venerdì, 21 dicembre 2007

La registrazione è quello che è, ma QUI trovate Mario Liprandi, l'Augusto De Marinis di Camera Cafè, che legge questo brano de I compagni del fuoco (courtesy of Franco Bungaro):

Spesso, in varie epoche della sua vita, Mario Moreno si era domandato cosa provasse il resto del mondo guardandolo in faccia. Le risposte non erano mai state incoraggianti. Mario, va detto, non era facile da incoraggiare: non lo sarebbe stato nemmeno con una faccia diversa. Da buon cattolico convertito al materialismo dialettico, si era consolato pensando che la concomitanza spazio-temporale di quei capelli, quel naso, quegli occhi e quella bocca non fosse altro che un elemento di sovrastruttura, e che il sigillo della sua unicità, la sua essenza individuale, andasse cercata altrove, da qualche parte dietro lo schermo transitorio e mutevole di quell'aggregato somatico: dentro, dove si trovava l'impronta profonda del nostro essere e dove gli adepti della metafisica collocavano l'anima. Lui non credeva né all'anima né alla metafisica, ma neppure poteva permettersi di credere alla faccia.
Quella mattina appena sveglio aveva ciabattato fino in bagno e si era piantato davanti allo specchio, ben deciso a stilare un elenco mentale delle cose che non andavano nel volto incorniciato tra la mensola e i due faretti superiori. Era la barba – un cespuglio grigio ferro macchiato di nicotina? Erano gli occhi pesti? Erano le antiche cicatrici puberali? Erano i peluzzi color antracite che spuntavano dalle orecchie – o piuttosto quelli che si affacciavano dalle narici? Erano i capillari dilatati sulle guance e sul naso?
Fece scorrere l'acqua fredda e si sciacquò. Si tamponò le borse sotto gli occhi con il lempo di un asciugamano inzuppato. Il freddo, per quanto ne sapeva, era astringente, ma per quelle enfiature violacee non sarebbero bastate tutte le nevi della Siberia. Si accese una Gitanes e si sedette sul bordo della vasca. Aprì i rubinetti, miscelò acqua calda e fredda, inserì il tappo. Il livello cominciò a salire. Mario tornò davanti allo specchio. Era evidente che sull'argomento faccia il mondo non la pensava come lui. Nessuno credeva più che l'impronta del nostro essere si trovasse da qualche parte dentro, o da qualche parte dietro. (…)
Mario gettò la Gitanes nella tazza e si sfilò il pigiama. Si tastò il ventre, oltre il quale intravedeva le falangi pelose delle dita dei piedi. Fumava così tanto che gli si erano ingiallite anche le unghie degli alluci. Non si sarebbe limitato alla faccia. L'offensiva doveva essere, per usare una parola alla moda, globale. Avrebbe smesso di bere, avrebbe diminuito il fumo, avrebbe mangiato verdura. Si sarebbe rimesso in forma. Muggendo di piacere, si calò nella vasca d'acqua bollente. Immerse un asciugamano, lo strizzò e se ne coprì il viso. Chiuse gli occhi e si abbandonò alla più ricorrente delle sue abitudini solitarie. Che non era la masturbazione, passatempo che avrebbe richiesto sforzi immaginativi e mnemonici superiori alle sue attuali capacità. No, Moreno per passare il tempo inventava titoli di saggi. Si trattava di cercarne uno che di volta in volta, rientrando negli standard della titolazione accademica, si adattasse alla sua situazione presente. E, quella mattina, poteva forse trovarne uno migliore di "In corpore sano: materialismo e riscoperta del corpo in Mario Moreno all'alba del millennio?" L'asciugamano sulla faccia dell'uomo abbandonato nel calidarium si increspò, poi tornò a distendersi, poi si increspò di nuovo. Qualcuno, là sotto, rideva.
Buon Natale e buon anno a tutti, arrivederci al 2008
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venerdì, 21 dicembre 2007

Ieri sera siamo andati alla recita natalizia dell'asilo di Elena e, in questi tempi confusi, almeno una cosa è risultata chiara: mia figlia non farà la cantante. Non che non sia stata brava, per carità. Noi genitori avevamo la bava alla bocca: macchine fotografiche, telefoni, telecamere, tutto puntato sui piccoli carole singers, un balenare di flash che neanche alla notte degli Oscar. Il pubblico rischiava a ogni momento di straripare sui cantanti i quali, a loro volta, riconoscendo tra quegli esagitati facce ben note, salutavano e cercavano di rompere i ranghi per raggiungere il papà o la mamma, e venivano bloccati dalle maestre. Alle porte della sala premevano i ritardatari: altre braccia, altri telefoni telecamere macchine fotografiche. Altri flash. In quel casino pazzesco si sarebbe emozionata anche Madonna. Elena se ne stava tra i piccoli, vestita di bianco, con uno strano pennacchio in testa; e dal momento che aveva il pollice in bocca - ho decine di testimonianze fotografiche a dimostrarlo - posso escludere che il suo contributo canoro sia stato di qualche rilievo. I più grandi stavano davanti. Erano vestiti da pungitopo, da Re Magi, da stella cometa. Gesù Bambino era un cinese con un nome da regista: Michael Hu. Il più buffo era quello vestito da panettone.

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mercoledì, 19 dicembre 2007

L'inverno del nostro scontento. Non mi sono mai interessato molto a questo genere di gare, ma ammetto che la notizia che la Spagna ha superato l'Italia per PIL pro capite mi ha messo di cattivo umore.  E' soltanto l'ultima di una lunga serie di tegole che piovono quotidianamente sulla testa di un paese già prostrato, stanco, afflitto da una classe politica nociva come un cancro del sangue, un paese socialmente immobile, immodificabile, in cui in molti campi vigono, nella generale accettazione, sistemi parafeudali (chi vuol studiare cos'è il feudalesimo senza doversi dotare di una macchina del tempo venga, per favore, all'università), un paese dove un micidiale composto di localismo ed ecologismo da mulino bianco con venature violento-luddiste ha reso impossibile costruire non solo un inceneritore (guardate qua cosa fanno nel resto d'Europa), ma anche una discarica, col risultato che una parte non trascurabile del sud non riesce neppure a smaltire la propria merda... per non parlare di tutte le altre infrastrutture, ferrovie, rigassificatori, centrali elettriche, MOSE, autostrade, la cui mancata costruzione si farà sentire per decenni sullo sviluppo economico del nostro paese. PERO’. Però si potrebbe obiettare: cos'è questo feticcio dello sviluppo economico? Non potremmo starcene benissimo qui, a declinare piacevolmente nella decrescita? A parte il fatto che in generale il basso sviluppo economico nuoce a tutto l'insieme della vita - cioè che, a parte che nella mente dei pauperisti da strapazzo, meno soldi significano anche meno cultura meno libri meno cinema meno arte meno idee meno musica peggiore informazione, per non parlare di sanità e istruzione - insomma meno di tutto quanto rende la vita decente e pone le basi per un futuro che non sia al lumicino; a parte questo aspetto trascurabile che in generale alla decrescita economica corrisponde la decrescita di tutto, c'è da dire che il caso Italia sembra essere, invece, particolare: nonostante l'economia proceda con una certa inerzia al traino delle altre europee, quello che sembra da molto tempo decrescere è tutto il resto. Stiamo appassendo, signori, e non è una questione economica ma antropologica. Chi non ha fiducia nel futuro e non si adopera perché sia migliore del presente avrà necessariamente un futuro peggiore del presente. L’unica speranza che abbiamo, per come la vedo io, è di essere invasi dagli immigrati: sono poveri, affamati di benessere e hanno ancora la sfrontatezza di credere che il meglio della loro vita sia nel futuro anziché nel passato: in una parola, sono vivi.

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martedì, 18 dicembre 2007

(esauriti i loro quattro soldi di fiducia, e privi di aiuti umanitari, gli autori italiani finirono col soccombere alla carestia.)

Fame nel mondo della narrativa. Dando un’occhiata alle statistiche degli accessi al blog di oggi ho notato che a alle 10.25 qualcuno è arrivato qui digitando nella finestrella di ricerca di Google la  “fame nel mondo della narrativa”. Anche se quello che la persona in questione cercava probabilmente era un po’ di materiale sul tema “fame nel mondo” in romanzi e racconti, dovrete ammettere che l’espressione usata nella query suona quantomeno sinistra, soprattutto per uno scrittore italiano – un soggetto, cioè, che non solo produce qualcosa che nella maggior parte dei casi ai suoi connazionali non interessa affatto (c’è bisogno di tirare di nuovo in ballo le statistiche sulla lettura in Italia?), ma su cui da sempre è lecito, per esperti e non, sputazzare senza darsi troppo pensiero. (Ah no, gli italiani non li leggo! è una frase che si sente pronunciare sempre più di frequente). Insomma, di fame nel mondo della narrativa in Italia ce n’è molta, troppa: uno scrive un libro mettendoci magari un paio d’anni di lavoro (duro), lo pubblica, incassa quattro lire d’anticipo, vende le sue quattro copie, per campare deve fare altri venticinque lavori: a meno che non sia un eroe, dove volete che la trovi la forza di partorire uno di quei bei romanzoni con duecento personaggi, sedici sottotrame e un bel po’ di lavoro di ricerca alle spalle? Più facile, molto più facile, tirar fuori una pisciatina intimista, ché tanto alla fine sempre lo stesso numero di copie si vende – perché, guarda caso, è proprio quello che l’editore e i dodici lettori di romanzi si aspettano da lui, l'autore italiano.

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giovedì, 13 dicembre 2007

Vorrei segnalarvi il sito Stage 6. Ospita filmati in dvx e ci si trova di tutto. La sezione musica, per esempio, è molto fornita e ci si trovano cose eccezionali come questo documentario BBC su Johnny Cash (sentir parlare di Cash con quel british accent è un po' comico, ma tant'è...). Per chi, come me, ama i documentari di storia militare la messe è addirittura sterminata e spesso la qualità video è ottima. Potete limitarvi a guardare i fimati, oppure scaricarveli. Tutto a ggratis.

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giovedì, 13 dicembre 2007

"Mi piace il profumo del pus di mattina. Odora di... vittoria". (Il dottor House, suppongo. Nella puntata di ieri sera).

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giovedì, 06 dicembre 2007

Già, e magari domani un'università africana ti va a scoprire il gene del senso del ritmo... (grazie a Vark per la segnalazione)

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