mercoledì, 26 settembre 2007

Il fascino del nucleare. Non si direbbe, trattandosi di un bassotto malrasato vestito alla buona, ma la superpotenza del fascino del leader iraniano è tale che le donne d'occidente, davanti a lui – o al suo solo pensiero – perdono la testa e smarriscono le coordinate spaziali. Così, al tg3 si può ammirare Giovanna Botteri velata (a New York!) davanti al boss della repubblica islamica nella più classica delle interviste in ginocchio. Per tacere dell’intervista successiva ai rabbini antisionisti… E che dire della perfida superfemmina del New York Times, la rossa Maureen Dowd che nell’editoriale di oggi se la prende con Bush perché l’accoglienza della stampa americana ad Ahmadinejad non è stata delle migliori e perché i cittadini non l’hanno festeggiato a dovere. Il governo, parrebbe, avrebbe dovuto censurare la stampa. Forse Maureen, rapita, credeva di essere in Iran.

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martedì, 25 settembre 2007
Rettifica: l'incontro Nuova narrativa torinese previsto alle 14.30 di domenica 30 settembre sarà in Galleria Subalpina, non in piazza San Carlo.
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venerdì, 21 settembre 2007

Speriamo che non sia Philip Roth.

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mercoledì, 19 settembre 2007
Presentazioni e simili: anzitutto, domani alle 18 alla Fnac di via Roma ci saremo io ed Elena Stancanelli a parlare del suo A immaginare una vita ce ne vuole un'altra (minimum fax). Domenica 30 settembre alle 14.30 in piazza San Carlo il sottoscritto interverrà alla discussione sulla nuova narrativa torinese coordinata da Alessandra Montrucchio. L'11 ottobre, ore 18, presentazione de I compagni del fuoco al Circolo dei Lettori (via Bogino 9), con Giovanni Tesio.
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mercoledì, 19 settembre 2007
Effecci ha letto I compagni del fuoco, e ne parla bene. L'autore ringrazia sentitamente. Paolo Cacciolati su BDM invece non è convinto. La sua critica solleva un problema nel rapporto tra romanzo e lettore: è davvero, sempre, necessario, che si crei quell'effetto di immedesimazione con i personaggi a cui Cacciolati allude e che sarebbe (dico: sarebbe, secondo lui) assente ne I compagni del fuoco?
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mercoledì, 19 settembre 2007

Doveva essere la metà degli anni ottanta quando, per caso, su una bancarella di via Po, scovai il libro che mi avrebbe fatto innamorare di Arthur Rimbaud, la biografia scritta da Enid Starkie nel 1947. Il mito dell'uomo dalle suole di vento mi colpì dritto a cuore. Mi innamorai della vita, dell'ambiente, del mito parigino maudit e infine, grazie ai numerosi estratti inseriti nella narrazione dalla studiosa irlandese, della poesia. Per anni non passò giorno senza che io leggessi almeno un brano di Rimbaud. Io, che al liceo avevo studiato inglese, mi gettai con entusiasmo sul francese: andavo al cinema, a teatro, allo snobbissimo Centre Culturel di Torino. Dopo Enid Starkie arrivarono molte altre biografie, ognuna delle quali proponeva una lettura di Rimbaud da un diverso - talora demenziale - punto di vista. Rimbaud esistenzialista, Rimbaud alchimista, Rimbaud studioso di occultismo, Rimbaud socialista-reazionario-superomista-anticlericale- cattolico devoto-utopista-irrazionalista-simbolista-surrealista-dadaista-ermetico-futurista, ce n'era per tutti insomma, senza contare l'insistenza maniacale di Alain Borer sul Rimbaud africano. A poco a poco mi resi conto di un fatto che adesso mi sembra evidente ma che, allora - nel pieno della mia giovanile reverenza libresca - mi pareva inconcepibile: i libri su Rimbaud erano fatti per il 99% di altri libri su Rimbaud variamente rimescolati; ma non solo: era sufficiente che un autore introducesse, magari in mezza riga, un aneddoto, perché questo si propagasse, grazie al copioso proliferare cartaceo, all'infinito e andasse a rimpolpare la leggenda. Anche se gli eventi raccontati non avevano proprio nessun senso. Mi prese la malinconia del rimbaudiano: quello scaffale che a poco a poco si era riempito di opere su Arthur, erano tutte balle. I suoi amici, come Ernest Delahaye - compagno di scuola, poi professore e funzionario del ministero dell'istruzione, la cui memoria si è tramandata grazie esclusivamente ai libri di aneddotica rimbaudiana - raccontavano balle; i suoi ex amici, come Verlaine, che nelle lettere del -78-79 dall'Inghilterra lo scherniva e lo menzionava chiamandolo "Coso", raccontavano balle; i suoi nemici raccontavano balle. Credo sia una sensazione che tutti, cercando di approfondire la vita di un personaggio storico, prima o poi finiscono per provare: ciò che sembrava certo svanisce in fumo. Con Rimbaud, questo è particolarmente evidente, perché tutti hanno cercato di annetterselo, e le mistificazioni cominciarono prima ancora che esalasse l'ultimo respiro, quando già la famiglia si adoperava per presentarlo, lui che aveva sempre detestato i preti, la Chiesa, la dottrina cattolica, come un modello di credente. Non per questo smisi di leggere opere su Rimbaud, o di rileggere quelle che già avevo: solo, mi soffermavo sui personaggi minori della vicenda: la sorella Vitalie, il fratello Frédéric, l'amico Izambard, Delahaye... Soprattutto Frédéric mi incuriosiva. C'era in tutta la sua vita il sigillo della rinuncia in partenza, forse per evitare la delusione del fallimento. Del resto, dice Homer Simpson, "provarci è il primo passo verso il fallimento." Frédéric non ci provò, o ci provò per un tempo brevissimo. Lo vediamo, nei primi anni di scuola, eguagliare gli strabiliianti risultati del fratello, poi arrivare secondo ai premi di retorica, versione latina, composizione... Poi rimane staccato, rapidamente lo vediamo scomparire: secondo Enid Starkie avrebbe deciso, in spregio alla spocchia borghese della madre, di suicidarsi socialmente facendo il carrettiere e sposando una contadina. E poi? Nebbia. Sui fratelli minori dei personaggi maggiori cala spesso la nebbia. Durante un paio di viaggi nelle Ardenne cercai, anche tramite il Musée Rimbaud di Charlevile-Mezières, di avere notizie del fratello carrettiere del poeta. Poi dimenticai Frédéric, e quella sua confusa protesta autolesionista contro la terribile madre. Ma di recente ho scoperto di non essere l'unico suo fan: ho trovato un suo profilo su questo libro, insieme a quelli di tanti altri fratelli di fratelli famosi. Inoltre  uno degli autori, Franco Bungaro, questa estate è partito verso le Ardenne  a caccia di tracce federiciane, ha aperto un blog e promette di tenerci informati sulle tappe della ricerca. Per ora siamo ad Attigny, "paese di lupi".

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lunedì, 17 settembre 2007
A ognuno una parola, la preferita: finalmente è online il Dizionario affettivo della lingua italiana di 'Tina, a cura di Matteo B. Bianchi e di un buon numero di scrittori italiani, tra cui il sottoscritto.
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venerdì, 14 settembre 2007

New Italian Journalism: Mastella con americani contro Al Qaeda? Sulla Stampa di oggi si viene a sapere che dei "leader sanniti" si sono alleati con gli americani per combattere Al Qaeda; sulla stessa Stampa poi, Gramellini definisce Mastella "notabile sannita." Farà parte, Clemente, della schiera dei leader antiterrorismo?

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mercoledì, 12 settembre 2007
Prossimamente. Annunciato un nuovo video di Osama Bin Laden. Ormai ne rilascia uno al giorno: ma perché non apre un blog come Beppe Grillo?
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mercoledì, 12 settembre 2007
Ancora l'allarmismo, malattia senile del giornalismo. Dai titoli dell'edizione del TG3 di ieri alle 19: Ci aspetta un altro inverno al freddo e al buio... Vedere e ascoltare per credere. (cliccare in basso a sinistra).
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mercoledì, 12 settembre 2007
Il trasloco, cioè casa tua che si espande e va a riempire un numero tendente all'infinito di scatole di cartone, e le tue giornate che si restringono. Saltano fuori libri che non vedevi da cent'anni, appunti, la traduzione di una poesia di Emily Dickinson fatta con una Olivetti Lettera 22 e l'inizio di una traduzione di un saggio di René Etiemble su Rimbaud (il quale, detto per inciso, non traslocava mai), e quando cominci a essere stanco ma proprio stanco, a poco a poco tutto quello che ti capita sottomano si trasforma in ciarpame da ridurre, compattare, compostare. E tutto il tempo che passi così, sospeso tra una casa e l'altra, è tempo senza valore sospensione, tempo morto. Forse per questo nei libri e nei film nessuno trasloca mai. Il cinema, diceva Truffaut, è la vita senza i tempi morti.
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martedì, 11 settembre 2007

Blogdegradabile scopre, e apprezza, il vecchio Peter Szoke.

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mercoledì, 05 settembre 2007

Piemme, l'editore schizofrenico. (va beh, ne ha già parlato il Foglio, ma io questo l'avevo scritto ieri). Dopo l’11 settembre 2001 il “saggio contro l’America” è diventato uno dei generi trainanti dell’editoria europea e l’Italia, almeno in questo campo, non è rimasta indietro. Giorno dopo giorno, una messe di titoli ha accusato gli Stati Uniti di ogni misfatto concepibile tranne (per ora) l’estinzione dei dinosauri e la diffusione delle allergie infantili. Quest’anno, avvicinandosi la data dell’anniversario, a guidare la volata è l’editore monferrino Piemme, che ha avuto la brillante idea di fare uscire pressoché in contemporanea due saggi, uno pro e uno contro le teorie del complotto – e, ahimè, vi lascio indovinare quale sarà il più pubblicizzato, recensito, citato, riassunto, coccolato dall’informazione. Parliamo di Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso, di autori vari e a cura di Giulietto Chiesa, e di 11/9. La cospirazione impossibile, di autori vari e a cura di Massimo Polidoro.
Zero mobilita tutta la compagnia di giro del complottismo mondiale – un club che per l’ammissione non richiede competenze particolari, visto che ci troviamo, tra gli altri, medievisti (Franco Cardini), filosofi (Vattimo), giornalisti (Jürgen Elsässer), economisti (Modugno e Chossudovsky), politici in pensione (l’ex leader socialdemocratico Helmuth Schmidt), registi (di documentari sulle “menzogne dell’11/9”: Barrie Zwicker), scrittrici di narrativa (Lidia Ravera). Una galleria in cui il personaggio più pittoresco è probabilmente il fisico americano Steven E. Jones, che da anni va sostenendo che le torri del Word Trade Center furono demolite con l’uso di esplosivi, sicuramente più noto per gli studi in cui “dimostra”come alcune incisioni Maya attestino la visita di Gesù in America che per i suoi (scarsi) apporti alla realizzazione della fusione fredda. Quale che sia la campana, la musica è sempre la stessa: Belzebush, l’arcidiavolo Dick Cheney e la cricca dei neoconservatori (qua e là definiti “pazzi fascisti” e “la rete dei farabutti”) hanno organizzato un gigantesco complotto per scatenare la loro campagna di annessione del mondo agli Stati Uniti con la scusa del “cosiddetto terrorismo internazionale.” E’ già stato notato che i metodi dei complottisti dell’11 settembre somigliano molto a quelli dei negazionisti dell’Olocausto analizzati da Pierre Vidal-Naquet più di vent’anni fa nel suo Gli assassini della memoria: balle propriamente dette, mezze verità, uso selettivo della documentazione, strumentalizzazione di incongruenze marginali nelle testimonianze per cercare di confutare in toto la versione dell’avversario. E proprio quello che Vidal-Naquet fece a Faurisson e compagni la pattuglia guidata da Polidoro fa ai complottisti riuniti da Giulietto Chiesa. I numerosi contributi di 11/9. La cospirazione impossibile rappresentano una ragguardevole opera di “sbufalamento” (per usare la pittoresca espressione di uno degli autori, Paolo Attivissimo). Le tesi dei complottisti sono confutate con l’aiuto di rapporti e pareri tecnici e con una massa di materiale che va ben oltre quello disponibile sul volume del rapporto della commissione americana sull’11/9. Esemplare in questo senso ci sembra il capitolo di Francesco Grassi sull’attacco al Pentagono, l’evento che scatenò l’ondata complottista della prima ora, quella francese guidata da Thierry Meyssan. Qui tutta l’approssimazione, la malafede, la volontà di manipolare le prove dei negazionisti dell’11 settembre vengono alla luce. Loro dicono: non si vede il punto d’impatto, e il punto d’impatto si vede – basta cercarsi le foto: sono su internet. Loro dicono: l’edificio non è stato danneggiato che superficialmente, e invece i danni si estendono al terzo anello del palazzo, una massiccia costruzione di cemento armato. Loro dicono: non si sono nemmeno rotte le finestre. Ed esiste (solo che i complottisti si guardano bene dal farlo presente) una foto che mostra come, per sollevare una sola delle finestre antiesplosione del Pentagono, sia necessaria una gru. Pesa, infatti, una tonnellata. Loro dicono: non c’è traccia dei rottami dell’aereo, e invece i frammenti si vedono eccome. Ma, come nota Umberto Eco, la sindrome del complotto è vecchia quanto il mondo, e la sua capacità di fascinazione irresistibile.
Per smontare le teorie complottistiche, ma anche per comprendere le dinamiche della loro formazione e diffusione, 11/9. La cospirazione impossibile si rivela dunque uno strumento utilissimo. Tanto utile, sospettiamo, che l’editore – ritenendo forse che la contemporanea pubblicazione di un volume di congetture fantasiose sulle trame ordite dalla “rete dei farabutti” non bastasse a garantirgli sufficienti credenziali antiamericane – ha ritenuto opportuna l’aggiunta di una postfazione di Piergiorgio Odifreddi che accumula illazioni gratuite e affermazioni francamente sorprendenti per il loro infantilismo per concludersi – con buona pace del matematico/polemista tutti i salmi finiscono in gloria - con l’augurio pochissimo velato che ai responsabili dell’occupazione dell’Iraq venga riservata la stessa sorte toccata a Saddam Hussein. Roba da far cascare le braccia. A questo punto il dilemma è: un editore che sente il bisogno di scusarsi implicitamente per aver pubblicato un bel libro, e che per questo decide di aggiungervi sette paginette livorose e sconclusionate a firma di un autore di bestseller, merita ancora di farci sborsare i sedici euro e mezzo del prezzo di copertina? A nostro avviso sì, anche perché –  e pare davvero incredibile, a fronte dell’Everest cartaceo pubblicato sull’altro fronte – l’opera in questione è finora l’unica, dicesi l’unica, confutazione delle teorie del complotto sull’11 settembre scritta in Italia.
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mercoledì, 05 settembre 2007

Questa città non è più la stessa. Un tempo, una delle cose che più mi rattristavano al ritorno dalle ferie era ritrovare l'immutabile cielo bianco latte torinese accompagnato dalla solita cappa d'afa. Adesso, in questi giorni, c'è un sereno limpidissimo, una brezza mutevole e fresca. Ora, io capisco le olimpiadi, capisco la ristrutturazione del quadrilatero una volta fatiscente e puzzoso e malfrequentato e la sua trasformazione nel ristorantodromo cittadino, capisco i nuovi edifici degli architetti di grido, le fiction e i film girati qui, capisco che da "grigia e fredda" che era Torino sia improvvisamente e inaspettatamente diventata la glamorous Turin, insomma capisco il cambiamento, mica sono il solito reazionario con lo sguardo sempre fisso all'età (passata) dell'oro: però, visto che l'inverno è stato degno della Costa Azzurra, la primavera stupenda, l'estate atlantico-bretone - il clima, il tempo, dico, come diavolo avranno fatto a cambiarlo?

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lunedì, 03 settembre 2007
E rieccoci alla tastiera. Che, a onore del vero, rivede oggi la luce dopo quattro settimane di impacchettamento nella sua brava borsa per laptop: eh sì, per tutto questo tempo non ho digitato una sillaba – che differenza con le vacanze dell'anno scorso, con il finale dei Compagni del fuoco ancora in ballo e tante mattinate trascorse alla scrivania. Questa volta, niente. Ho preso, beninteso, delle note, ma su un taccuino, e non è che sia rimasto del tutto inattivo: il 21 agosto sono stato intervistato da Fahrenheit nella semideserta sede RAI di Bologna, quartiere fiera inzuppato da una pioggerella moscia e sospeso in una twilight zone svuotata di presenze umane – a proposito di Twilight Zone, ricordate l'episodio (La barriera della solitudine) in cui l'astronauta si ritrovava in una città completamente vuota? Beh, il quartiere fiera non è che fosse tanto diverso – un po' come farsi una passeggiata all'Eur alle dieci di sera.Comunque sia, la narrativa è andata a rilento e le uniche letture di questo periodo sono state Caos calmo di Veronesi e un racconto lungo di Soldati pubblicato da Sellerio, La finestra, decisamente minore. Sul primo autore, premiato con lo Strega 2006, confermo tutte le mie riserve: ogni volta parte come un Eurostar, poi si perde per strada come un regionale qualsiasi, gira in tondo, la forza dello spunto iniziale si affievolisce. Era successo con La forza del passato; è accaduto di nuovo con Caos calmo. L'inizio ricorda un po' il McEwan dell'Amore fatale: il protagonista che di colpo, da una situazione di assoluta ordinarietà, si ritrova a lottare per la vita sua e altrui: qui si tratta del salvataggio di un estranea che sta per annegare tra le onde agitate della Versilia. Questa sì che è un ottima scena, con i due fratelli cui basta scambiarsi un'occhiata per trovarsi immediatamente riportati alla condizione originaria della giovinezza, l'ignoranza ancora non incrinata della propria mortalità. Così, sicuri di essere immortali e di uscirne vincitori, superano di slancio la folla dei pavidi e si lanciano al salvataggio delle due donne (già, sono due, una per uno), che ormai sono già allo stremo delle forze. Non è che avessi proprio deciso di leggere questo libro, ma l'ho aperto, ci ho gettato un'occhiata e questa scena mi ha convinto (e il fatto che poi abbia proseguito la lettura fino alla fine, in fondo, viene a mitigare le mie obiezioni di prima). Peraltro, sul piano strettamente tecnico, la particolare tecnica di salvataggio a spinta pelvica descritta da Veronesi ("Le sto dando dei gran colpi di cazzo sul culo, ecco cosa sto facendo con tutte le mie forze, tenendole imprigionate le braccia da dietro...") mi lascia perplesso: davvero si può riuscire a salvare qualcuno così? Ma la scena, dicevamo, è propulsiva, dunque tanto di cappello. Che poi, però, nel corso degli innumerevoli capitoli in cui il suo protagonista rimasto vedovo staziona davanti la scuola della figlia e riceve la visita via via di tutti i suoi colleghi della sua azienda coinvolta in una megafusione, arranca.
Languendo la narrativa, sono finito sulla storia. Aver scritto due quarte di copertina per la BUR (Una vita di Maupassant e Thérèse Raquin di Zola) mi ha fruttato un compenso in libri BUR. Tra questi, il fondamentale La guerra nel Pacifico di Bernard Millot, di cui ho letto subito i capitoli su Guadalcanal. Il che mi ha portato a rivedere, dopo anni, La sottile linea rossa, gran film di cui però parleremo nei prossimi giorni.
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