giovedì, 31 gennaio 2008
Quella di Jérome Kerviel, il trader della Société Génerale che dopo aver accumulato profitti per 1,4 miliardi di euro ha causato – indirettamente, aggiungiamo – quasi 5 miliardi di perdite alla sua società, è una storia che sarebbe piaciuta a Maupassant, e che di sicuro finirà sugli schermi cinematografici (un bel titolo sarebbe Plain Vanilla). E’ difficile per noi italiani figurarci il senso di rivalsa di un ambizioso laureato francese di provincia (Kerviel viene da Pont l’Abbé, Bretagna, 8000 abitanti) che si precipita a Parigi e si trova sbarrata la strada verso il successo. Voleva fare il trader e invece si ritrova per cinque anni ai “middle offices”, cioè ad assistere i traders veri e propri, quelli che fanno soldi. Quando viene promosso, è smanioso di dimostrare ai suoi colleghi quello che vale, ed è disposto a rischiare tutto. Come abbia fatto ad eludere i controlli non è ancora chiaro, ma questo semplice trader riesce a gestire somme enormi sul mercato delle opzioni, e la fortuna è dalla sua parte. Nel luglio 2005 “prende posizione” al ribasso sul titolo Allianz, e dopo qualche giorno gli attentati di Londra provocano la caduta dei mercati. Kerviel si ritrova con 500.000 euro di profitto. Questo, naturalmente, lo spinge ad alzare la posta: le operazioni si moltiplicano e al 31 dicembre 2007 Kerviel ha “generato cash” per 1,4 miliardi di euro, pari al 50% dei profitti ottenuti dalla sua società con operazioni sui mercati finanziari. C’è solo un piccolo particolare: essendo frutto di operazioni non autorizzate, Kerviel non può dichiarare alla banca i suoi profitti, ed è costretto ad occultarli facendo risultare ai suoi superiori transazioni in perdita fittizie. Dichiara ufficialmente profitti per 55 milioni di euro, il che gli vale una gratifica di 300.000 euro. Ma poi è travolto dagli avvenimenti. Il 18 gennaio, venerdì, si ritrova con 60 miliardi di euro di posizioni aperte e in pesante perdita, ma pensa di potersi rifare a partire dalla settimana successiva. Sabato viene scoperto e licenziato. Lunedì 21 gennaio Société Génerale chiude tutte le posizioni di Kerviel, con una perdita di 4,9 miliardi di euro, che aggiunti ai circa due miliardi provocati dalla crisi dei mutui subprime significa una catastrofica riduzione degli utili, una discesa del titolo in borsa, l’immediato interessamento dei fondi sovrani che, fiutando il sangue, si fanno sotto  per mangiarsi Société Génerale, con conseguente presa di posizione del governo francese contro eventuali acquisizioni straniere etc etc etc. Facciamo notare che Kerviel non si è preso neanche un euro e che i soldi incassati con le sue operazioni non autorizzate se li è intascati la sua società (del tutto fuori luogo quindi questo titolo del Sole24Ore). Inoltre: niente donne, niente macchine di lusso, solo una casetta in Bretagna e un appartamentino (in affitto!) a Neuilly-sur-Seine. Peccato, la sua storia sarebbe stata perfetta. Ne ha parlato Le Monde QUI e QUI.
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giovedì, 31 gennaio 2008

Una citazione per questo inizio di ventunesimo secolo (sostituire "religion" con "ideology" se volete applicarla al secolo scorso): With or without religion, good people will do good, and evil people will do evil. But for good people to do evil, that takes religion. Steven Weinberg, Nobel per la fisica nel 1979. (grazie a Leibniz)

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Ogni anno un paese, e quest'anno Israele. Gli organizzatori della Fiera del libro di Torino hanno fatto il passo più lungo della gamba e, considerato che quest'anno è il sessantesimo dalla fondazione dell'entità sionista, sono finiti nelle sabbie immobili del filoarabismo nostrano. Hanno cercato di rimediare invitando poeti e narratori palestinesi, che però non vogliono saperne. Quest'articolo è da leggere per quanti ritengono che poeti , scrittori e artisti abbiano le idee chiare in politica. Un giorno chiesero a Raymond Aron come mai non fosse comunista, visto che tutti lo erano, persino il grande Picasso. Le idee di Picasso conteranno nella storia del pensiero politico come i miei disegni in quella della pittura, rispose.

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Ancora su Le benevole. Anche se ovviamente parlano di cose di diverse in modo diverso, leggendo il libro di Littell non riesco a fare a meno di pensare al Doktor Faustus di Thomas Mann, una riflessione conclusiva sulla grande arte decadente europea, fino alla sua estenuazione nel mito del superamento dell'artista verso il superartista grazie alla malattia. Certamente, c'entra il fatto che tutto nella sensibilità di Maximilien Aue è esacerbato, acuito, distorto, in una parola malato,come tanto piaceva ai decadenti. Ma c'entra pure il fatto che gli intellettuali nazisti si proponessero il superamento dell'uomo - di quel modello d'uomo, il borghese, irriso dall'arte decadente e rappresentato nelle Benevole dal patrigno di Aue, Moreau - in favore di un essere capace di andare al di là dei limiti della morale, delle proprie stesse convinzioni, dei propri sentimenti: un superuomo nietzschiano? No, perché tutto questo superare se stessi sarebbe poi stato posto al servizio del grande Moloch hegeliano dello Stato. Notiamo che nel Doktor Faustus la nascita del superartista avviene grazie alla sifilide, che è un dono diabolico. E' superfluo spiegare chi sia l'inoculatore del delirio megalomane del Reich.

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martedì, 29 gennaio 2008

It's a great thing when you realize you still have the ability to surprise yourself. Makes you wonder what else you can do that you've forgotten about.  L'altra sera ho rivisto American Beauty e mi sono reso conto di avere la stessa età di Lester Burnham.

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lunedì, 28 gennaio 2008

"Mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo." Ieri era la Giornata della Memoria. Il 1 febbraio saranno sei anni dalla morte di Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal rapito in Pakistan il 23 gennaio 2002 mentre indagava sui legami tra lo shoe bomber Richard Reid e le cellule locali di Al Qaeda. Ne ho parlato qualche giorno fa su Libero, che però non mette online gli articoli. Ci hanno pensato quelli di 24/7.

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venerdì, 25 gennaio 2008

Ancora su Le benevole: Stalingrado. Se le epoche avessero una capitale come le nazioni, quella del XX secolo sarebbe Stalingrado.

Caduto in disgrazia presso il suo comandante, il nostro Hauptstumfuhrer Aue viene infilato su una tradotta, poi su uno Ju-52, e si ritrova al centro del Kessel: proprio un bel regalo di Natale. In quanto ufficiale addetto alle informazioni, si ritrova ad interrogare un politruk, un commissario politico dell'Armata Rossa: è un colloquio come in uno specchio.

"le nostre ideologie hanno una cosa fondamentale in comune, ed è che sono entrambe essenzialmente deterministe; determinismo razziale per voi, determinismo economico per noi, ma comunque determinismo. Crediamo entrambi che l'uomo non scelga liberamente il proprio destino, ma che esso gli venga imposto dalla natura o dalla storia. Ed entrambi ne traiamo le conclusioni che esistono dei nemici oggettivi, che certe categorie di esseri umani possono e debbono legittimamente essere eliminate, non per ciò che hanno fatto e magari pensato, ma in quanto tali."

Come appassionato, diciamo pure fissato, di storia della Seconda Guerra Mondiale, la lettura del romanzo di Littell mi spinge a riprendere il filo di alcune mie riflessioni. Anche se tutti sanno che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano alleati con Stalin, la nostra visione della II GM in Europa come di uno scontro tra le democrazie e il totalitarismo nazista è periferica e distorta. La guerra ad ovest fu, al confronto con le operazioni sul fronte russo, una scaramuccia da poco. L'insieme delle perdite alleate su tutti i fronti occidentali, prima o dopo lo sbarco in Normandia, non supera il totale delle perdite dell'Armata Rossa o della Wermacht in una singola grande battaglia dell'est, come Kursk o Stalingrado. La II GM fu soprattutto la lotta mortale tra due totalitarismi. Solo il comunismo sovietico poteva fermare il nazismo, perché esso soltanto possedeva quella capacità di subordinare completamente il valore della vita umana al raggiungimento dello scopo finale. (Non voglio diffondermi in faccende di storia militare, ma la concezione di tutte le operazioni degli alleati occidentali, dal livello di gruppo di armate fino alla singola pattuglia, rispecchia l'impossibilità delle democrazie di aderire a quella subordinazione). Due totalitarismi, dunque, uno contro l'altro: strage contro strage, fucilazione contro fucilazione, repressione contro repressione, deportazione contro deportazione. Si trovarono avvinghiati in un mortale corpo a corpo il cui esito fu deciso proprio a Stalingrado, la città di Stalin. Se l'evento centrale del XX secolo è stata la Seconda Guerra Mondiale, l'evento centrale della guerra è stato Stalingrado. La Battaglia d'Inghilterra, El Alamein, Cassino, lo sbarco in Normandia, sono episodi di contorno. Per essere onesti, dovremmo rovesciare le nostre prospettive e cominciare a parlare di "Grande Guerra Patriottica", come fanno i russi.

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mercoledì, 23 gennaio 2008
Note sparse e disordinate su Le benevole di  Jonathan Littell, ancora in corso di lettura.
1)L'intricata sessualità di Maximilien Aue, l'uomo che vorrebbe essere una donna, alla maniera di Tiresia. Ragazzino, visse un grande amore con una coetanea, da cui fu strappato per essere inviato in uno spaventoso collegio cattolico, dove l'omosessualità da reclusi era ampiamente praticata. Lui desidera essere una donna durante il rapporto sessuale perché, non potendo avere Lei (il suo grande amore), vuole essere lei, vivere ciò che provava lei con lui. Allo stesso tempo però non vuole affatto essere una donna, perché si diffonde parecchio sui piaceri – esclusivamente maschili – della guerra e della sodomia. Una delle frasi più bizzarre del libro è: "spesso mi sono detto che la guerra e la prostata sono i due doni fatti da Dio agli uomini per indennizzarli del fatto di non essere donna."
Sta di fatto che finora la guerra il protagonista non l'ha vista neanche da lontano, si è limitato ad assistere alle fucilazioni di qualche decina di migliaia di ebrei e a sparare qualche colpo di grazia qua e là. Al fronte non si è neanche avvicinato.
2) Viene da chiedersi quale sia il ruolo del grottesco nella cospicua parte del romanzo dedicata all'esposizione di teorie scientifiche, linguistiche, filosofiche e di "antropologia razziale." A leggere Littell sembra che gli ufficiali SS fossero tutti Doktoren. Tra una dissertazione e l'altra questi cattedratici con l'uniforme nera trasformano l'Ucraina in un cimitero. Una volta giunti nel Caucaso si trovano davanti il complicato caso dei considdetti Bergjuden: sono ebrei a tutti gli effetti o no? Bisogna riservare loro il trattamento speciale, come piacerebbe tanto all'Oberfuhrer Bierkamp, capo dell'Einsatzgruppe (si avvicina la fine dell'anno e deve presentare i bilanci a Berlino, quelle 7000 fucilazioni in più ci starebbero proprio bene), o inserirli nella più illuminata politica delle nazionalità che vorrebbe mettere in atto la Wermacht? Intorno a questi Bergjuden si costruisce una delle sezioni più grottesche del romanzo – tutto un succedersi di dotte disquisizioni, osservazioni linguistiche sul campo, rilevazioni etnologiche, destinato a concludersi in una ridicola conferenza con perizie e controperizie presentate dagli esperti delle SS e della Wermacht, che finisce in un nulla di fatto. Una "esperta" inviata da Berlino sostiene che Bergjuden sono ebrei perché "hanno modi insinuanti." Mentre la Germania nazista si concentra sul caso dei Bergjuden del Caucaso, "quel furbo osseto di Stalin" sferra la sua controffensiva ad ovest e a sud di Stalingrado, e la VI Armata di Paulus rimane accerchiata. E sono cazzi.
3) Ma chi è stato l'editor francese di Littell? Doveva essere un santo, o un profeta, per lasciare al loro posto quelle decine di pagine sulle lingue del Daghestan, gli ebrei di Babilonia, i viaggi di Ibn Battuta, la vita di Lermontov, i Circassi, i Caraciai, i Tat, i Cabardi, la linguistica di Trubeckoi e di Marr, e ovviamente Hegel, Schopenhauer e compagnia nella. Dalle nostre parti, se inserisci tre righe di descrizione ti chiedono di tagliare perché "il lettore si perde."
4) Volendo mischiare un po' le carte tra storia e finzione, può essere interessante ricercare QUI qualche notizia su alcuni dei personaggi del romanzo.
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martedì, 22 gennaio 2008

E alla fine ho ceduto. Sembrava non si potesse più stare senza aver letto il GRDA(s), il Grande Romanzo Dell'Anno (scorso). Me lo dicevano tutti. Il barbiere, tra una basetta e l'altra: "Ma lei l'ha letto Le benevole?" E il carrozziere, un tipo poco raccomandabile, avido lettore dei Procolli dei Savi di Sion: "Forte la scena che fanno fuori gli ebrei a Babj Yar, neh?" Così l'ho comprato - con una certa ritrosia, perché la figura del nazionalsocialista esteta mi è stata sempre sulle scatole (e, insomma, sopportarne uno per 952 pagine...). L'ho comprato per conformismo, lo ammetto. Per non restare l'ultimo. Oltretutto, io detesto i prologhi... Ma, sorpresa, il GRDA (s) funziona. Duecentotrentanove pagine in tre giorni a dispetto degli infiniti acronimi, dei gradi delle SS che uno non si ricorda mai e deve andare a controllare nella tabella al fondo, delle città russe che non si sa dove siano... Se uno riesce ad ad andare avanti quando ogni tre righe c'è un Gruppenfuhrer, un Haupsturmfurer, un AOK, un HSSSP, allora ci deve essere del buono. Per ora sospendo il giudizio, ma vi farò sapere. Intanto,qui trovate la recensione di Domenico Quirico sulla Stampa. Vi segnalo anche questo sito in cui, volendo, potrete rendervi conto dell'angosciante accuratezza della ricostruzione fatta da Jonathan Littell, l'autore del GRDA(s).

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giovedì, 17 gennaio 2008

Di questo passo tra sette mesi gli italiani saranno estinti.

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giovedì, 17 gennaio 2008

Le foto senza pretese artistiche, quelle ritrovate nei cassetti, la scia di immagini imperfette, sgraziate, deformi, qualche volta orrende o ridicole che ci lasciavamo alle spalle nell'era predigitale: ecco cosa trovate su Square America. Naturalmente il web ha cambiato tutto: adesso con i siti di photosharing le immagini della nostra prima comunione possono avere la diffusione planetaria che non si meritano. Inoltre il fatto che con la macchina digitale sia possibile eliminare all'istante  ciò che non rientra nei nostri canoni di decenza fotografica (per non parlare della possibilità di elaborazione al computer) preclude l'esistenza a tutto quanto è involontario e casuale. Un tocco di Photoshop e l'ombra col cappello davanti alla bambina oggi non ci sarebbe stata. Però di cosa ci parla quell'ombra china su una macchina a soffietto? Che storia racconta a noi fissati con le storie?

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Postilla sulla faccenda del Papa alla "Sapienza" de Roma. Leggendo questa paginata di esultanza per lo scampato pericolo per la democrazia, si capisce subito che la questione dei rapporti tra religione e scienza, o tra Vaticano e politica italiana, non c'entra un tubo. Tanto per dire, ai tempi della sua opposizione alla guerra in Iraq - quando le parrocchie distribuivano bandierine arcobaleno - Woytila era stato praticamente arruolato nella sinistra "pacifista" (Bertinotti lo definì "il primo Papa no-global"), e non ricordo di aver sentito né Flores D'Arcais né Fiorella Mannoia lamentarsi per le sue ingerenze nella politica estera italiana. Persino Erri De Luca taceva, che è sempre un bel risultato.

PS complimenti ai docenti e ai ragazzi della Sapienza, che oggi permettono a un signore che ogni giorno si becca un quarto d'ora di telegiornale su tutte le reti nazionali di occupare anche tutte le prime pagine e contemporaneamente di lamentarsi della censura ai suoi danni. Andrebbe citato il solito motto napoletano ma, a parte il fatto che Napoli è diventata out a causa della munnezza, sarebbe irriverente.

 

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martedì, 15 gennaio 2008

Qualche anno fa toccava alle conferenze su autori sgraditi e malpensanti, come per esempio Céline. Comparivano gli striscioni: via questi dall'università, via quegli altri dall'università etc. Urla, megafoni, invasioni di aule. E la conferenza saltava. Poi toccò a Renzo De Felice. Ogni volta che avevamo l'onore di una sua lezione in aula compariva un drappello di ignorantissime guardie rosse manifestamente ignare del contenuto dei libri del grande storico ma pronte a tacciarne le opere di "apologia del fascismo" ed altre grossolane falsità. E tutto degenerava tra gli insulti, le urla. Poi fu la volta degli israeliani. Sono anni che nelle università italiane gli israeliani hanno diritto di parola soltanto se sono nemici acerrimi del loro governo, o meglio ancora, del loro paese, altrimenti vengono tacciati di sionismo e zittiti di brutto con le minacce, le irruzioni, le solite accuse dementi di nazismo. Due anni fa una professoressa torinese di geografia, Daniela Ruth Santus invitò un diplomatico israeliano a parlare del problema delle risorse idriche in Medio Oriente: non l'avesse mai fatto. Le lanciarono uova, le augurarono di esplodere su un autobus come agli israeliani capitava in quei giorni, la minacciarono. Dai colleghi, nemmeno mezzo bisbiglio di sostegno. Naturalmente l'israeliano non tenne la sua lezione. A Pisa, dove avvenne un episodio analogo, il rettore definì la gazzarra a suon di "assassino, assassino" e "Israele boia" che impedì a Shai Cohen, consigliere per gli affari politici dell’ambasciata di Israele, di prendere la parola, "un fermento sociale, una ricchezza per l'università." Oggi Joseph Ratzinger viene invitato dal rettore dell'università La Sapienza di Roma a tenere un discorso, e subito si cementa il collaudato fronte del bavaglio, che può schierare sul terreno le solite coorti di buffoni ma è prontamente appoggiato da intellettuali della statura di Asor Rosa, un uomo che si può ben definire un fautore del pensiero unico nel senso che gli capitò di orecchiare un unico pensiero cinquant'anni fa e continua da allora a ripeterlo, i quali affermano che il Papa non può parlare perché è un reazionario e un conservatore: accusa dalla quale non intendiamo minimamente difenderlo perché è, agli occhi di chiunque sappia cosa significa davvero la parola laico, del tutto irrilevante. Infatti in uno stato democratico e laico anche i reazionari e i conservatori hanno diritto di parlare all'università: un fatto di lapalissiana evidenza tranne, evidentemente, per quei docenti e quei rettori i quali ritengono che nelle aule degli atenei italiani debba trovar voce un solo indirizzo di pensiero, quello giusto, difeso non con solidi argomenti ma con gli stolidi divieti e con le gazzarre squadristiche che purtroppo conosciamo bene. Sinceramente, a me del Papa non frega niente. Non rappresenta per me un'autorità morale e credo che l'abitudine di ficcare il naso negli affari italiani ce l'abbia davvero. Ogni volta che vedo i telegiornali italiani dedicargli interi quarti d'ora mi arrabbio. Lo spettacolo dell'università italiana che ha eretto a sistema il rifiuto dello scambio di idee, però, è disgustoso.

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giovedì, 10 gennaio 2008

Vergogna! Ho inquinato il pianeta solo per ascoltare una scialba versione di Roxanne.

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mercoledì, 09 gennaio 2008

La spazzatura esiste. A dispetto della dichiarata intenzione di "abolirla" del ministro Pecoraro Scanio (nella foto nel maggio 2006, in un momento di cordoglio ai funerali di tre soldati italiani caduti in Iraq). Da un paio di giorni l'uomo che detiene il primato italiano delle dichiarazioni all'Ansa (2627, aggiornato a tre anni fa) è diventato il bersaglio preferito della stampa italiana: ieri Filippo Facci sul Giornale, oggi Aldo Cazzullo sul Corriere e Jacopo Iacoboni sulla Stampa, che però non mette on line. Sarei quasi tentato di comprare anche Repubblica, ma poi non mi bastano le monete per il parcheggio.

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