martedì, 30 ottobre 2007

L'antisemita eterno. "Voi Ebrei fate tutto per farvi odiare. A che pro infangare il Nome di Padre Pio, segno di devozione di milioni di cattolici, che Le ha fatto Padre Pio? per infangarlo, per farvi odiare di nuovo e disprezzare, non aveva Lei altri argomenti di cui scrivere? Non c'è verso che impariate la lezione: distruzione di Gerusalemme e del Tempio, diaspora, shoah, persecuzioni ecc. (e me ne dispiace) niente da fare siete Gente di dura cervice come vi chiama Gesù, cattivi dentro e brutti fuori come i rossi, di cui siete emuli, stessa pasta. Brutta gente, e peraltro un libro pieno di fesserie e falsità." (Corriere)

Chissà come avrà fatto il tizio in questione a leggere il libro di Sergio Luzzatto su Padre Pio, che è uscito oggi? Avrà potuto consultarlo in bozze, oppure si sarà affidato alla pure e semplice logica della autodifesa del gruppo - in questo caso i fedeli del supersanto di San Giovanni Rotondo, il frate dei VIP - che prevede l'automatica aggressione dello scocciatore e, non potendo più passare alle vie di fatto (chissà quanto questi buoni cristiani invidiano i musulmani, cui ancora non è teoricamente preclusa questa possibilità), una bella ripassata di manganello verbale?

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martedì, 30 ottobre 2007

Avete mai visto Distraction di Teo Mammucari, la trasmissione in cui i concorrenti si sottopongono a umiliazioni e ordialie varie pur di porre per qualche minuto le loro facce al centro del rettangolo magico televisivo? Non l’avete visto? Statene lontani. Gli sfigati aspiranti famosi, infatti, non sono la cosa peggiore dello show: c’è il conduttore, e ci sono gli ideatori del programma, che hanno pensato bene di affiancarlo alla bella Nina Senicar, già miss Yugoslavia ed ex fiamma di vari semidei televisivi. Bene, direte, una scosciatona di più o di meno, che differenza fa? Anche gli ideatori e il geniale Teo devono averla pensata così, e dunque se ascoltate la voce della Senicar (io l’ho fatto alla radio stamattina seguendo il programma di Gianluca Nicoletti su Radio24) vi accorgerete che è quella inconfondibile di un transessuale, un trans, un transone, un travesta o in qualunque altro modo vengano chiamate le creature ormonalmente modificate che per motivi solo in parte oscuri (e certamente per quel loro residuo di mascolinità – che può essere anche piuttosto consistente) fanno impazzire gli italiani, come dimostrano gli ingorghi sui viali dove si concentra quel tipo di particolare offerta sessuale, il caso Lapo Elkann, nonché il caso Sircana. C’è poco da fare, insomma, sembra che uno dei nuovi sogni degli italiani sia una donna con qualcosa sotto. Questo non poteva sfuggire agli incliti ideatori, né al brillante conduttore – e dunque la bella Nina nel programma ha l’inconfondibile voce del transessuale, fatto che non ha mancato di scatenare discussioni su cosa ci fosse sotto, rinfocolando l'attenzione sul programma. Ebbene, cosa c’è sotto? Nient'altro che un microfono che le abbassa la normale tonalità di voce di quattro semitoni: se la ascoltate al naturale quella della Senicar è la voce di una valletta strafiga straniera qualsiasi. Ma di quelle in tv ce n’è già a vagonate, senza contare che il vocione da transessuale permette al Mammucari di scatenarsi in tutta la gamma di allusioni e doppi sensi da bar dello sport di cui è maestro indiscusso. Come sono lontani i tempi di Video killed the Radio star. Adesso la televisione viene voglia di buttarla dalla finestra. L’unica cosa che la trattiene è il cavetto che la collega al lettore dvd.

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mercoledì, 24 ottobre 2007

Fine dell’autarchia. Stimolato da certe osservazioni su I Compagni del Fuoco che pure volevano essere complimenti (“Bello, non sembra neanche un romanzo italiano”), mi ero ripromesso, per ripicca, di leggere per qualche mese solo autori nazionali, contemporanei e no. Poi, incontrandone qualcuno, di questi autori nazionali contemporanei, ho dovuto constatare che oltre a lamentarsi in continuazione (cosa che del resto faccio anch'io) si comportavano né più né meno come il vituperato pubblico: “Se devo scegliere a scatola chiusa tra un italiano e un americano scelgo l’americano, e che so’ matto?” E allora, perché mai dovrei iniziare Il dolore secondo Matteo di Veronica Raimo (esempio a caso, non me ne voglia l'autrice) e mettere da parte La strada di Cormac McCarthy? E chi sono io, il più fesso? Tra parentesi, sto leggendo L'odore del sangue di Goffredo Parise (ottima introduzione qui). Poi dovrò tornare, per motivi di lavoro (ma con piacere) sul Giardino dei Finzi-Contini di Bassani e sulle Correzioni di Franzen. Poi si vedrà.

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martedì, 23 ottobre 2007

Scrittori cui non va il Nobel. Come Martin Amis, di cui la settimana scorsa Vanity Fair ha pubblicato, con una certa cautela, un "lungo articolo"  (tempo di lettura 18 minuti secondo gli standard di VF) sul radicalismo islamico come ultimo dei grandi totalitarismi nati del XX secolo, cui lo accomunano elementi come l'irrazionalismo, il culto della morte, la scomparsa del valore dell'individuo nella prospettiva del trionfo della causa. In questo senso, come Paul Berman, egli utilizza la categoria di "islamofascismo." Prometto di rendervi disponibile questo articolo non appena metterò le mani su uno scanner funzionante. Nel frattempo - ma vi averto che vi occorrerano ben più di 18 minuti - potete andare a leggervi il vero e proprio saggio The age of Horrorism che Amis scrisse nel 2006 in occasione della commemorazione dell'11 settembre. Come Berman, Amis si è sorbito i trenta e passa volumi di All'ombra del Corano di Sayyd Qutb (tradotti in inglese), ma rispetto allo studioso americano lo ha fatto con piglio ben diverso: non da intellettuale rispettoso di un'opera monumentale, ma da scrittore satirico irrispettoso di un tizio che ben presto si rivela un sessuofobo misogino e logorroico. Sayyd Qutb è forse l'intellettuale che si impegnò di più a fornire all'islam estremista: secondo lui l'Occidente non è pericoloso perché vuole soggiogare l'islam o perché lo minaccia militarmente o economicamente, ma perché intende sedurlo. Satana, del resto, è un seduttore. A maggior ragione il Grande Satana. Nella terra del Grande Satana, a Greeley, Colorado, Qutb abitò per due anni per motivi di studio (era incaricato dal governo egiziano di documentarsi sul sistema educativo americano) ricavandone un profondo, invicibile disgusto per il modo di vivere occidentale. Domina, su ogni altro sentimento, la paranoia sessuofobica: già sul piroscafo che lo portava negli USA, Qutb racconta di come una sera una donna seminuda (probabilmente vestita da sera, nota per i non integralisti) abbia cercato di fare irruzione nella sua cabina, e di come egli abbia valorosamente resistito all'assalto; enorme la sua repulsione e il suo stupore quando poi, malato, viene ricoverato in ospedale e scopre che  - orrore - le infermiere sono donne, e che donne. Il suo racconto trasuda lo stessa esplosiva miscela di orrore e attrazione che contraddistingue i sermoni di quei domenicani che, nei manuali per confessori del Settecento, mettevano in guardia contro la donna-basilisco (la donna, cioè, cui basta un'occhiata per spedire all'inferno l'anima di un uomo innocente e pio.) Ecco le infermiere di Qutb: "le labbra bramose, il petto rigonfio, le lisce gambe, le maniere civettuole ("l'occhio ammiccante, la risata provocante"). Tra l'altro, nello stesso ospedale Qutb ha, evidentemente, una crisi allucinatoria: egli dichiara di aver visto il personale far festa alla notizia di Hasan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani (nonno tra l'altro, di Tariq Ramadan). Neanche lo sfiora il dubbio che a Greeley, Colorado, nel 1949, Hasan al Banna non fosse tra i personaggi più conosciuti... Ma lasciamo Qutb alle sue turbe ormonali e passiamo a un altro aspetto, curioso, dello scritto di Amis: le citazioni da Donald Rumsfeld. Perché Amis cita quest'uomo che gli sta tanto evidentemente sulle scatole? Come saprete Donald Rumsfeld non è noto solo per il suo caratteraccio, la sua arroganza tetragona davanti alle critiche e per essere stato tra gli architetti della invasione dell'Iraq e tra i non-architetti dell'occupazione, ma anche per il suo gusto dei giochi verbali - presto battezzati rumsfeldismi -che nelle febbrili riunioni delle settimane successive all'11 settembre 2001 mandavano spesso in bestia i suoi interlocutori. Amis, da parte sua, è uno scrittore a sua volta dedito a giochi di parole, beffe linguistiche, disseminazione di nomi parlanti o assurdi. Solo un autore capace di chiamare un suo personaggio femminile "He" e un altro "And" (Yellow Dog) poteva trovare divertenti i calembour dell'uomo nero Rumsfeld sulla minaccia terroristica, roba del genere: "'The message is: there are known "knowns". There are things that we know that we know. There are known unknowns. That is to say, there are things that we know we don't know. But there are also unknown unknowns. There are things we don't know we don't know.' E ancora, in una successiva riunione cui fa riferimento Bob Woodward nel suo Plan of attack (non l'ho letto, ma se era come Bush at war è meglio lasciar perdere...): 'We know what we know, we know there are things we do not know, and we know there are things we know we don't know we don't know.' Rimangono fuori solo le things we don't know that we know, verrebbe da dire, le cose che non sappiamo di sapere, che talvolta sono le più importanti. Ad ogni modo a un anno dalla pubblicazione The age of horrorism, in seguito ad alcune prese di posizione pubbliche di Amis sull'islam radicale è stato colpito dall'anatema dell'islamofobia, questo concetto fantasma che ha preso il posto del "fascista" degli anni settanta, buono per tutti gli usi. A lanciarlo, Terry Eagleton, docente di Teoria della cultura, una di quelle tipiche figure di marxisti pronti fino a ieri, a sputacchiare sull'oppio dei popoli, ora diventati inflessibili tutori del rispetto dovuto alla religione musulmana in tutte le sue manifestazioni (anche, verrebbe da dire, le più esplosive), che dopo aver a lungo farneticato sulla nascita di una quinta colonna britannica dei neocons (blitcons: british literary neocons, cioè Salman Rushdie, Martin Amis e Christopher Hitchens) è passato qualche giorno fa alle offese personali con questa elegante dichiarazione su Kingsley Amis, padre di Martin: “un razzista, un bifolco antisemita, un beone, uno che disprezzava se stesso e insultava le donne, i gay e i liberal" per poi aggiungere che evidentemente "Amis fils" aveva imparato da lui molto di più di come buttar giù una bella frase. In Italia, di tutto il dibattito (che sta coinvolgendo anche Salman Rushdie) ha dato notizia solo il Manifesto, naturalmente per rilanciare le accuse di Eagleton lavorando di fantasia per creare aggiunte "islamofobiche" assenti dal testo di Amis. Sugli altri giornali, silenzio totale. Ha ragione il poeta: tutto il resto è noia.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

Di solito a delirare sono i premi Nobel per la pace o per la letteratura, ma James Watson, premiato nel 1950 per la scoperta della struttura del DNA, sembra fare eccezione. Leggo sul Corriere: Watson si dice pessimista «Per le prospettive del continente africano, dal momento che tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia pari alla nostra, mentre tutti i test lo smentiscono».

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lunedì, 15 ottobre 2007
Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre Maura Murizzi intervista il sottoscritto su I compagni del fuoco. Il testo è disponibile qui. Buona lettura.
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giovedì, 11 ottobre 2007

Mortalmente serio, il XX secolo. Ovvero delle fotografie che capitano sotto mano durante un trasloco. In questa foto, primo a sinistra, si vede mio nonno nell’uniforme del Regio Esercito (notare la bandiera sabauda al capo opposto della tavolata). L’immagine risale probabilmente ai primi anni di guerra, mentre è impossibile assegnarle una qualsiasi localizzazione. Mio nonno nacque nel 1914, perse la madre nell’epidemia di spagnola che imperversò in Europa e negli Stati Uniti tra il 1918 e il 1919. Nel 1936 fu in Spagna come lavoratore civile (autista di camion) al seguito dei “volontari” italiani che sostenevano il generale Franco contro il governo legittimo: guadagnava le fatidiche 1000 lire al mese (tra l'altro, quasi esattamente 1000 euro attuali, e con l'aria che tirava allora in paese non era poco). Rientrato in Italia, fu quasi subito arruolato, poi congedato, poi – quando l’ora delle decisioni irrevocabili bussò sul cielo della nostra patria – richiamato con l’incarico di autista di ambulanza (notare la croce rossa che sovrasta la bandiera italiana). Fu spedito nelle zone occupate dell’ex Jugoslavia, dove lo sorprese l’8 settembre. Catturato dai tedeschi, subì il trattamento riservato ai traditori italiani e divenne uno dei milioni di schiavi che contribuivano al funzionamento dell’economia di guerra tedesca. Lavorò ad Aquisgrana, in una fabbrica che costruiva eliche per aerei. La città veniva frequentemente bombardata. Le razioni dei prigionieri erano misere, ma un vecchio capomastro tedesco aveva preso a benvolerlo e ogni giorno ordinava a mio nonno di ripulirgli l’armadietto “alla perfezione”, insistendo che non voleva trovarci dentro neanche una briciola: sui ripiani c’erano pane nero, marmellata, cioccolata. In seguito il prigioniero fu trasferito in una fattoria dell’est della Germania, dove fu “liberato” dall’Armata Rossa. Fu tra l’altro, testimone di un attacco russo che si concluse con l’esecuzione, sul posto, di tutti i tedeschi che avevano minimamente esitato a gettare le armi (gli altri, ricordava, se la cavarono con un calcio nel sedere). Dopo quella tedesca, approfittò dell’ospitalità sovietica, che si rivelò di poco migliore. D’altra parte, se per i primi era un traditore, per i secondi si trattava pur sempre di un ex nemico e aggressore. Liberato dopo qualche mese, rientrò in Italia e al suo paese con un viaggio di settimane a piedi, tra città, ponti e ferrovie bombardate. Rientrò a casa una notte, lacero, sporco ed emaciato: sua figlia (mia madre) non lo riconobbe e scoppiò a piangere. Per tutta la vita considerò sempre tedeschi e russi con una profonda diffidenza e fastidio aggravato dalla circostanza di vivere in un paese della Romagna in cui, nei primi anni ’50, il partito comunista dominava e la Russia era considerata il paradiso in terra.
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mercoledì, 10 ottobre 2007
Nell'Absurdistan britannico, nel frattempo, si intensificano i segnali della follia dilagante. Leggete qui, e orripilate.
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mercoledì, 10 ottobre 2007

Su Il primo amore il vate Antonio Moresco, presumibilmente sobrio, si imbarca nella solita sgangherata crociata (scusate la parola) dello scrittore italiano quando inciampa in una notizia di cronaca che, per un motivo o per l'altro, gli sta sulle palle. L'occasione è questa: il sindaco di Livorno (persona di sinistra, parte di una giunta di sinistra, non sia mai) ha lanciato nelle settimane scorse la proposta di affidare alle cure dei servizi sociali i bambini rom sorpresi ad esercitare la nobile arte dell'accattonaggio per conto dei genitori. D'accordo, le cure dei servizi sociali non le augurerei a nessuno, sottrarre i bambini ai genitori è una scemenza, ma è possibile che un uomo adulto come Moresco debba partire in uno slalom tra luoghi comuni dickensiani e giornalistici che paragona la vita accattona dei piccoli rom, tra l'altro, alla "dura ma necessaria esperienza della scolarizzazione", per poi tirare in ballo, in una slavina di indignata confusione a) i pellerossa 2) i romanzi dell'ottocento 3) l'Argentina dei colonnelli? Notevole anche l'ipotesi complottista secondo cui la presunta campagna di criminalizzazione dei rom servirebbe a coprire "ben altro marcio" e il finale sulla decadenza antropologica dell'italiano. Apocalittica, e apodittica, la chiusa: "Italiani brutta gente." Tiè.

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venerdì, 05 ottobre 2007
In articulo mortis. Perché in questo paese i preti possono ancora e potranno eternamente tutto. (Giacomo Leopardi) Che tristezza, aggiungo io.
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giovedì, 04 ottobre 2007

Avete seguito il caso degli astronauti sbronzi che hanno scandalizzato i giornalisti di mezza America? Charles Krauthammer, unico, ne assume la difesa, e la parte più malinconica della sua arringa è sicuramente questa: The most dismaying part of this brouhaha is not the tipsy Captain Kirk or two, but the fact that space makes the news today only as mini-scandal or farce. It all started out as a great romance in the 1960s, yet by the 1970s -- indeed, the morning after the 1969 moon landing -- romance had turned to boredom. Il fatto più deludente, insomma, è che il grande romanzo di avventure dello spazio, che aveva nutrito di sé la fantasia della seconda metà del ventesimo secolo, è diventato paleofuturo.

Sbronze, liti per amore, sabotaggi di attrezzature: sul sito 24/7 si può leggere in traduzione l'articolo del NYT che scatenò la bagarre sui bevitori spaziali. Forse potremmo cedere alla screditata NASA Livia Turco, la ministra che vuole scrivere Nuoce gravemente alla salute sulle bottiglie di vino.

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mercoledì, 03 ottobre 2007
La rivista Letture ha chiesto a dieci critici di segnalare dieci autori italiani particolarmente promettenti, uno per uno. Sorpresa: ci sono anch'io.
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mercoledì, 03 ottobre 2007

Beh, io non la vedrei proprio così. Diciamo che i vecchietti hanno iniziato in sordina, sciupando a freddo nell'iniziale melassa sonora Message in a bottle (neanche si sentiva il riff di chitarra). Poi si sono risparmiati suonando "alla Sting" (cioè alla maniera dello Sting dei dischi carini degli anni 80-90) e rallentando i pezzi tirati (esempio per tutti: Truth hits everybody), mentre Andy Summers credendosi trasformato in Jimmy Page indugiava in assoli e ricami, probabilmente per far riprendere fiato a Sting - che a detta delle trentacinquemila donne presenti resta tuttavia un gran figo. Il pubblico era disposto a tutto per scatenarsi un po', ma fino a tre quarti di concerto, cioè fino a Can't stand losing you non c'è stato verso. Sciupata anche Roxanne. Invece il finale funziona abbastanza bene, l'essersi risparmiati per un'ora e mezza permette alla veneranda band di chiudere in bellezza. Tutti a casa contenti dopo due uscite per i bis. Non vado spesso ai concerti, l'ultimo era stato quattro anni fa, e allo spettacolo della gente con lo sguardo fisso sul display del cellulare sollevato sopra la testa e puntato verso un maxischermo non sono ancora abituato. Considerando che pure i Police in se stessi sono una pallida copia di quello che erano, e che molti quindi guardavano un display che riproduceva un monitor che riproduceva una copia, la faccenda si fa complicata. Trent'anni fa Eco ci avrebbe scritto un saggio tirando in ballo il significante, il significato e il mito della caverna di Platone.

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martedì, 02 ottobre 2007
Certo che la copertina del nuovo Mucchio Selvaggio è truculenta non poco... comunque occhio al sommario: c'è una intervista con il sottoscritto. Nei prossimi giorni sarà diligentemente ricopiata e postata.
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martedì, 02 ottobre 2007

Le esternazioni grilliane delle settimane scorse hanno provocato su vari giornali una serie di reazioni abbastanza scomposte contro i blogger, dipinti più o meno come segaioli sfaccendati e lunatici i cui scritti non farebbero altro che accrescere il rumore di fondo della Rete complicando la vita alle persone per bene (tanto che Aldo Grasso sul Corriere chiedeva pubblicamente a Google di escludere i post di blog dalle ricerche). Gli articoli, senza esclusione, rappresentavano un esempio raro di paleogiornalismo, come forse soltanto in un paese come l'Italia si potrebbe trovare. A rispondere per le rime ci ha pensato Christian Rocca. Da parte mia, volevo segnalare due esempi - uno del passato recente e uno attuale - di come nel mondo dei blog si possano trovare anche cose di qualità di gran lunga superiore all'articolame medio della stampa mainstream, e non solo italiana (penosissima). Il passato recente riguarda la guerra in Iraq e il fenomeno dei blog militari, lanciato (credo) da Colby Buzzell nel 2004. Chi è Colby Buzzell? Un ventiseienne californiano fissato con Hunter Thompson e il gonzo journalism che ha servito a Mosul nella Stryker Brigade della 2a div. di fanteria e che un giorno firmandosi CBFTW (Colby Buzzell Fuck The War), cominciò a tenere un blog postando dagli internet point dell'esercito. I suoi post, ora raccolti in un libro, ci raccontano della vita e delle operazioni dei soldati in Iraq cose che i giornalisti, embedded o no, non si sono mai sognati di dire. Ora Colby Buzzell è negli Stati Uniti - probabilmente a sbronzarsi di brutto - e il blog fa solo promozione al libro, che peraltro vi consiglio. L'altro esempio di copertura che i nostri giornali possono solo sognarsi ci viene da un blog di casa nostra, 1972 di Enzo Reale. Ora tutti parlano di Birmania perché hanno scoperto che c'è una giunta militare e un'opposizione, e che la giunta militare vorrebbe far fuori l'opposizione. Lui ne parla DA AGOSTO, e aveva visto arrivare la tempesta da lontano. Qualcuno gli dia un premio, per favore.

postato da: ernestoA alle ore 10:21 | Permalink | commenti (1)
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