Finito di leggere La busta arancione (1966). I temi: caratteristici di Soldati. Il protagonista segnato da inguaribili manie e malinconie in un punto della sua vita sfiora tangenzialmente l'occasione di liberarsene, rinascere, cominciare a vivere – e l'occasione è, al solito, una donna di un ambiente sociale diverso e immune da ubbie borghesi e tare familiari. Una donna con cui, per un motivo o per l'altro (e certo non vi dirò come e perché qui avvenga), ogni possibilità di legame sfuma senza rimedio nella lontananza e nel rimpianto. In questo romanzo, Soldati porta in primo piano due temi di grandissima forza. Primo, il rapporto con la madre, di tale intensità e morbosità da rendere quasi impossibile al protagonista ogni esperienza sentimentale con altre donne. Per chiarire di che si tratta, niente vale meglio di una delle tante davvero magistrali descrizioni di queste pagine, dove Carlo ormai giunto alla soglia della vecchiaia (e all'altro capo del mondo), ricorda la madre ancora giovane, e vedova, nell'ambiente a lei così congeniale della chiesa, tra ceri ed incensi: ...avevo scelto un banco più indietro, e un po' di fianco, in modo da poter indovinare, nell'oscurità della chiesa appena ravvivata, qua e là, dalla fiamma tremante di qualche cero, non soltanto le note forme, slanciate e rigogliose, le spalle piene, la vita ben modellata dal tailleur all'ultima moda, e la rotondità pronunciata del sedere, ma anche il profilo prepotente e carnoso, che la rete e i nei della voilette addolcivano appena, e che la banda liscia dei capelli neri, sormontata dall'ala del tricorno, anche questo all'ultima moda, incoronavano di una bizzarra, severa autorità.
Stanco di traduzioni e stufo marcio di leggere storie ambientate a New York e dintorni, mi ero proposto un voto niente affatto penitenziale: per un anno solo narrativa italiana (mica solo contemporanea, però). Così avevo fatto scorta di Soldati, Brancati, Nori, Veronesi e altri – li ho tutti in pila sul tavolino. Poi il mio amico Vark mi ha suggerito questo, anticipandomi perfidamente che le prime cento pagine sono tutte di duelli aerei tra Mig-15 e F-86 Sabre nei cieli della Corea. Io dico di no, facendo presente il voto. Ma poi esco e il romanzo di Jed Mercurio è lì che mi aspetta in bella vista su una bancarella di via Po. Allora è destino, impossibile sottrarsi. Ed è pur sempre estate, le ferie si avvicinano, qualche concessione alle proprie passioni infantili (che durano ancora) bisognerà pur farla. Lo compro (insieme a un dvd, Mezzanotte nel giardino del bene e del male) e, rientrato in ufficio, scopro la recensione di Michael Faber sul Guardian: I sovietici amavano i segreti. E se avessero mandato un astronauta sulla Luna e noi non l’avessimo saputo? Sembra la trama di un thriller di consumo: nel migliore dei casi un Crichton, nel peggiore un Dan Brown. E’, invece, il presupposto di una delle più potenti e inusuali creazioni di fiction letteraria che mi sia capitato di leggere da anni. (leggi il resto).
Quando un sequestro finisce con il pagamento di un riscatto e la liberazione dell'ostaggio i giornali scrivono che si è "concluso per il meglio." Naturalmente, non è così. Possiamo dire che si è evitato il peggio, ma a casa mia "conclusione per il meglio" significa liberazione dell'ostaggio senza condizioni e, se possibile, rapitori arrestati, o comunque puniti. Non è andata così (né poteva, del resto) nel caso del rapimento internazionale inscenato dal sempre fantasioso Gheddafi, che dopo aver montato accuse demenziali nei confronti di 5 infermiere bulgare e un medico palestinese, dopo aver loro estorto confessioni con la tortura, dopo averle trattenute in galera per otto anni e dopo aver ripetutamente minacciato l'esecuzione di una condanna a morte, in seguito una trattativa condotta dalla diplomazia famigliare dei Sarkozy si è visto ricompensare da 400 milioni di dollari (che certo non andranno a indennizzare le famiglie dei bambini dell'ospedale di Bengasi colpiti dall'AIDS) e da lucrosi accordi commerciali con l'Unione Europea, che ha così inaugurato un nuovo modo per scegliere i suoi partner. Insomma, si può sapere chi l'ha detto che il crimine non paga? Paga, eccome se paga.
Di Flags of our fathers, alla fine, le scene che ricorderemo meglio sono due: Ira Hayes, l'indiano, il più fragile e traumatizzato dei flag raisers, che grida al vento dal treno in corsa i nomi dei suoi compagni morti; e la corsa dei sopravvissuti del plotone sulla nera sabbia vulcanica di Iwo, i soldati che avvicinandosi al mare si spogliano di vestiti ed equipaggiamento fino a rimanere nudi, tornati per miracolo ragazzi, e i loro sergente che resta a guardarli per un po', elmetto in testa e fucile in spalla, e poi tutto a un tratto si mette anche lui a correre, a spogliarsi, li raggiunge. Per il resto, si può tranquillamente dire che il film, volendo costruire una struttura narrativa basata su piani temporali multipli, fallisce per troppa complicazione, per eccessivo uso di flashback (anche uno dentro l'altro: John Bradley ormai vecchio che ricorda il tour dei sopravvissuti della "foto della bandiera" negli States e loro che, durante ridicole messe in scena ad uso dei civili invitati a sottoscrivere war bonds, hanno inevitabili e dolorose reminiscenze dei combattimenti) e probabilmente, per mancanza di un personaggio in grado di imporsi davvero all'attenzione dello spettatore, come saranno nel più riuscito Letters fom Iwo Jima il generale Kuribayashi interpretato da Ken Watanabe e il soldato Saigo interpretato da Kazunari Ninomiya. Le potenzialità, in teoria, c'erano:da un personaggio come John Bradley, padre dell'autore del libro da cui Eastwood ha tratto il libro, un uomo che per tutta la vita non parlò mai a nessuno di quanto gli era capitato a Iwo Jima e visse il resto della sua esistenza in una cittadina del Wisconsin, nascondendo i suoi incubi e cercando nel suo lavoro e nella cura della famiglia una forma quotidiana di eroismo nella pace; a Mike Strank, il giovanissimo veterano di origine cecoslovacca, adorato dai suoi uomini e ucciso dal fuoco di un cacciatorpediniere americano; alla figura disperata di Ira Hayes, incapace di dimenticare e ridotto all'alcolismo, agli arresti, alla graduale emarginazione. Ma per questo non sarebbero bastate sei ore di film. Flags of our fathers ne dura due, troppo spezzettate nel tempo e nello spazio per riuscire davvero a coinvolgerci.
Sabato Giovanni Tesio ha recensito I compagni del fuoco sul supplemento letterario dell'autorevole quotidiano cittadino. Leggi QUI.
Post lungo e rievocativo, solo per perditempo.
Nell'agosto del 2003, mentre l’indimenticata bolla di caldo africano imperversava sull'Europa, io ed Enrica ce ne stavamo beati in un paese della Valle d'Aosta, al sicuro a 1500 metri di quota. Certo, l'immane massa piramidale del Cervino appariva singolarmente spoglia di neve, e la temperatura serale si spingeva, talvolta, fino ai 18 gradi – torrida per i locali, ma una vera benedizione di frescura per noi fuggiaschi dalla fornace metropolitana, dove solo pochi giorni prima, assistendo a una proiezione de La meglio gioventù-parte prima al cinema Eliseo (aria condizionata guasta, o insufficiente, e fuori si erano sfiorati i 40 gradi), per poco non ci restavamo secchi. Lì, a Valtournenche, quasi ogni giorno facevamo escursioni. La montagna dava sì i primi segni di arsura, ma in compenso percorrendo sentieri appena appena fuori mano e trascurati dalla massa dei gitanti, sbucavano fuori animali di ogni tipo: quell'anno vedemmo volpi e tassi darsela a gambe nei prati, camosci e daini continuare placidamente a brucare al nostro passaggio, stambecchi osservarci con sovrano disprezzo mentre, in equilibrio su una guglia sospesa su uno strapiombo di 500 metri, erano impegnati a leccare un filone di muschio. Mi sentivo tanto Mario Rigoni Stern. Da giorni e giorni non leggevo la posta elettronica. Senonché, un pomeriggio, zaino ancora in spalla, mi infilo nell'edificio del comune e noto che in un angolo c'è un internet point. Mi collego, apro la casella e ci trovo un messaggio del mio editore di allora.

I vizi e le virtù. Recensione agrodolce di Sergio Rotino a I compagni del fuoco uscita su Liberazione Queer, il supplemento libri settimanale di Liberazione:
Già conosciuto per due più che interessanti raccolte di racconti, Chi si ricorda di Peter Szoke? (2003) e Sacra fame dell'oro (2006), e per le brucianti trentaquattro pagine di un altro racconto, "La situazione", inserito all'interno de La qualità dell'aria , antologia curata tre anni fa da Lagioia e Raimo, il tutto edito dalla romana minimum fax, Ernesto Aloia torna a calcare il palcoscenico letterario italiano con I compagni del fuoco , il suo primo lavoro sulla lunga distanza. Un romanzo decisamente corposo che però, nelle quasi quattrocento pagine, conferma i vizi e le virtù di questo autore nato a Belluno nel 1965, ma da sempre residente a Torino... (leggi il resto)
Sulla stessa falsariga, ma un po' meglio, lo stesso Rotino raddoppia sulla rivista on line Fernandel (a pag. 5 accanto al racconto di Annarosa Pederzoli).
La decisione finale sul caso delle sei infermiere bulgare e del medico palestinese (cui la Bulgaria ha concesso la cittadinanza) condannate a morte in Libia è attesa per oggi pomeriggio alle 16. Dispiace vedere come la stampa europea stia trattando il caso: cioè dedicandogli pochissimo spazio e parlando delle accuse libiche come se avessero un senso, quando tutti gli esperti di AIDS consultati hanno dichiarato che il virus HIV era presente e diffuso all'ospedale di Bengasi ben prima dell'arrivo del personale straniero. La BBC, citata da tutti come modello, fa, appunto... da modello in senso negativo: le accuse vengono presentate come verosimili, il fatto che il risarcimento versato ai parenti dei 56 bambini deceduti finirà per giocare un ruolo fondamentale ("any financial settlement or deal will have a major impact on the council's final decision") viene considerato assolutamente normale, così come il fatto che il governo libico faccia ricorso a questo genere di minacce per estorcere denaro all'Unione Europea. Solo nell'ultima riga il pezzo on line sul sito dell'emittente inglese fa riferimento al fatto che Luc Montagnier ha dichiarato che l'epidemia iniziò nell'ospedale prima dell'arrivo delle infermiere. I pareri dei ricercatori di Lancet, Nature e Science, nonché dell'italiano Vittorio Colizzi, uno dei massimi esperti mondiali di AIDS, non sono neppure citati. Per non parlare della lettera inviata al colonnello Gheddafi nel novembre 2006 da 114 (centoquattordici) premi Nobel in medicina, chimica, fisica e fisiologia. L'impressione è che ancora una volta i media europei tacciano per malinteso senso del politicamente corretto, in ossequio all'atteggiamento arabo e in generale africano di minimizzare per quanto possibile l'epidemia di AIDS e, quanto proprio non se ne può fare a meno, di considerarla una malattia importata nell'Occidente impuro la cui presenza è dovuta esclusivamente ai complotti dei malvagi untori di turno (infatti alcuni parenti delle vittime hanno dichiarato che il contagio dell'ospedale di Bengasi rientra in un piano occidentale per indebolire la Libia e l'islam, come si legge sulla nota Reuters ripresa dal NYT).
aggiornamento: le famiglie dei bambini infettati con il virus dell'Hiv in un ospedale pediatrico di Tripoli hanno cominciato a ricevere gli indennizzi concordati. Questo dovrebbe scongiurare l'esecuzione di cinque infermiere bulgare e un medico palestinesi accusati di aver deliberatamente causato l'infezione. Proprio oggi e' attesa la decisione del Consiglio supremo giudiziario libico sulla commutazione della condanna a morte in pena detentiva da scontare un Bulgaria. La notizia e' stata data dalle famiglie coinvolte. (insomma, se paghiamo il riscatto forse e la cavano...)
«Ho sempre saputo che ero in grado di prendere un qualsiasi grappolo di parole, di lanciarlo in aria per poi vederlo ricadere nel modo giusto. Sono il Paganini della semantica» Truman Capote (beato lui). Ora Garzanti pubblica, con il titolo La forma delle cose, tutti i racconti più cinque inediti. Ne ha parlato ieri Giorgio Montefoschi sul Corriere.
Nel frattempo... Vincenzo dice la sua su I compagni del fuoco. Magari non mi crederete, ma il fatto che qualcuno si compri il romanzo, lo legga per fatti suoi, e poi gli venga voglia di parlarne sul suo blog (o anche con gli amici), liberamente e spontaneamente, mi rende più orgoglioso della recensione di un professionista, magari arrivata dopo settimane di rottura di palle telefonica da parte dell'ufficio stampa.
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La corte suprema libica ha confermato la condanna a morte delle cinque infermiere bulgare (Kristiana Valtcheva, Nassia Nenova, Valia Tcherveniachka, Valentina Siropoulo et Snejana Dimitrova) e del medico palestinese Achraf Jumaa, accusati di avere volontariamente infettato con il virus dell'AIDS 438 bambini di Bengasi. Per gli esperti internazionali - da Luc Montagnier, uno degli scopritori dell'aids, all'italiano Vittorio Colizzi, ad altri ricercatori interpellati da Science, Lancet e Nature - non c'è alcun dubbio: il virus dell'hiv era già presente nell'ospedale prima dell'arrivo dei sei accusati, nel 1998, e la contaminazione fu dovuta alle pessime, catastrofiche condizioni igieniche e sanitarie. L'avvocato della difesa Othman Bizanti ha anche prodotto documenti per provare che nel 1997 furono registrati a Bengasi 207 casi di contaminazione da virus dell'AIDS, vicenda che fu messa a tacere. Insomma, l'accusa appare palesemente assurda, e la difesa dei sei imputati denuncia il fatto che le loro "confessioni" furono estorte con la tortura. La Bulgaria è un membro dell'Unione Europea: staremo a vedere se nelle dichiarazioni di Bruxelles prevarrà il solito amore del quieto vivere. Aspettiamo al varco anche la politica italiana e la stampa. Vedremo se Repubblica lancerà la solita raccolta di firme, se il governo italiano protesterà e dichiarerà la propria solidarietà alla Bulgaria e ai 6 condannati, se verrano presi provvedimenti, oppure se il fatto che questa follia si appresti ad essere compiuta da un paese arabo - cui notoriamente, Iraq e condanna a morte di Saddam a parte, si perdona tutto - farà scattare il trappolone dell'islamicamente corretto.
Ancora sulla questione del "salto nella fede" necessario per praticare la narrativa, questa volta da parte dell'autore. Recupero una mia vecchia (vecchia?) nota su Il complotto contro l'America di Philip Roth.
Amo quest’uomo, gente. E come si farebbe a scrivere narrativa e non amare l’autore che più di ogni altro sulla Terra mostra di credere fino in fondo alla bontà e alla sensatezza del raccontare storie? Ho finito da poco Il complotto contro l’America, e le impressioni sono queste. Inizio a leggere, e immediatamente penso di aver fatto un errore a comprare il libro: di nuovo Newark (ormai la conosco meglio di Torino), di nuovo una famiglia ebrea in un quartiere ebraico, di nuovo un timido e compito alter ego bambino. Tutto già visto, penso. Penso che finirò con l’accantonare ingloriosamente il romanzo, che questa volta il vecchio Philip non ce la farà. Ma poi è tale la convinzione con cui inizia la costruzione di un mondo, e lo sforzo profuso perché sia il più possibile solido, multidimensionale, curato in ogni dettaglio, che metto da parte le mie perplessità e mi sprofondo quasi mio malgrado nella storia di questa famiglia proud-to-be-american che dopo la vittoria dell’isolazionista/neutralista/razzista Charles A. Lindbergh alle presidenziali del 1940 viene a poco a poco cacciata dal paradiso democratico. Non esiste fatica che Philip Roth non sia disposto a compiere pur di costruire un universo narrativo compiuto e credibile. Mentre leggo di dico: ecco come si fa, prendi nota. Tutti i personaggi si espandono senza risparmio, prendono tutto il tempo e lo spazio necessari, ma alla fine eccoli lì, delineati, riconoscibili, inguaribilmente realistici – e cioè artificiali, realizzati con tutti i trucchi necessari perché il lettore venga disposto a credere che un personaggio di romanzo, nient’altro che un castello di parole, possa avere qualche cosa a che vedere con un essere umano in carne ed ossa. Ieri un amico che ha letto Il complotto contro l’America mi diceva: non mi piace Roth perché scrive come un romanziere dell’800. Beh, aveva ragione. Il punto è questo: se ritenete che la narrativa sia sostanzialmente una truffa ai danni del lettore e del linguaggio, allora scaraventate pure dalla finestra i libri di Roth. Se siete ancora disposti a compiere il salto nella fede narrativa nel senso romanzesco/ottocentesco del termine, allora accomodatevi pure con Il Complotto contro l’America. A cui poi, in realtà, non mancano i difetti, e belli grossi. Ma oggi non ne voglio parlare. Tanta esibizione di fiducia in se stesso da parte di uno scrittore settantenne mi annichilisce un po’. Però, gente, I really love this man.