giovedì, 28 febbraio 2008
Stamattina sbirciando sulle bancarelle di via Po ho trovato questo e naturalmente me ne sono impadronito subito. Il volume raccoglie un tesoro inestimabile, la testimonianza del cammino di uno straordinario lettore attraverso 50 anni di letteratura italiana. Geno Pampaloni, nato nel 1918, ha iniziato a scrivere di letteratura nel 1947 e non ha più smesso fino al 1993 - un periodo che copre tutte intere, o quasi, le carriere di autori come Moravia, Gadda, Landolfi, Calvino, Cassola, Fenoglio, Soldati, Parise, Pasolini, Bassani, Bertolucci, Sereni, Luzi, Zanzotto... Come studente, mi era capitato spesso di girare per biblioteche alla ricerca di un pezzo di Pampaloni pubblicato su Il Ponte, o sul Corriere, o su altre riviste ora dimenticate. Pampaloni aiutava sempre. Anche se si trattava di una semplice recensione, uno spunto di vera comprensione - che potesse, poi, indirizzarci verso analisi più articolate - lo si trovava.  Con alcuni autori, per esempio con Soldati, l'empatia col testo si fa empatia umana, comprensione profonda delle ragioni di un modo di vivere, lo scritto critico si fa a sua volta narrazione, aneddoto, ricordo.  Non voglio lanciare il solito, ritrito, grido di dolore per la sorte della critica - anche allora c'erano recensioni scritte solo per pagare la rata del mutuo o  enigmatiche,aggrovigliate come gomitoli, anche oggi ci sono recensori dalle antenne sensibili - dico solo che di fronte a questo centinaio di scritti si prova, misto alla curiosità e all'impazienza, l'istinto di levarsi il (metaforico) cappello.
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mercoledì, 27 febbraio 2008

L'uomo del Charlize #6

Dopo aver passato la serata a scrivere il rapporto per Dibbs, quella notte Richter non riuscì a prendere sonno. Ma, a giudicare dalle luci accese e dai passi che sentiva qua e là sulle verande delle case vicine, non era l’unico. Uomini e donne rosolavano dietro le zanzariere, si agitavano nelle lenzuola fino a ritrovarcisi prigionieri. Allora si alzavano, andavano al frigorifero a riempirsi un bicchiere d’acqua, alcuni si accendevano una sigaretta e si mettevano alla finestra, in osservazione della notte come se tenessero sotto controllo la piena di un fiume, qualcosa che poteva crescere all’improvviso e travolgerli, loro, le loro case e le loro famiglie. Si sentivano masse d’aria calda agitarsi nel cielo: si scontravano, strisciavano i fianchi una contro l’altra e di tanto in tanto un lampo soffocato disegnava i contorni di grandi affastellamenti di nubi, masse torreggianti, incombenti e pericolanti. A terra, a tratti, le cartacce e le foglie secche si alzavano in volo come perdendo improvvisamente peso. Ma non c’era un alito di vento.
Richter si rimise alla scrivania, davanti alla sua Underwood universal. Rilesse quanto aveva già scritto Avrebbe dovuto cambiare il nastro, invece aveva continuato a battere rabbiosamente sui tasti. Le lettere erano sbiadite, appena visibili. Dibbs si sarebbe lamentato. Il tizio del Charlize sosteneva di essere riuscito a fuggire aggredendo una guardia e impadronendosi dello stesso mezzo (anche se il suo aspetto era quello “di una cisterna poggiata su grandi piedi metallici” il veicolo era chiamato “il Pendolo”) su cui era stato costretto a salire insieme ai suoi commilitoni, di essersi infilato baffi e parrucchino e di essersi messo a gridare nel cinema solo per farsi arrestare dalla polizia, richiamare i giornalisti e denunciare il suo caso di detenzione illegale. Ignorava che da qualche tempo gli avvistamenti di Adolf si susseguivano a ritmo giornaliero. Ignorava che l’FBI detestava i giornalisti e aveva costituito un ufficio solo per verificare le segnalazioni che arrivavano a decine. Sosteneva di ignorare tutto della guerra finita due anni prima e di conoscere la storia di Hitler – e la stessa evoluzione dei suoi baffi, dai mustacchi fluenti del 1916 allo spazzolino universalmente noto – solo perché gli ufficiali che lo interrogavano gliene avevano parlato e gli avevano mostrato le fotografie. Sosteneva di essere stato rapito in Belgio e trattenuto contro la sua volontà in un edificio da cui poteva vedere decollare grandi boomerang neri. Aveva sentito le guardie chiamare quel posto Whiteman e parlare spesso dei loro fine settimana nella città di Doker.
Nel pomeriggio Richter aveva telefonato al sindaco di Whiteman, Missouri, e lo aveva sentito con le sue orecchie negare che nei dintorni ci fosse alcuna base aerea – ma aggiungere subito dopo che però, in effetti, il Governo aveva appena messo le mani su una enorme estensione di terreno incolto a ovest della città, e che da qualche tempo nei dintorni il passaggio di macchine e camion dell’Air Force era diventato frequente.
“Da qualche tempo qui intorno è pieno di divise blu.” aveva detto il sindaco. “Credo che stiano costruendo qualcosa. Ma naturalmente non saprei dirle cosa”.
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lunedì, 25 febbraio 2008

Come rovinare una già guasta vita sociale. Mi accorgo che non sono più abituato a frequentare gente, a parlarci insieme. Certe volte i pensieri mi scappano via per la bocca, e non vorrei. L'altra sera a cena, tra persone colte e perbene, tutti walteriani e obamiani, manifesti di mostre alle pareti, librerie piene di buoni libri, buoni film, buon vino nei bicchieri panciuti, mentre si sproloquiava tranquillamente sulle Benevole, io - che avevo bevuto un po', sia detto a mia molto parziale discolpa - chiudevo gli occhi e mi vedevo a sorseggiare un Napoléon depredato in Francia, con gli stivali sul tavolo e gli occhialoni rialzati sul berretto, un sigaro in bocca e un grammofono che suonava Monteverdi. Chiudevo gli occhi e mi immaginavo al comando di una colonna motorizzata, nessun nemico davanti a me e nessuna riserva dietro di me. Accarezzavo la mia croce di ferro, sentivo stormire le mie fronde di quercia. Mi vedevo, insieme ad altri ubriachi fradici, in maniche di camicia, pantaloni a sbuffo e bretelle, a festeggiare tra bionde fanciulle ariane ignude, i walzer, i bianchi getti spumeggianti delle bottiglie di champagne aperte con un colpo secco di sciabola. E' stato allora che mi scappata la frase: "Certo però che essere nazisti doveva essere una figata!". E' calato il silenzio. Ma un attimo solo, giusto il tempo di ascoltare la dimostrazione di rutti a comando del figlio treenne dei padroni di casa. Poi la conversazione è ripresa alla grande, con il tentativo di dimostrare come in realtà il genocidio degli indiani d'America sia stata cosa ben peggiore di quello degli ebrei d'Europa, dal momento che per risarcimento non gli è stato dato uno staterello che c'ha la bomba atomica e attacca briga a destra e a sinistra ma solo delle riserve maltenute e qualche casinò e che comunque, Cristo, se almeno quello sfigato di Hitler avesse finito quello che aveva iniziato noi non ce lo saremmo trovati tra le palle, 'sto cazzo di Israele.

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lunedì, 25 febbraio 2008

L'uomo del Charlize #5

Appena Dibbs uscì dalla stanza l’uomo prese la mano di Richter e la strinse. 
“Lei è tedesco?” chiese.
Richter annuì.
“Mi chiamo Alfred Gruber, sono un soldato tedesco. Prima compagnia, primo battaglione del Reggimento List, della Sesta divisione della Riserva”.
“Il suo grado e il suo incarico?”
“Caporale. Ero Ordonnanz, consegnavo i dispacci del comando di reggimento”.
Un portaordini sessantenne. L’altra cosa fuori posto era che Richter, pur avendo passato la guerra ad ascoltare le comunicazioni radio dell’esercito tedesco e a interrogare prigionieri, non aveva mai riscontrato un solo caso in cui un reggimento prendesse il nome dal comandante. E non aveva mai sentito parlare di divisioni della riserva.
“Dove è stato catturato?”
“A sud di Fromelles, il 6 ottobre 1916”.
Richter si lasciò andare contro lo schienale e sentì la camicia fradicia di sudore incollarglisi alla pelle. Nella stanza non c’era il ventilatore. Si alzò, andò alla porta, fece nuovamente disperdere i curiosi e controllò il lungo corridoio. Nessuna traccia di Dibbs, né degli infermieri. Ma entrambi gli ascensori, a un capo e all’altro del corridoio, partirono con uno schiocco secco verso i piani inferiori. Richter tornò a sedersi di fronte all’uomo del Charlize.
“Ha detto di essere stato preso prigioniero nell’altra guerra.” riprese. “Da chi? Inglesi o francesi?”
“Da voi” disse l’uomo "Dagli americani."
“Non c’erano truppe americane in Belgio nel 1916”.
“Ho visto la bandiera cucita sulla spalla. Portavano maschere antigas, avevano fucili corti, senza baionetta. Indossavano tute nere, da meccanico. Avevano binocoli fissati all’elmetto che gli coprivano gli occhi. Quella notte dovevamo consegnare un dispaccio urgente, ma mi ero perso in una trincea di collegamento. Quelli sono saltati dentro e mi hanno lanciato una granata tra i piedi”.
“Ed è rimasto ferito”.
“Sono rimasto paralizzato. Cieco e sordo”
“Cieco e sordo. E come fa a dire che erano americani?”
“Perché li ho visti più tardi, quando è passato l’effetto dell’esplosione. Nel loro veicolo. Ho visto anche la bandiera. In quell’occasione ho potuto vedere solo l’interno del veicolo. C’erano anche Brendmeyer, Beelitz, Fons e Riese, tutti seduti a terra con le mani legate. Avevano preso tutti gli Ordonnanz del reggimento. Ci controllavano i documenti, i libretti di servizio. Ed erano furiosi”.
“Può spiegarmene il motivo?”
“Sul momento non ci capii niente Non parlavo inglese allora. Ma più tardi, e dico mesi più tardi, mi resi conto che cercavano l’unico portaordini che non potevano trovare. Perché quella notte non era in linea”.
Tutte le biografie riportavano la notizia che Hitler era stato un eroico portaordini e che il 7 ottobre 1916 era stato ferito da una scheggia. Era stato lui stesso a indicare la data, nel Mein Kampf e nessuno aveva mai dubitato di quella indicazione. Anche sir Trevor-Roper ne aveva scritto di recente.
Richter riceveva tutto a casa, fino all’ultima riga. Le pubblicazioni tedesche negli anni Trenta erano state migliaia, gli intasavano lo studio e anche la camera da letto, e tutte dicevano: 7 ottobre 1916.
“Hitler dov’era quella notte? Come mai non è stato catturato da questi strani soldati, da questi… americani?” chiese.
“Era in ospedale, a Fromelles. Si era beccato una scheggia in una gamba il giorno prima”.
“Il 5 di ottobre”.
“Sì” disse l’uomo. “il 5”.
Due minuti dopo gli infermieri fecero irruzione in forze nella stanza, con Dibbs che li spronava come se si trovasse ancora al comando del suo plotone tra i boschi dell’Eifel. Rovesciarono l’uomo del Charlize dalla sua sedia su una barella e lo trasportarono oltre la porta, nel corridoio e infine in uno degli ascensori. Fu un attimo di trambusto e di incredulità. Richter cercò si seguirli ma un paio di quei tizi – massicci e più alti di lui di tutta la testa – lo fermarono semplicemente mettendoglisi davanti e occupando il vano della porta. A poco a poco, senza neppure ascoltare le sue proteste (anzi, a Richter diedero l’impressione di avere le orecchie disinserite) lo respinsero al punto di partenza, nella stanza ormai vuota. Richter notò la targhetta appesa sul petto delle loro casacche azzurre troppo strette: St. Augustine.
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venerdì, 22 febbraio 2008

L'uomo del Charlize #4

“Dovrebbe essere in ospedale” disse Richter alzandosi in punta di piedi per guardare oltre il gruppetto di agenti che si affacciava sulla porta. Molti erano rientrati in sede solo per sbirciare là dentro. Persino qualcuno che non era in servizio.
L’uomo era solo nella stanza spoglia, sedeva piegato in due poggiando i gomiti sulle ginocchia e si reggeva la testa fasciata tra le mani. Si vedeva il sangue venire a poco a poco in superficie attraverso il bendaggio, allargare una macchia rosea e sierosa. La camicia bianca era strappata su una spalla, aveva perso tutti i bottoni ed era macchiata. All’uomo mancava una scarpa. La gamba sinistra dei pantaloni era scucita lungo tutto il bordo esterno, fino alla cintola.
Dibbs cacciò via i curiosi.
“E’ il tizio del Charlize. Si è messo a urlare in tedesco in un cinema, durante la proiezione. La gente l’ha quasi linciato”.
Quando entrarono nella stanza l’uomo alzò la testa in cenno di saluto. La riabbassò prontamente.
Richter si fece portare una sedia e gli si piazzò davanti.
“Lei conosce la mia lingua? Parla tedesco?”
“Sotto la benda è completamente calvo.” disse Dibbs. “Nel cinema, dopo il tentativo di linciaggio, abbiamo ritrovato un parrucchino bruno e un paio di baffi finti”.
“Lei è un attore di teatro, cinematografico, qualcosa del genere?”
L’uomo negò scuotendo la testa.
“Ha documenti con sé?”
“Cos’è questo?” disse Richter indicando la spalla dell’uomo attraverso lo strappo nella camicia. Si vedeva il tatuaggio di una locomotiva lanciata a tutta velocità, con grandi sbuffi di vapore piegati all’indietro dal vento della corsa.
“Ritorno a casa“ disse l’uomo.
Richter conosceva bene quel genere di tatuaggio che, anche se vietato, era stato piuttosto diffuso tra i soldati tedeschi. Aveva un significato propiziatorio: era il ritorno a casa, su un treno ospedale, con la certezza di non rimettere mai più piede al fronte.
“Ritorno a casa“ ripetè Richter sovrappensiero.
L’uomo, finalmente, lo guardò in faccia.
Dimostrava circa sessantacinque anni, i suoi occhi erano scuri e sporgenti, lenti nel muovere lo sguardo nonostante lo stato evidente di agitazione. Il suo naso era tozzo e schiacciato, le labbra gonfie e tumefatte. Il mento era appuntito.
“Se questo è Adolf io sono l’amante di Mussolini” disse Dibbs.
Il naso di Hitler era sottile alla base, ma largo e forte all’estremità inferiore. Il mento, dopo una specie di taglio orizzontale che lo separava dalla zona delle labbra, sporgeva senza asprezze leggermente in avanti.
E poi c’erano i baffi. Nella faccia dell’uomo mancava completamente la loro ragion d’essere, quella che invece era stata l’elemento intorno al quale era andata organizzandosi, nel tempo, l’intera faccia di Hitler, anzi la sua immagine intera, quella che continuava ad animare gli incubi del mondo. Richter aveva passato ore a studiare le foto. L’elemento più caratteristico del viso della madre di Hitler era la scanalatura verticale tra il naso e il labbro superiore, come un impronta calcata a fondo sulla cera – e per quello, per coprire quel profondo taglio ereditario, evidentissimo anche nei ritratti da bambino, Hitler aveva sempre portato i baffi, prima i fluenti mustacchi della Belle époque e poi, a partire dagli anni Venti, il tempo dei primi comizi, quelli sottili come uno spazzolino.
L’elemento più caratterizzante della identità visiva di Hitler – e in definitiva della sua ossessionante hitleritudine - nasceva da una mancanza, da una piega dei muscoli facciali che creava una depressione tra il naso e il labbro superiore.
Richter poggiò una mano sul ginocchio dell’uomo e gli disse che presto l’avrebbero portato in ospedale.
 “Ora verranno a prenderla.” aggiunse Dibbs. “Vado ad avvertirli”.
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lunedì, 18 febbraio 2008

L'uomo del Charlize #3

Dibbs gli disse di aprire il dossier alla pagina 355. Richter cominciò a sfogliare, soffermandosi qua e là. C’erano lettere di tutti i generi. Battute a macchina su carta intestata di studi legali, compagnie di assicurazioni, fabbriche di mangimi, ma anche scritte a mano – scritture inclinate e fluenti, distinte grafie femminili su carta pregiata e fibrosa, lettere messe insieme alla meglio da gente che di solito prendeva in mano la penna solo per firmare assegni e altre scritte su fogli strappati dai quaderni a quadretti dei figli, su carta di recupero, su carta da pacchi marrone. Svolazzi, tagli e gambe infantili. Tutte indirizzate alla sede centrale dell’FBI – e per ognuna c’era stata una risposta. Grazie per le informazioni da lei fornite, che saranno attentamente vagliate. Per eventuali altre comunicazioni si rivolga all’agente di zona all’indirizzo indicato. Sinceramente suo, John Edgar Hoover, direttore
Anche le buste erano una storia, una trama che si svolgeva nel tempo e nello spazio. Indirizzi di ogni angolo del paese, timbro dell’ufficio postale di partenza e di quello d’arrivo e timbri dei vari uffici del Bureau, ognuno di un colore diverso, che si sovrapponevano, si rubavano spazio a vicenda: registrato, archiviato, classificato.
Una donna (registrato e archiviato in data 13 novembre 1946) scriveva dalla Virginia. Le parole erano incise a fondo, rischiavano di bucare la carta – doveva aver usato una matita da muratore temperata con un coltellino. Aveva riconosciuto Hitler mentre passeggiava nella via centrale della sua città, Charlottesville. Un altro (registrato e archiviato in data 3 febbraio 1947) scriveva da Los Angeles per segnalare che un tale che somigliava ad Adolf passava le notti in una Lincoln gialla parcheggiata davanti a un cinema.
Poi c’erano i ritagli dei giornali locali. I primi, subito dopo la fine della guerra, facevano riferimento all’Argentina o più genericamente al Sudamerica. Poi si era diffuso il sospetto che potesse essere entrato negli Stati Uniti, presumibilmente attraversando il confine con il Canada. C’erano foto segnaletiche di Adolf senza baffi, senza baffi e calvo, con la barba e i capelli, con la barba e calvo.
Richter non si stupiva di questa ossessione del riconoscimento. C’erano state, certo, le cacce alla spia durante la guerra (alcuni, sbarcati da sommergibili e assolutamente sprovveduti, erano stati arrestati e fucilati); c’era la diceria che al largo della costa del Maine fosse stato catturato un U-Boot con la cambusa era ben fornita di prosciutto Swift’s. Ma quello che contava era la passione per la personalizzazione. Richter aveva passato la maggior parte degli anni della guerra in Inghilterra, e non gli era mai capitato di notare una cosa simile. Là si parlava di Germania, di Unni (cioè di tedeschi) e nazismo. In America non si pensava che a Hitler. C’erano stati persino cartoni animati. Donald Duck contro Hitler, Popeye contro Hitler, Betty Boop che la fa in barba a Hitler. Era ovvio che la gente non pensasse ad altro. I baffetti, gli occhi spiritati, erano scivolati a poco a poco negli incubi di tutti. Anche adesso, a due anni dalla fine della guerra, non riuscivano a liberarsene.
Trovò quello cercava. Diede un’occhiata veloce alla lettera e alla busta.
Dibbs gli stava di fronte, in piedi, a braccia conserte.
3 ottobre 1947
8215 Cedar Street
Silver Spring, Maryland
Registrato e archiviato in data 17 ottobre 1947.
A scrivere era un uomo d’affari che alla fine di settembre si era trovato a Washington per lavoro. Si era recato, per il pranzo, al Charlize, un ristorante del centro. Al solito, il posto era affollato. Guardandosi intorno aveva notato un tale che mangiava da solo a un tavolino per due. Allora di era avvicinato e gli aveva chiesto se potevano dividerlo. L’altro aveva accettato.
‘Il tizio mi sembrava strano’ scriveva l’uomo d’affari di Silver Spring, ‘così cominciai a chiedermi a chi potesse somigliare. Mi venne subito in mente lui. Pensai subito che fosse Hitler in persona’.
Richter, perplesso, alzò lo sguardo dal dossier.
Dibbs gli fece un cenno col mento: vai avanti.
Seguiva una descrizione fisica dell’uomo del Charlize: il lato sinistro della mascella più largo e pronunciato del destro, occhi neri, capelli neri, baffi tagliati corti alla sua maniera. Ma la cosa che più aveva impressionato l’osservatore erano le mani, grandi, con un grosso anello all’anulare della destra. E pallide. La pelle sembrava quella di un uomo che non ha visto il sole da molto tempo, nascosto o recluso. Era bianca e cedevole. La mano destra tremava vistosamente facendo tintinnare il coltello sul bordo del piatto. L’uomo, per cercare di nascondere il tremito, si era più volte messo a giocherellare col tovagliolo, aprendolo e ripiegandolo. Poi, all’improvviso, aveva chiamato il cameriere e pagato il conto, si era alzato, aveva chiesto permesso dicendo Pardon, era sparito tra la folla del marciapiede di fronte.
“Pare che stavolta ce l’abbiamo in casa” disse Richter richiudendo il dossier.
“E’ in una stanza al piano di sotto” disse Dibbs. (to be continued)
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venerdì, 15 febbraio 2008

We all came down to Montreux... assolutamente imperdibile.

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venerdì, 15 febbraio 2008

Tanto livore per nulla 2.0. Se qualcuno insultandomi vuole proprio dare pubblica prova di idiozia, in fin dei conti perché non dargli, nel mio piccolo, una mano?

postato da: ernestoA alle ore 14:41 | Permalink | commenti
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venerdì, 15 febbraio 2008

L'uomo del Charlize #2

Dibbs lo aspettava nel suo ufficio, in un turbinoso rimescolio di aria calda e polvere. Il ventilatore girava al massimo e sembrava sul punto di staccarsi dal soffitto. Gli angoli dei fogli sparsi sulla scrivania si alzavano e si abbassavano ritmicamente. Dibbs – un uomo che continuava a svegliarsi all’alba e a tagliarsi i capelli come sotto le armi - indossava una camicia bianca a maniche corte, tesa sul torace robusto e chiazzata sotto le ascelle. Si stava riannodando la cravatta. Richter gli fece cenno con la mano di lasciar perdere e a sua volta si tolse la giacca e il cappello e si accasciò sulla poltrona davanti alla scrivania.
“Mi dispiace, Rich”. disse l’altro.
“Non stare a preoccuparti. Ero al dessert”.
Richter prese un grosso dossier marrone dalla scrivania e ci picchiò sopra con la mano aperta, come a saggiarne la consistenza.
“E’ cresciuto, il piccolo” disse.
Dibbs si lasciò sfuggire un sospiro.
“E’ il caldo. La gente non dorme, passa la notte sui balconi. Ha le allucinazioni. Allora che fa? prende la penna e scrive. E’ una cosa che non si ferma mai. Ed è tutta colpa dei russi”.
“Lo sai come sono fatti”.
“Come sono fatti? Lo sai tu?”
“In linea generale tengono la bocca chiusa”.
Questo nessuno poteva saperlo meglio di Dibbs. Due anni prima aveva fatto parte di un reparto di ricognizione della 1 Armata che si era spinto fino all’Elba. Il 25 aprile, a Torgau, avevano incontrato i russi che avanzavano dalla direzione opposta tagliando in due la Germania. Sull’episodio era stato diffuso un filmato che mostrava strette di mano, scene di fraternizzazione, soldati che si abbracciavano e si scambiavano sigarette e bicchierini di vodka. Le riprese erano durate tre minuti. Per tutto il resto della giornata i russi erano rimasti sulle loro, muti come ragazzini in punizione mentre gli ufficiali giravano ringhiando tra la truppa per impedire ogni contatto.
“Ho un’amico che è appena rientrato da Berlino e mi ha raccontato cose pazzesche. Pazzesche. Il mese scorso hanno rilasciato un meccanico tedesco che avevano fatto prigioniero sull’Unter den Linden, a cinquecento metri dalla Cancelleria. Lo avevano fermato a un posto di blocco e gli avevano controllato i documenti. Gli avevano sequestrato il chilo di patate che aveva nella borsa. Beh, il fatto è che il tizio si chiamava Trumann, e loro hanno fatto due più due. Trumann vicino alla Cancelleria uguale trattative segrete tra noi e i tedeschi, uguale complotto, uguale resa separata. Tutto perché il meccanico si chiamava Trumann, con due enne”.
“Trumann” ripetè Richter.
“E ci hanno messo due anni a togliersi i dubbi. L’avranno interrogato settecento volte, quel poveraccio. Un meccanico con una borsa di patate. Con due enne”.
“E poi?”
“Poi cosa”.
“Dopo che è stato rilasciato”.
“Dopo l’abbiamo interrogato noi per sapere su cosa lo avevano interrogato i russi”.
“E ora lo riconvocheranno loro per sapere cosa gli abbiamo chiesto noi”.
Dibbs rise: “Povero Trumann”.
Richter aprì il dossier che teneva sulle ginocchia.
“Hai una penna?” chiese.
Dibbs gli passò la stilografica che teneva nel taschino.
“Non sono solo i russi a fare errori di ortografia”.
L’uomo dell’FBI lo guardò inclinando la testa da un lato con un’aria interrogativa, come fanno i cani. Richter gli mostrò la copertina del dossier. C’era scritto Adolph Hitler. Richter tirò una bella riga sul ph, corresse e restituì la penna.
“Stavolta l’hanno fatta grossa” riprese l’altro senza scomporsi. “Hanno creato una tale disinformazione che neppure loro ci capiscono più niente. Si sono disinformati da soli. Appena presa Berlino hanno truccato un cadavere per farlo somigliare a quello di Adolf e hanno convocato la stampa. Poi si sono rimangiati tutto. Hanno parlato di un sosia. Qualche giorno dopo hanno ne trovato un altro, solo che non hanno avuto il coraggio di mostrarlo. Si dice che il cadavere avesse i calzini rammendati. Poi un terzo, con un buco in testa. Poi un altro ancora, irriconoscibile. Hanno prelevato il dentista di Hitler e di Eva Braun e gli hanno mostrato i denti dentro una scatola da scarpe. Niente da fare. Identificazione incerta. Alla fine anche Stalin non ne poteva più, ma evidentemente non è nella sua natura fare chiarezza. E’ più forte di lui. Harry Hopkins, che è stato a Mosca due anni fa, ha riferito che secondo il baffone Hitler era fuggito in Argentina o in Giappone. A quel punto i giornali inglesi si sono scatenati. Poi hanno iniziato i nostri”.
Richter conosceva quegli articoli uno per uno. Riceveva uno spoglio giornaliero direttamente a casa. Ce n’erano per tutti i gusti.
Hitler era stato visto a Dublino vestito da donna. Viveva tranquillo nel palazzo presidenziale di Francisco Franco. Secondo un giornalista inglese aveva approfittato di una pausa nei bombardamenti per saltare su un aereo, decollare da un viale di Berlino e raggiungere Amburgo, dove un U-boot speciale lo aspettava per portarlo in Sudamerica. Viveva in Vaticano travestito da prete cattolico. Viveva nascosto alle Spitzbergen con Martin Bormann. Era fuggito in Svezia e faceva l’imbianchino.
“Quello di oggi dove si nascondeva?” chiese Richter.
Dibbs scosse la testa violentemente. Sembrava volesse far ripartire un meccanismo inceppato.
“E chi ha detto che si nascondeva”. (to be continued)
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giovedì, 14 febbraio 2008
Obama nell'alto dei Cieli.  Il pezzo di Christian Rocca sul nascente culto della personalità Obamiana è davvero notevole.
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giovedì, 14 febbraio 2008

Il racconto che segue fu pubblicato su Maltese Paranoia nell'agosto 2004. Lo ripropongo qui a puntate con minime varianti.

L'uomo del Charlize

Il cameriere lo anticipò: quando gli disse che nel parcheggio c’erano due agenti che lo aspettavano, Richter aveva già finito il secondo Porto ed era sul punto di chiedere che gli portassero il telefono per chiamare un taxi e farsi accompagnare a casa, dove avrebbe annullato il resto del pomeriggio in poltrona sfogliando riviste e lasciando sfogare la sonnolenza. Non si scompose, accennò un alzata di spalle – un gesto imparato anni prima in Francia – e chiese il conto. Pagò e si avviò con calma all’uscita. Non era la prima volta che succedeva di domenica. Si affacciò sulla soglia del ristorante, vide la macchina parcheggiata e i due uomini in uniforme che fumavano appoggiati alla fiancata, e restando all’ombra della veranda gli fece un cenno di saluto. Uno gettò la sigaretta e gli si fece incontro corrugando i muscoli della faccia contro il sole. L’altro si mise al volante. Richter si accomodò dietro, posò il suo Stetson sul sedile. La macchina era una scatola rovente, per riuscire a resistere dovettero aprire tutti e quattro i finestrini. Le strade erano deserte e l’asfalto cedeva sotto i pneumatici, una materia molle e pulsante che espirava ondate di calore.Vedeva le gocce di sudore brillare sulle nuche rasate dei poliziotti. Attraversarono un viale alberato. Il sole filtrava tra le foglie. Cercò gli occhiali scuri nella tasca della giacca ma si accorse di averli dimenticati sul tavolo del ristorante. Mentre lasciavano i sobborghi avvicinandosi al cosiddetto triangolo giudiziario Richter sentì salire il torpore, un giramento di testa, e invidiò le famiglie chiuse nelle villette bianche, tra i prati bagnati di fresco, all’ombra delle querce. I bambini dormivano, i padri ascoltavano la radio, finivano tranquillamente la birra, le madri riponevano i piatti: la quiete domenicale degli uomini che avevano scopi limitati, validi solo in giorni e a orari prestabiliti.

Richter era entrato nel Servizio nel ‘41. L’8 dicembre si era precipitato all’ufficio di reclutamento. L’avevano arruolato in fanteria. Ci avevano messo un mese ad accorgersi dell’errore. Una mattina avevano mandato una macchina dell’FBI a prelevarlo al campo d’addestramento, a Madison Barracks. Gli serviva gente che parlasse il tedesco, conoscesse i gerghi, i dialetti, le inflessioni, tutte le stratificazioni della lingua. Avevano ricontrollato le loro carte, i documenti dell’ufficio immigrazione, e qualcuno aveva puntato il dito.

Era nato in Germania, dove aveva vissuto fino a ventiquattro anni. Nel giugno del 1933, dopo la laurea in filologia, era riparato in Francia. Due anni dopo era in America. Il fatto che fosse figlio di un noto oppositore socialdemocratico e che tutta la sua famiglia fosse finita in un campo di lavoro della Westfalia aveva garantito per lui. Lo avevano assegnato all’OSS, i cui membri venivano comunemente designati come “gli spioni”. Lì si era sentito isolato e messo in disparte, almeno all’inizio. La norma era che i ranghi del Servizio fossero reclutati tra i laureati della Ivy League. Di solito non c’era spazio per gli stranieri. Il problema, però, era che quei ragazzi parlavano un tedesco di merda. Dopo la guerra, poi, erano corsi in massa alle loro occupazioni naturali: adesso erano avvocati, industriali, gente di Wall Street. Lui era rimasto a Washington. Il Servizio era stato sciolto, le sue competenze distribuite, e ora Richter dipendeva dal Bureau. Per qualche mese era stato ceduto in prestito a un gruppo di studio di ufficiali dell’Air Force e non aveva fatto altro che tradurre documenti e verbali d’interrogatorio – casse di fogli battuti a macchina, camion di carta, tutta roba sull’andamento della produzione industriale tedesca negli ultimi tre anni di guerra. Adesso, però, aveva cambiato incarico.

L’agente che non guidava gli offrì una sigaretta. Richter accettò, fece una lunga tirata e sentì che la testa iniziava a girargli sul serio.

Chiese come mai non avessero mandato una macchina del Bureau.

L’agente che gli aveva offerto la sigaretta picchiettò col dito sul vetro dell’orologio.

“A quest’ora gli irlandesi sono tutti sbronzi” disse alludendo alla predilezione di Hoover per i cattolici.

Accostarono accanto a un palazzo di dieci piani circondato da un prato rasato di fresco. Era stato innaffiato quella mattina e adesso, sotto il sole, dall’erba e dalla terra saliva un vapore di palude che toglieva il fiato. Richter salutò e ringraziò i due poliziotti. Quelli dissero “Di niente, sir” e ripartirono. Guardò la macchina fare inversione. Si sarebbero allontanati dal centro, avrebbero cercato un bar e avrebbero trascorso il pomeriggio a bere Dr Pepper ascoltando la radio come due ragazzini qualunque. Richter sostò qualche istante di fronte alla porta girevole chiedendosi se non fosse il caso di lasciar perdere, chiamare un taxi e sparire. Ma quell’incarico, pensò, era la sua unica carta utile per evitare le relazioni sulla produzione tedesca di carburo di tungsteno, di cuscinetti a sfere, di cavi elettrici in rame. Mostrò il tesserino alla guardia, entrò e si diresse all’ascensore.  (to be continued)

 

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mercoledì, 13 febbraio 2008

FAILURE, pour l'homme. Apro l'armadietto del bagno e do un'occhiata al flacone del profumo. FAILURE. Richiudo, faccio un bel respiro, mi sciacquo la faccia, poi riapro. Ancora FAILURE. Eppure lo so, lo so come si chiama il bastardo, ALLURE si chiama, altro che FAILURE e FAILURE. Ho provato a girarlo dall'altra parte, ma l'istinto della sbirciatina era troppo forte. FAILURE l'altroieri e FAILURE ieri mattina. Stamattina ho deciso di applicare una striscia di nastro adesivo sulla scritta.

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martedì, 12 febbraio 2008

Detto chiaramente, il pezzo di Silvia Ronchey segnalato QUI produce scemenze e stereotipi almeno al ritmo di uno ogni riga: "opposti integralismi"? "un nuovo medioevo sembra aver calato le sue tenebre"? "l'unica definitiva conquista del Novecento"? Da qualche tempo si ha come l'impressione che a qualcuno stiano saltando i nervi, o quantomeno che la tendenza a scrivere commentando i parti della propria fantasia spacciati per "la realtà italiana" stia dilagando. Quanto a una gendered history della nostra letteratura... mi astengo dal commentare: confesso però che espressioni come "scrittura al femminile", "approccio femminile alla scrittura" e simili stampate su un libro mi riempiono di profonda e immedicabile tristezza e fanno generalmente prendere al volume la via del cassonetto (differenziato, perché io sono una persona perbene). E poi, se il medioevo era tutto un avanzare di "donne colte e forti, dallo spirito libero e dalla prosa superba" impegnate giorno e notte a sfidare "le oppressioni della cultura dominante", perché la Ronchey non fa i salti di gioia, visto che il "nuovo medioevo" sarebbe già qui, proprio dietro l'angolo?

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lunedì, 11 febbraio 2008
Tanto livore per nulla. La letterina di Christian ad Antonio D'Orrico reo di aver stroncato l'Hitler di Genna sul Corriere Magazine.
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giovedì, 07 febbraio 2008
Ancora su Le benevole (e quanto ci metti a finirlo, direte, ma nel frattempo per ragioni didattiche ho dovuto parzialmente rileggere nientemeno che Underworld... vorrei vedere voi), ancora a proposito di ‘ste benedette Benevole, dicevo, è evidente che non è possibile mettersi a raccontare una vicenda come questa senza fare i conti con i cliché (illuminante la recensione di Davide Malesi) e che in proposito gli atteggiamenti dell’autore possono essere due: cercare di starne alla larga, che secondo me è una pia illusione (sicuramente lo sarebbe stato in questo caso in cui sessant’anni di storiografia, bibliografia, filmografia hanno lasciato il segno anche sui più sprovveduti); oppure venire a patti con loro, servirsene e rivitalizzarli (risemantizzarli avremmo detto qualche anno fa), e in questo caso di solito se il gioco riesce l’autore riesce ad attivare un intero patrimonio di conoscenze già presenti nella memoria del lettore e a servirsene per i propri scopi, cioè accrescere il piacere del testo. Littell sceglie risolutamente la seconda strada e, siccome è bravo ma bravo assai, anche troppo, quando leggiamo di un ufficiale delle SS che ascolta Monteverdi fumando un sigaro e sorseggiando cognac, o di uno Ju-52 in decollo da Gumrak che imbarda, scivola sull’ala e si disintegra in una palla di fuoco (descrizione identica in una lettera da Stalingrado citata qui), o di una festa di Capodanno sulla neve del Grunewald in cui il protagonista – proprio lui, questo decadente curioso di sensazioni estreme – scopre con una certa sorpresa il fremito dato dal bacio, pensate, di una donna – quando tutto questo accade noi ci crediamo e, dio non voglia, partecipiamo e talvolta ci immedesimiamo. E a questo punto capisco che dal punto di vista etico spingere un lettore a immedesimarsi con un nazista, sia pure un intellettuale nevrotico, non è il massimo, ma a noi del punto di vista etico nei romanzi importa pochissimo.
Sempre in tema di nazismo, ho scoperto questo sito straordinario: Third reich in Ruins: com'era allora e com'è adesso.
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