Scrittori cui non va il Nobel. Come Martin Amis, di cui la settimana scorsa Vanity Fair ha pubblicato, con una certa cautela, un "lungo articolo" (tempo di lettura 18 minuti secondo gli standard di VF) sul radicalismo islamico come ultimo dei grandi totalitarismi nati del XX secolo, cui lo accomunano elementi come l'irrazionalismo, il culto della morte, la scomparsa del valore dell'individuo nella prospettiva del trionfo della causa. In questo senso, come Paul Berman, egli utilizza la categoria di "islamofascismo." Prometto di rendervi disponibile questo articolo non appena metterò le mani su uno scanner funzionante. Nel frattempo - ma vi averto che vi occorrerano ben più di 18 minuti - potete andare a leggervi il vero e proprio saggio The age of Horrorism che Amis scrisse nel 2006 in occasione della commemorazione dell'11 settembre. Come Berman, Amis si è sorbito i trenta e passa volumi di All'ombra del Corano di Sayyd Qutb (tradotti in inglese), ma rispetto allo studioso americano lo ha fatto con piglio ben diverso: non da intellettuale rispettoso di un'opera monumentale, ma da scrittore satirico irrispettoso di un tizio che ben presto si rivela un sessuofobo misogino e logorroico. Sayyd Qutb è forse l'intellettuale che si impegnò di più a fornire all'islam estremista: secondo lui l'Occidente non è pericoloso perché vuole soggiogare l'islam o perché lo minaccia militarmente o economicamente, ma perché intende sedurlo. Satana, del resto, è un seduttore. A maggior ragione il Grande Satana. Nella terra del Grande Satana, a Greeley, Colorado, Qutb abitò per due anni per motivi di studio (era incaricato dal governo egiziano di documentarsi sul sistema educativo americano) ricavandone un profondo, invicibile disgusto per il modo di vivere occidentale. Domina, su ogni altro sentimento, la paranoia sessuofobica: già sul piroscafo che lo portava negli USA, Qutb racconta di come una sera una donna seminuda (probabilmente vestita da sera, nota per i non integralisti) abbia cercato di fare irruzione nella sua cabina, e di come egli abbia valorosamente resistito all'assalto; enorme la sua repulsione e il suo stupore quando poi, malato, viene ricoverato in ospedale e scopre che - orrore - le infermiere sono donne, e che donne. Il suo racconto trasuda lo stessa esplosiva miscela di orrore e attrazione che contraddistingue i sermoni di quei domenicani che, nei manuali per confessori del Settecento, mettevano in guardia contro la donna-basilisco (la donna, cioè, cui basta un'occhiata per spedire all'inferno l'anima di un uomo innocente e pio.) Ecco le infermiere di Qutb: "le labbra bramose, il petto rigonfio, le lisce gambe, le maniere civettuole ("l'occhio ammiccante, la risata provocante"). Tra l'altro, nello stesso ospedale Qutb ha, evidentemente, una crisi allucinatoria: egli dichiara di aver visto il personale far festa alla notizia di Hasan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani (nonno tra l'altro, di Tariq Ramadan). Neanche lo sfiora il dubbio che a Greeley, Colorado, nel 1949, Hasan al Banna non fosse tra i personaggi più conosciuti... Ma lasciamo Qutb alle sue turbe ormonali e passiamo a un altro aspetto, curioso, dello scritto di Amis: le citazioni da Donald Rumsfeld. Perché Amis cita quest'uomo che gli sta tanto evidentemente sulle scatole? Come saprete Donald Rumsfeld non è noto solo per il suo caratteraccio, la sua arroganza tetragona davanti alle critiche e per essere stato tra gli architetti della invasione dell'Iraq e tra i non-architetti dell'occupazione, ma anche per il suo gusto dei giochi verbali - presto battezzati rumsfeldismi -che nelle febbrili riunioni delle settimane successive all'11 settembre 2001 mandavano spesso in bestia i suoi interlocutori. Amis, da parte sua, è uno scrittore a sua volta dedito a giochi di parole, beffe linguistiche, disseminazione di nomi parlanti o assurdi. Solo un autore capace di chiamare un suo personaggio femminile "He" e un altro "And" (Yellow Dog) poteva trovare divertenti i calembour dell'uomo nero Rumsfeld sulla minaccia terroristica, roba del genere: "'The message is: there are known "knowns". There are things that we know that we know. There are known unknowns. That is to say, there are things that we know we don't know. But there are also unknown unknowns. There are things we don't know we don't know.' E ancora, in una successiva riunione cui fa riferimento Bob Woodward nel suo Plan of attack (non l'ho letto, ma se era come Bush at war è meglio lasciar perdere...): 'We know what we know, we know there are things we do not know, and we know there are things we know we don't know we don't know.' Rimangono fuori solo le things we don't know that we know, verrebbe da dire, le cose che non sappiamo di sapere, che talvolta sono le più importanti. Ad ogni modo a un anno dalla pubblicazione The age of horrorism, in seguito ad alcune prese di posizione pubbliche di Amis sull'islam radicale è stato colpito dall'anatema dell'islamofobia, questo concetto fantasma che ha preso il posto del "fascista" degli anni settanta, buono per tutti gli usi. A lanciarlo, Terry Eagleton, docente di Teoria della cultura, una di quelle tipiche figure di marxisti pronti fino a ieri, a sputacchiare sull'oppio dei popoli, ora diventati inflessibili tutori del rispetto dovuto alla religione musulmana in tutte le sue manifestazioni (anche, verrebbe da dire, le più esplosive), che dopo aver a lungo farneticato sulla nascita di una quinta colonna britannica dei neocons (blitcons: british literary neocons, cioè Salman Rushdie, Martin Amis e Christopher Hitchens) è passato qualche giorno fa alle offese personali con questa elegante dichiarazione su Kingsley Amis, padre di Martin: “un razzista, un bifolco antisemita, un beone, uno che disprezzava se stesso e insultava le donne, i gay e i liberal" per poi aggiungere che evidentemente "Amis fils" aveva imparato da lui molto di più di come buttar giù una bella frase. In Italia, di tutto il dibattito (che sta coinvolgendo anche Salman Rushdie) ha dato notizia solo il Manifesto, naturalmente per rilanciare le accuse di Eagleton lavorando di fantasia per creare aggiunte "islamofobiche" assenti dal testo di Amis. Sugli altri giornali, silenzio totale. Ha ragione il poeta: tutto il resto è noia.