L'uomo del Charlize #6
Come rovinare una già guasta vita sociale. Mi accorgo che non sono più abituato a frequentare gente, a parlarci insieme. Certe volte i pensieri mi scappano via per la bocca, e non vorrei. L'altra sera a cena, tra persone colte e perbene, tutti walteriani e obamiani, manifesti di mostre alle pareti, librerie piene di buoni libri, buoni film, buon vino nei bicchieri panciuti, mentre si sproloquiava tranquillamente sulle Benevole, io - che avevo bevuto un po', sia detto a mia molto parziale discolpa - chiudevo gli occhi e mi vedevo a sorseggiare un Napoléon depredato in Francia, con gli stivali sul tavolo e gli occhialoni rialzati sul berretto, un sigaro in bocca e un grammofono che suonava Monteverdi. Chiudevo gli occhi e mi immaginavo al comando di una colonna motorizzata, nessun nemico davanti a me e nessuna riserva dietro di me. Accarezzavo la mia croce di ferro, sentivo stormire le mie fronde di quercia. Mi vedevo, insieme ad altri ubriachi fradici, in maniche di camicia, pantaloni a sbuffo e bretelle, a festeggiare tra bionde fanciulle ariane ignude, i walzer, i bianchi getti spumeggianti delle bottiglie di champagne aperte con un colpo secco di sciabola. E' stato allora che mi scappata la frase: "Certo però che essere nazisti doveva essere una figata!". E' calato il silenzio. Ma un attimo solo, giusto il tempo di ascoltare la dimostrazione di rutti a comando del figlio treenne dei padroni di casa. Poi la conversazione è ripresa alla grande, con il tentativo di dimostrare come in realtà il genocidio degli indiani d'America sia stata cosa ben peggiore di quello degli ebrei d'Europa, dal momento che per risarcimento non gli è stato dato uno staterello che c'ha la bomba atomica e attacca briga a destra e a sinistra ma solo delle riserve maltenute e qualche casinò e che comunque, Cristo, se almeno quello sfigato di Hitler avesse finito quello che aveva iniziato noi non ce lo saremmo trovati tra le palle, 'sto cazzo di Israele.
L'uomo del Charlize #5

L'uomo del Charlize #4
L'uomo del Charlize #3
We all came down to Montreux... assolutamente imperdibile.
Tanto livore per nulla 2.0. Se qualcuno insultandomi vuole proprio dare pubblica prova di idiozia, in fin dei conti perché non dargli, nel mio piccolo, una mano?
L'uomo del Charlize #2

Il racconto che segue fu pubblicato su Maltese Paranoia nell'agosto 2004. Lo ripropongo qui a puntate con minime varianti.
L'uomo del Charlize
Il cameriere lo anticipò: quando gli disse che nel parcheggio c’erano due agenti che lo aspettavano, Richter aveva già finito il secondo Porto ed era sul punto di chiedere che gli portassero il telefono per chiamare un taxi e farsi accompagnare a casa, dove avrebbe annullato il resto del pomeriggio in poltrona sfogliando riviste e lasciando sfogare la sonnolenza. Non si scompose, accennò un alzata di spalle – un gesto imparato anni prima in Francia – e chiese il conto. Pagò e si avviò con calma all’uscita. Non era la prima volta che succedeva di domenica. Si affacciò sulla soglia del ristorante, vide la macchina parcheggiata e i due uomini in uniforme che fumavano appoggiati alla fiancata, e restando all’ombra della veranda gli fece un cenno di saluto. Uno gettò la sigaretta e gli si fece incontro corrugando i muscoli della faccia contro il sole. L’altro si mise al volante. Richter si accomodò dietro, posò il suo Stetson sul sedile. La macchina era una scatola rovente, per riuscire a resistere dovettero aprire tutti e quattro i finestrini. Le strade erano deserte e l’asfalto cedeva sotto i pneumatici, una materia molle e pulsante che espirava ondate di calore.Vedeva le gocce di sudore brillare sulle nuche rasate dei poliziotti. Attraversarono un viale alberato. Il sole filtrava tra le foglie. Cercò gli occhiali scuri nella tasca della giacca ma si accorse di averli dimenticati sul tavolo del ristorante. Mentre lasciavano i sobborghi avvicinandosi al cosiddetto triangolo giudiziario Richter sentì salire il torpore, un giramento di testa, e invidiò le famiglie chiuse nelle villette bianche, tra i prati bagnati di fresco, all’ombra delle querce. I bambini dormivano, i padri ascoltavano la radio, finivano tranquillamente la birra, le madri riponevano i piatti: la quiete domenicale degli uomini che avevano scopi limitati, validi solo in giorni e a orari prestabiliti.
Richter era entrato nel Servizio nel ‘41. L’8 dicembre si era precipitato all’ufficio di reclutamento. L’avevano arruolato in fanteria. Ci avevano messo un mese ad accorgersi dell’errore. Una mattina avevano mandato una macchina dell’FBI a prelevarlo al campo d’addestramento, a Madison Barracks. Gli serviva gente che parlasse il tedesco, conoscesse i gerghi, i dialetti, le inflessioni, tutte le stratificazioni della lingua. Avevano ricontrollato le loro carte, i documenti dell’ufficio immigrazione, e qualcuno aveva puntato il dito.
Era nato in Germania, dove aveva vissuto fino a ventiquattro anni. Nel giugno del 1933, dopo la laurea in filologia, era riparato in Francia. Due anni dopo era in America. Il fatto che fosse figlio di un noto oppositore socialdemocratico e che tutta la sua famiglia fosse finita in un campo di lavoro della Westfalia aveva garantito per lui. Lo avevano assegnato all’OSS, i cui membri venivano comunemente designati come “gli spioni”. Lì si era sentito isolato e messo in disparte, almeno all’inizio. La norma era che i ranghi del Servizio fossero reclutati tra i laureati della Ivy League. Di solito non c’era spazio per gli stranieri. Il problema, però, era che quei ragazzi parlavano un tedesco di merda. Dopo la guerra, poi, erano corsi in massa alle loro occupazioni naturali: adesso erano avvocati, industriali, gente di Wall Street. Lui era rimasto a Washington. Il Servizio era stato sciolto, le sue competenze distribuite, e ora Richter dipendeva dal Bureau. Per qualche mese era stato ceduto in prestito a un gruppo di studio di ufficiali dell’Air Force e non aveva fatto altro che tradurre documenti e verbali d’interrogatorio – casse di fogli battuti a macchina, camion di carta, tutta roba sull’andamento della produzione industriale tedesca negli ultimi tre anni di guerra. Adesso, però, aveva cambiato incarico.
L’agente che non guidava gli offrì una sigaretta. Richter accettò, fece una lunga tirata e sentì che la testa iniziava a girargli sul serio.
Chiese come mai non avessero mandato una macchina del Bureau.
L’agente che gli aveva offerto la sigaretta picchiettò col dito sul vetro dell’orologio.
“A quest’ora gli irlandesi sono tutti sbronzi” disse alludendo alla predilezione di Hoover per i cattolici.
Accostarono accanto a un palazzo di dieci piani circondato da un prato rasato di fresco. Era stato innaffiato quella mattina e adesso, sotto il sole, dall’erba e dalla terra saliva un vapore di palude che toglieva il fiato. Richter salutò e ringraziò i due poliziotti. Quelli dissero “Di niente, sir” e ripartirono. Guardò la macchina fare inversione. Si sarebbero allontanati dal centro, avrebbero cercato un bar e avrebbero trascorso il pomeriggio a bere Dr Pepper ascoltando la radio come due ragazzini qualunque. Richter sostò qualche istante di fronte alla porta girevole chiedendosi se non fosse il caso di lasciar perdere, chiamare un taxi e sparire. Ma quell’incarico, pensò, era la sua unica carta utile per evitare le relazioni sulla produzione tedesca di carburo di tungsteno, di cuscinetti a sfere, di cavi elettrici in rame. Mostrò il tesserino alla guardia, entrò e si diresse all’ascensore. (to be continued)
FAILURE, pour l'homme. Apro l'armadietto del bagno e do un'occhiata al flacone del profumo. FAILURE. Richiudo, faccio un bel respiro, mi sciacquo la faccia, poi riapro. Ancora FAILURE. Eppure lo so, lo so come si chiama il bastardo, ALLURE si chiama, altro che FAILURE e FAILURE. Ho provato a girarlo dall'altra parte, ma l'istinto della sbirciatina era troppo forte. FAILURE l'altroieri e FAILURE ieri mattina. Stamattina ho deciso di applicare una striscia di nastro adesivo sulla scritta.
Detto chiaramente, il pezzo di Silvia Ronchey segnalato QUI produce scemenze e stereotipi almeno al ritmo di uno ogni riga: "opposti integralismi"? "un nuovo medioevo sembra aver calato le sue tenebre"? "l'unica definitiva conquista del Novecento"? Da qualche tempo si ha come l'impressione che a qualcuno stiano saltando i nervi, o quantomeno che la tendenza a scrivere commentando i parti della propria fantasia spacciati per "la realtà italiana" stia dilagando. Quanto a una gendered history della nostra letteratura... mi astengo dal commentare: confesso però che espressioni come "scrittura al femminile", "approccio femminile alla scrittura" e simili stampate su un libro mi riempiono di profonda e immedicabile tristezza e fanno generalmente prendere al volume la via del cassonetto (differenziato, perché io sono una persona perbene). E poi, se il medioevo era tutto un avanzare di "donne colte e forti, dallo spirito libero e dalla prosa superba" impegnate giorno e notte a sfidare "le oppressioni della cultura dominante", perché la Ronchey non fa i salti di gioia, visto che il "nuovo medioevo" sarebbe già qui, proprio dietro l'angolo?