne seppi più nulla. I pubblicitari non si fecero più vivi con l'editore, che con me non fece più menzione dell'argomento. Calò il silenzio dei "non so, boh, devo risentirli, vedremo". Il progetto del libro di racconti da allegare ai dépliant della Crossfire doveva essere stato annullato, perché non se ne ebbe più notizia. Ebbi il forte sospetto – pur senza averne mai la conferma - che, di tutti quelli contattati, fossi stato io l'unico a scrivere il racconto. Che ripeto, ad ogni modo, non parlava di persone autorealizzate. Quelle pagine mi rimasero nell'hard disk per anni, finché alla fine riuscii a venderle a una rivista (non per 500 euro però).
Nel frattempo ero giunto a una conclusione: in tutta letteratura del '900 non è possibile trovare un solo caso di rappresentazione di persona autorealizzata: il secolo si era aperto con la galleria degli inetti, dei nevrotici, degli inadatti alla vita: era assolutamente impossibile che chi, come me, c'era cresciuto dentro, riuscisse a produrre un protagonista autorealizzato – un antagonista, un cattivo autorealizzato invece sì, poteva darsi. Nella narrativa le star erano gli incapaci, i falliti, quelli che cadevano a un passo dalla meta, quelli che non si mettevano neppure in cammino, quelli che mollavano tutto per un'ossessione e finivano pazzi, come Kurz, al fondo del fiume, gli innamorati traditi, quelli che ci avevano provato e non ce l'avevano fatta. Gli altri, quelli autorealizzati, al massimo potevano fargli da spalla. Di questo, in fondo, avevo già avuto la prova quando la redazione di Maltese Narrazioni, stufa marcia di ricevere tonnellate di racconti i cui protagonisti erano invariabilmente fissati, tarati, inetti e disperatamente infelici, aveva lanciato il travagliato progetto Triste/Allegro: metà racconti improntati alle tonalità della letizia, della gioia, della gaiezza; metà sul registro opposto. Arrivarono pacchi di racconti "tristi". Quelli "allegri" dovemmo scriverli noi della redazione, e non fu facile per nessuno. Io feci un racconto intitolato La vita per il verso giusto. Il protagonista era il solito, vecchio caro, maledetto essere problematico e irrisolto. Però – come Enrica aveva già aveva notato, all'epoca, senza insistere più di tanto – tutto quello che avevo fatto di diverso era stato incollargli in faccia un sorrisetto falso e posticcio. L’ho riletto l’altro giorno: più che La vita per il verso giusto avrei dovuto intitolarlo La vita dopo venti gocce di Lexotan.
postato da: ernestoA alle ore 14:20 | Permalink | commenti (18)
categoria:
mercoledì, 18 luglio 2007

I vizi e le virtù. Recensione agrodolce di Sergio Rotino a I compagni del fuoco uscita su Liberazione Queer, il supplemento libri settimanale di Liberazione

Già conosciuto per due più che interessanti raccolte di racconti, Chi si ricorda di Peter Szoke? (2003) e Sacra fame dell'oro (2006), e per le brucianti trentaquattro pagine di un altro racconto, "La situazione", inserito all'interno de La qualità dell'aria , antologia curata tre anni fa da Lagioia e Raimo, il tutto edito dalla romana minimum fax, Ernesto Aloia torna a calcare il palcoscenico letterario italiano con I compagni del fuoco , il suo primo lavoro sulla lunga distanza. Un romanzo decisamente corposo che però, nelle quasi quattrocento pagine, conferma i vizi e le virtù di questo autore nato a Belluno nel 1965, ma da sempre residente a Torino... (leggi il resto)

Sulla stessa falsariga, ma un po' meglio, lo stesso Rotino raddoppia sulla rivista on line Fernandel (a pag. 5 accanto al racconto di Annarosa Pederzoli).

postato da: ernestoA alle ore 12:59 | Permalink | commenti (30)
categoria:
martedì, 17 luglio 2007
Il Maltese è morto e non mi dispiace per niente. E’ durato la bellezza di 18 anni, sempre che gli ultimi tempi trascorsi a vegetare sul web si possano chiamare vita. In questo lasso di tempo nel mondo dell’editoria, della narrativa e delle riviste italiane è cambiato praticamente tutto. Quando il gruppo storico, di cui non ho fatto parte, iniziò a pubblicare una sorta di fanzine ciclostilata di fogli pinzati, era il 1989. C’era ancora l’Unione Sovietica, pochissimi avevano un personal computer, nessuno sapeva cos’era internet, non esistevano telefoni cellulari se non in forma di valigette disponibili solo per megadirettori generali, c’erano le cabine telefoniche, c’erano la DC, il PCI – e, soprattutto, se uno scrittore esordiente voleva pubblicare un racconto non sapeva dove andare a sbattere la testa. Se poi parliamo di libri, non gli sarebbe bastato un pellegrinaggio sulle ginocchia a Santiago de Compostela con un paio di cilici avvolti stretti ai coglioni. Insomma, erano altri tempi. Creare una rivista era anche un mezzo di autopromozione. Naturalmente, col tempo Il Maltese ha abbandonato l’aspetto amatoriale dei primi numeri e si è aperto sempre più alle collaborazioni esterne, tra cui quella con il sottoscritto, iniziata nel 1995. Ricordo che entrai in libreria, alla Feltrinelli di piazza Castello che allora aveva le riviste proprio davanti all’ingresso, e vidi il numero con la grande mano grigia in copertina. Lo sfogliai. Un’impressione curiosa. Ero abituato alle riviste letterarie fatte dagli universitari, dove generalmente si pubblicavano racconti di questo tipo: il protagonista, un grande filosofo molto triste per la condizione del genere umano impossibilitato a cogliere l’essere in tutta la sua pienezza, entrava in un bar e ordinava un caffè. Gli arabeschi (già, c’erano sempre ‘sti arabeschi) sul bordo della tazzina gli ricordavano qualcosa, probabilmente l’anno scorso a Marienbad, o la posizione di Giovanni Duns Scoto nella disputa sugli universali – i filosofi non ricordano mai le estati a Riccione o la scopata della sera prima – poi qualcos’altro, che naturalmente poco c’entrava con il fatto di trovarsi lì a bere caffè. Infine, si ritornava alla condizione umana. Il protagonista posava la tazzina sul bancone, usciva e se ne andava dolorosamente solo per la sua strada. Fine.
Bene, nei racconti che trovai sul Maltese con la manona grigia c’erano litigi, inseguimenti, sparatorie, improbabili coppie e gente che campava vendendo preservativi singoli ai genovesi. Lo comprai, e decisi di spedirgli un racconto che stavo completando in quel periodo, che tra l’altro era il mio primo. Andò bene. Fu pubblicato, E così quello dopo. E quello dopo ancora. Ne pubblicai una dozzina di fila. Nel 1999 fui cooptato nella redazione. Continuavo a pubblicare, ma leggevo pure una marea di racconti in arrivo. Il Maltese divenne a tema: Fantasmi, Viaggi di Lavoro, Invettive (Maltese contro tutti), Londra, Grane, Seconda Mano, AzioneParanoia
L’elenco degli scrittori che collaborarono è molto lungo, e anche quello dei collaboratori che poi giunsero alla pubblicazione – talvolta da noi, lo dico senza falsa modestia, scoperti. Per constatarlo basta andarsi a rileggere i sommari.
Dopo il volume Paranoia – che di paranoia ne costò parecchia – il Maltese trovò finalmente un editore, fece ancora un numero (Romance) e mutò formula: divenne a inviti. Di fronte alla ripetuta difficoltà di reperire tra i racconti inviati dai lettori qualcosa di veramente buono da pubblicare, decidemmo di rivolgerci, per ricevere pezzi e racconti, a persone di cui già conoscevamo le doti. E, naturalmente, andò persa una delle emozioni più grandi di chi fa una rivista: scoprire un nuovo autore. A questo punto, però, io avevo già cominciato a prendere le distanze dalla rivista, non come scelta cosciente ma per semplice mancanza di tempo: in questi ultimi tre anni sono diventato padre e ho scritto due libri, e tempo per il Maltese non me ne restava più. Inoltre, ho scoperto che, dovendo scrivere già parecchio per conto mio, non riuscivo più a staccare per mettermi a comporre un racconto a tema. Il Maltese è scivolato via, io mi limitavo a qualche contributo sul blog, che tra l’altro non ha mai raggiunto i fasti del vecchio forum (che fummo costretti a chiudere per l’invasione dei trolls). Inoltre, mi sembrava che la situazione fosse la stessa per tutti: nessuno aveva più tempo, nessuno aveva più voglia, nessuno lo voleva ammettere. Ecco perché, adesso, non mi dispiace che si sia detta una parola di chiarezza e che questa parola sia FINE. Ora che abbiamo sgombrato il campo dagli equivoci siamo pronti per altri progetti. Che verranno, eccome se verranno.
postato da: ernestoA alle ore 11:08 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 16 luglio 2007

La decisione finale sul caso delle sei infermiere bulgare e del medico palestinese (cui la Bulgaria ha concesso la cittadinanza) condannate a morte in Libia è attesa per oggi pomeriggio alle 16. Dispiace vedere come la stampa europea stia trattando il caso: cioè dedicandogli pochissimo spazio e parlando delle accuse libiche come se avessero un senso, quando tutti gli esperti di AIDS consultati hanno dichiarato che il virus HIV era presente e diffuso all'ospedale di Bengasi ben prima dell'arrivo del personale straniero. La BBC, citata da tutti come modello, fa, appunto... da modello in senso negativo: le accuse vengono presentate come verosimili, il fatto che il risarcimento versato ai parenti dei 56 bambini deceduti finirà per giocare un ruolo fondamentale ("any financial settlement or deal will have a major impact on the council's final decision") viene considerato assolutamente normale, così come il fatto che il governo libico faccia ricorso a questo genere di minacce per estorcere denaro all'Unione Europea. Solo nell'ultima riga il pezzo on line sul sito dell'emittente inglese fa riferimento al fatto che Luc Montagnier ha dichiarato che l'epidemia iniziò nell'ospedale prima dell'arrivo delle infermiere. I pareri dei ricercatori di Lancet, Nature e Science, nonché dell'italiano Vittorio Colizzi, uno dei massimi esperti mondiali di AIDS, non sono neppure citati. Per non parlare della lettera inviata al colonnello Gheddafi nel novembre 2006 da 114 (centoquattordici) premi Nobel in medicina, chimica, fisica e fisiologia. L'impressione è che ancora una volta i media europei tacciano per malinteso senso del politicamente corretto, in ossequio all'atteggiamento arabo e in generale africano di minimizzare per quanto possibile l'epidemia di AIDS e, quanto proprio non se ne può fare a meno, di considerarla una malattia importata nell'Occidente impuro la cui presenza è dovuta esclusivamente ai complotti dei malvagi untori di turno (infatti alcuni parenti delle vittime hanno dichiarato che il contagio dell'ospedale di Bengasi rientra in un piano occidentale per indebolire la Libia e l'islam, come si legge sulla nota Reuters ripresa dal NYT).

aggiornamento: le famiglie dei bambini infettati con il virus dell'Hiv in un ospedale pediatrico di Tripoli hanno cominciato a ricevere gli indennizzi concordati. Questo dovrebbe scongiurare l'esecuzione di cinque infermiere bulgare e un medico palestinesi accusati di aver deliberatamente causato l'infezione. Proprio oggi e' attesa la decisione del Consiglio supremo giudiziario libico sulla commutazione della condanna a morte in pena detentiva da scontare un Bulgaria. La notizia e' stata data dalle famiglie coinvolte. (insomma, se paghiamo il riscatto forse e la cavano...)

postato da: ernestoA alle ore 13:30 | Permalink | commenti (15)
categoria:
venerdì, 13 luglio 2007

«Ho sempre saputo che ero in grado di prendere un qualsiasi grappolo di parole, di lanciarlo in aria per poi vederlo ricadere nel modo giusto. Sono il Paganini della semantica» Truman Capote (beato lui). Ora Garzanti pubblica, con il titolo La forma delle cose, tutti i racconti più cinque inediti. Ne ha parlato ieri Giorgio Montefoschi sul Corriere.

postato da: ernestoA alle ore 16:57 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 12 luglio 2007

Nel frattempo... Vincenzo dice la sua su I compagni del fuoco. Magari non mi crederete, ma il fatto che qualcuno si compri il romanzo, lo legga per fatti suoi, e poi gli venga voglia di parlarne sul suo blog (o anche con gli amici), liberamente e spontaneamente, mi rende più orgoglioso della recensione di un professionista, magari arrivata dopo settimane di rottura di palle telefonica da parte dell'ufficio stampa.

ps Oggi su IBS sconto del 20%

postato da: ernestoA alle ore 09:33 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 11 luglio 2007

La corte suprema libica ha confermato la condanna a morte delle cinque infermiere bulgare (Kristiana Valtcheva, Nassia Nenova, Valia Tcherveniachka, Valentina Siropoulo et Snejana Dimitrova) e del medico palestinese Achraf Jumaa,  accusati di avere volontariamente infettato con il virus dell'AIDS 438 bambini di Bengasi. Per gli esperti internazionali - da Luc Montagnier, uno degli scopritori dell'aids, all'italiano Vittorio Colizzi, ad altri ricercatori interpellati da Science, Lancet e Nature - non c'è alcun dubbio: il virus dell'hiv era già presente nell'ospedale prima dell'arrivo dei sei accusati, nel 1998, e la contaminazione fu dovuta alle pessime, catastrofiche condizioni igieniche e sanitarie. L'avvocato della difesa Othman Bizanti ha anche prodotto documenti per provare che nel 1997 furono registrati a Bengasi 207 casi di contaminazione da virus dell'AIDS, vicenda che fu messa a tacere. Insomma, l'accusa appare palesemente assurda, e la difesa dei sei imputati denuncia il fatto che le loro "confessioni" furono estorte con la tortura. La Bulgaria è un membro dell'Unione Europea: staremo a vedere se nelle dichiarazioni di Bruxelles prevarrà il solito amore del quieto vivere. Aspettiamo al varco anche la politica italiana e la stampa. Vedremo se Repubblica lancerà la solita raccolta di firme, se il governo italiano protesterà e dichiarerà la propria solidarietà alla Bulgaria e ai 6 condannati, se verrano presi provvedimenti, oppure se il fatto che questa follia si appresti ad essere compiuta da un paese arabo - cui notoriamente, Iraq e condanna a morte di Saddam a parte, si perdona tutto - farà scattare il trappolone dell'islamicamente corretto. 

postato da: ernestoA alle ore 10:45 | Permalink | commenti (6)
categoria:
mercoledì, 11 luglio 2007

Ancora sulla questione del "salto nella fede" necessario per praticare la narrativa, questa volta da parte dell'autore. Recupero una mia vecchia (vecchia?) nota su Il complotto contro l'America di Philip Roth.

Amo quest’uomo, gente. E come si farebbe a scrivere narrativa e non amare l’autore che più di ogni altro sulla Terra mostra di credere fino in fondo alla bontà e alla sensatezza del raccontare storie? Ho finito da poco Il complotto contro l’America, e le impressioni sono queste. Inizio a leggere, e immediatamente penso di aver fatto un errore a comprare il libro: di nuovo Newark (ormai la conosco meglio di Torino), di nuovo una famiglia ebrea in un quartiere ebraico, di nuovo un timido e compito alter ego bambino. Tutto già visto, penso. Penso che finirò con l’accantonare ingloriosamente il romanzo, che questa volta il vecchio Philip non ce la farà. Ma poi è tale la convinzione con cui inizia la costruzione di un mondo, e lo sforzo profuso perché sia il più possibile solido, multidimensionale, curato in ogni dettaglio, che metto da parte le mie perplessità e mi sprofondo quasi mio malgrado nella storia di questa famiglia proud-to-be-american che dopo la vittoria dell’isolazionista/neutralista/razzista Charles A. Lindbergh alle presidenziali del 1940 viene a poco a poco cacciata dal paradiso democratico. Non esiste fatica che Philip Roth non sia disposto a compiere pur di costruire un universo narrativo compiuto e credibile. Mentre leggo di dico: ecco come si fa, prendi nota. Tutti i personaggi si espandono senza risparmio, prendono tutto il tempo e lo spazio necessari, ma alla fine eccoli lì, delineati, riconoscibili, inguaribilmente realistici – e cioè artificiali, realizzati con tutti i trucchi necessari perché il lettore venga disposto a credere che un personaggio di romanzo, nient’altro che un castello di parole, possa avere qualche cosa a che vedere con un essere umano in carne ed ossa. Ieri un amico che ha letto Il complotto contro l’America mi diceva: non mi piace Roth perché scrive come un romanziere dell’800. Beh, aveva ragione. Il punto è questo: se ritenete che la narrativa sia sostanzialmente una truffa ai danni del lettore e del linguaggio, allora scaraventate pure dalla finestra i libri di Roth. Se siete ancora disposti a compiere il salto nella fede narrativa nel senso romanzesco/ottocentesco del termine, allora accomodatevi pure con Il Complotto contro l’America. A cui poi, in realtà, non mancano i difetti, e belli grossi. Ma oggi non ne voglio parlare. Tanta esibizione di fiducia in se stesso da parte di uno scrittore settantenne mi annichilisce un po’. Però, gente, I really love this man.

postato da: ernestoA alle ore 09:52 | Permalink | commenti (5)
categoria: