Doveva essere la metà degli anni ottanta quando, per caso, su una bancarella di via Po, scovai il libro che mi avrebbe fatto innamorare di Arthur Rimbaud, la biografia scritta da Enid Starkie nel 1947. Il mito dell'uomo dalle suole di vento mi colpì dritto a cuore. Mi innamorai della vita, dell'ambiente, del mito parigino maudit e infine, grazie ai numerosi estratti inseriti nella narrazione dalla studiosa irlandese, della poesia. Per anni non passò giorno senza che io leggessi almeno un brano di Rimbaud. Io, che al liceo avevo studiato inglese, mi gettai con entusiasmo sul francese: andavo al cinema, a teatro, allo snobbissimo Centre Culturel di Torino. Dopo Enid Starkie arrivarono molte altre biografie, ognuna delle quali proponeva una lettura di Rimbaud da un diverso - talora demenziale - punto di vista. Rimbaud esistenzialista, Rimbaud alchimista, Rimbaud studioso di occultismo, Rimbaud socialista-reazionario-superomista-anticlericale- cattolico devoto-utopista-irrazionalista-simbolista-surrealista-dadaista-ermetico-futurista, ce n'era per tutti insomma, senza contare l'insistenza maniacale di Alain Borer sul Rimbaud africano. A poco a poco mi resi conto di un fatto che adesso mi sembra evidente ma che, allora - nel pieno della mia giovanile reverenza libresca - mi pareva inconcepibile: i libri su Rimbaud erano fatti per il 99% di altri libri su Rimbaud variamente rimescolati; ma non solo: era sufficiente che un autore introducesse, magari in mezza riga, un aneddoto, perché questo si propagasse, grazie al copioso proliferare cartaceo, all'infinito e andasse a rimpolpare la leggenda. Anche se gli eventi raccontati non avevano proprio nessun senso. Mi prese la malinconia del rimbaudiano: quello scaffale che a poco a poco si era riempito di opere su Arthur, erano tutte balle. I suoi amici, come Ernest Delahaye - compagno di scuola, poi professore e funzionario del ministero dell'istruzione, la cui memoria si è tramandata grazie esclusivamente ai libri di aneddotica rimbaudiana - raccontavano balle; i suoi ex amici, come Verlaine, che nelle lettere del -78-79 dall'Inghilterra lo scherniva e lo menzionava chiamandolo "Coso", raccontavano balle; i suoi nemici raccontavano balle. Credo sia una sensazione che tutti, cercando di approfondire la vita di un personaggio storico, prima o poi finiscono per provare: ciò che sembrava certo svanisce in fumo. Con Rimbaud, questo è particolarmente evidente, perché tutti hanno cercato di annetterselo, e le mistificazioni cominciarono prima ancora che esalasse l'ultimo respiro, quando già la famiglia si adoperava per presentarlo, lui che aveva sempre detestato i preti, la Chiesa, la dottrina cattolica, come un modello di credente. Non per questo smisi di leggere opere su Rimbaud, o di rileggere quelle che già avevo: solo, mi soffermavo sui personaggi minori della vicenda: la sorella Vitalie, il fratello Frédéric, l'amico Izambard, Delahaye... Soprattutto Frédéric mi incuriosiva. C'era in tutta la sua vita il sigillo della rinuncia in partenza, forse per evitare la delusione del fallimento. Del resto, dice Homer Simpson, "provarci è il primo passo verso il fallimento." Frédéric non ci provò, o ci provò per un tempo brevissimo. Lo vediamo, nei primi anni di scuola, eguagliare gli strabiliianti risultati del fratello, poi arrivare secondo ai premi di retorica, versione latina, composizione... Poi rimane staccato, rapidamente lo vediamo scomparire: secondo Enid Starkie avrebbe deciso, in spregio alla spocchia borghese della madre, di suicidarsi socialmente facendo il carrettiere e sposando una contadina. E poi? Nebbia. Sui fratelli minori dei personaggi maggiori cala spesso la nebbia. Durante un paio di viaggi nelle Ardenne cercai, anche tramite il Musée Rimbaud di Charlevile-Mezières, di avere notizie del fratello carrettiere del poeta. Poi dimenticai Frédéric, e quella sua confusa protesta autolesionista contro la terribile madre. Ma di recente ho scoperto di non essere l'unico suo fan: ho trovato un suo profilo su questo libro, insieme a quelli di tanti altri fratelli di fratelli famosi. Inoltre uno degli autori, Franco Bungaro, questa estate è partito verso le Ardenne a caccia di tracce federiciane, ha aperto un blog e promette di tenerci informati sulle tappe della ricerca. Per ora siamo ad Attigny, "paese di lupi".