lunedì, 31 marzo 2008

Della guerra. Scrive Eraclito che polemos, la guerra, è padre di tutte le cose. Di sicuro lo è della letteratura occidentale, che al canto delle armi e degli eroi deve i suoi primi capolavori. Di recente finisco sempre per capitare su libri in cui il tema della guerra riveste un ruolo centrale. E' così in Città delle Stelle di Jed Mercurio e in Così triste cadere in battaglia di Kumiko Kakehashi. Nel romanzo di Jed Mercurio la guerra è quello che era nei poemi omerici: duello, superamento di sé, occasione di gloria. Gli scontri tra Mig-15 e Sabre nei cieli della Corea - gli ultimi della storia dell'aviazione in cui i piloti delle grandi potenze non avevano a disposizione missili guidati -  somigliano ai combattimenti nella piana davanti le mura di Troia; gli assi dell'epoca, James Jabara,  Pete Fernandez, Gabby Gabreski, Joseph McConnell, John Glenn, Wally Schirra, e naturalmente il protagonista Evgeni Eremin che il nemico subito soprannomina Ivan Il Terribile, non sono diversi da Achille, Ulisse, Aiace. Scrive Jed Mercurio del suo protagonista: "Il fumo degli aeroplani caduti, la fioritura dei paracadute, le fiamme della vittoria: erano quelli i suoi figli." In Così triste cadere in battaglia invece la guerra è dovere sacro, ma intriso di profondo rimpianto. Si tratta di un breve saggio dedicato a una singolare figura di combattente, il generale Tadamichi Kuribayashi, comandante delle truppe giapponesi durante la battaglia di Iwo Jima, di recente oggetto di ben due film di Clint Eastwood e qui considerato soprattutto alla luce delle molte lettere scritte ai suoi familiari nei mesi in cui visse sull'isola dello zolfo che doveva diventare la sua tomba. La sottolineatura della dimensione eroica, quando c'è, è riservata da Kuribayashi esclusivamente ai suoi soldati. In lui il senso del dovere inseparabile dal ruolo di ufficiale dell'esercito imperiale non diventa mai esaltazione bellicista, e poiché è cosciente fin dall'inizio che la sua missione è di quelle senza ritorno è fortissimo il rimpianto per gli affetti a cui le sue responsabilità lo costringono a rinunciare, al punto che quando si trova già da mesi a Iwo Jima, nel pieno dei preparativi della battaglia, Kuribayashi si sforza ancora di svolgere, per via epistolare, il suo ruolo di marito e padre. "Proprio quando, come marito e padre, pensavo di poter rendere felice la vita di tutti voi " scrive il 25 giugno 1944, "mi è stato ordinato di difendere il pezzo di terra più critico dell'intero Giappone. Un compito che non potevo non accettare." Sul piano militare, la sua difesa di Iwo Jima testimonia da un lato l'abbandono della dottrina ufficiale dell'esercito giapponese, che prevedeva l'arresto sulla spiaggia del contingente di sbarco nemico e il contrattacco immediato, dall'altra la rinuncia ad ogni velleità di bella morte (di solito, venuta meno ogni possibilità di vittoria, le truppe giapponesi sceglievano la soluzione del glorioso attacco suicida) in favore di una oscura battaglia di logoramento condotta utilizzando una ragnatela di chilometri di gallerie scavate sotto l'intera superficie dell'isola. Kuribayashi conosceva bene gli Stati Uniti, in cui aveva vissuto per otto anni, ed era stato contrario alla guerra. Ora che vi si trovava coinvolto, riteneva che l'unica possibilità di cambiare la sorte del suo paese fosse una difesa a oltranza che infliggesse agli americani tali perdite da spingerli ad accettare eventuali soluzioni negoziate proposte da un Giappone ormai con l'acqua alla gola. Kuribayashi aveva visto giusto, ma non poteva prevedere che l'esperienza di perdere 7000 marines per conquistare un'isola di 22 kmq - e la proiezione su scala infinitamente maggiore di tali sofferenze - sarebbe stata uno dei fattori che avrebbero spinto gli americani ad attaccare due città giapponesi con le prime bombe nucleari.

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giovedì, 27 marzo 2008

Uomini affascinanti dagli occhi di gatto #2

Dopo il tramonto io e Anna abbiamo scopato davanti alla finestra aperta, col vento fresco delle montagne che gonfiava le tende. Siamo una coppia al bivio, noi due. Ci siamo conosciuti al giornale. Anna è stata assunta tre mesi fa come amministrativa; io sono redattore ordinario. Il nostro mensile si rivolge a un pubblico misto di trenta- trentacinquenni e si occupa di quattro argomenti: la cellulite per lei, gli addominali per lui, i consigli per la vita di coppia e i viaggi per tutti e due. I trenta-trentacinquenni, è noto, sono la classe di età con la più alta propensione al consumo, così rastrelliamo un sacco di pubblicità di vestiti, cosmetici, profumi, automobili, orologi, gioielli, informatica, hi-fi e telefonia. Il grano affluisce regolare. Io faccio interviste telefoniche in cui chiedo alla gente famosa cosa pensa della fedeltà nel rapporto di coppia, del perdono della eventuale infedeltà, dei posti più strani in cui hanno scopato. Ogni tanto Aurelia, il capo, mi spedisce tutto spesato in un paese d’oriente. Sto via una settimana con una fotografa – è una lesbica drastica e risaputa – e al ritorno scrivo diecimila battute.. Questo però è un viaggio di piacere. Neanche mi sono portato il notebook..
Anna è venuta subito, con la voce che le diventava roca e una risatina finale senza ragione apparente, tutta di nervi. Io continuavo, sudavo e sorvegliavo il mio movimento regolare. Non riuscivo a concludere. Era il qat. Ti fa restare l’uccello duro, hai i coglioni che ti bollono e non riesci a venire. Anna stava sotto; una goccia di sudore mi si è staccata dal mento e le è caduta in un occhio. Ha detto: per favore basta. Mi sono alzato e sono andato alla finestra, nudo com’ero. Anna è entrata in bagno. In quel momento giù in strada si è sentito un raschiare di lamiere, poi un colpo sordo e il pavimento che tremava. Una Peugeot 504 aveva centrato la fiancata di una Land Rover e poi il muro dell’albergo. La 504 è praticamente un carro armato. Tutto l’edificio ne è stato scosso.
I due uomini sono scesi dalle macchine per affrontarsi. Tutti e due erano barbuti, portavano una giacca a doppiopetto gessata sulla camicia senza colletto e pantaloni tradizionali, larghissimi alle cosce e stretti alla caviglia. Nessuno ha messo mano ai famosi coltelli. Le parole bastavano. Ogni frase un crescendo d’odio, ogni sillaba talmente carica d’astio che pareva volesse disintegrare la precedente. Il tutto condito da raschi e sputi. La gente è uscita dai vicoli e li ha circondati. Si sono formate due fazioni contrapposte e il vociare ha raggiunto un livello insostenibile. Quelli delle ultime file sgomitavano e urlavano. Poi i litiganti, pressati da ogni lato e ormai praticamente guancia a guancia, hanno raggiunto l’accordo. Non avevano scelta. Quello della Land Rover ha allungato una mazzetta, l’altro se l’è ficcata in tasca, ha girato sui tacchi ed è risalito sulla 504. Il diesel è ripartito con una sbuffata orgogliosa di nerofumo. L’assembramento si è sciolto e sulla piazza è tornato il silenzio. Si sentiva il vento rimescolarsi tra le colline.
La porta del bagno si è aperta e Anna ha domandato: cos’è stato?
Una constatazione amichevole, ho risposto.
Anna mi ha circondato i fianchi con il braccio. Sempre lì a circondarmi, Anna. Anna se potesse mi recinterebbe. Il vento soffiava. La piazzetta era come una balconata, dopo la prima fila di case la città crollava nella valle. Le luci delle altre finestre dell’albergo si sono spente una a una – anche noi abbiamo spento e siamo rimasti a fumare al buio. Un fronte nuvoloso sbiancato dalla luna piena si allontanava a vista d’occhio lungo tutto l’orizzonte. Lo spettacolo mi piaceva. Da bambino conoscevo i nomi di tutti i mari della Luna.
La mattina dopo il Sandro e la Lola erano in ritardo. Djamel, l’autista dell’agenzia, masticava per passare il tempo. I due australiani bestemmiavano contro gli italiani. Sui sedili posteriori del secondo fuoristrada i due tizi di scorta del ministero degli interni dormivano abbracciati ai fucili. Io, naturalmente, indossavo il gilet dalle mille tasche. Riprendevo con la videocamera le donne che andavano al mercato. Un bambino di quattro anni si è staccato dalla mano della madre, mi è venuto incontro e mi ha intimato di smettere passandosi l’indice sotto il mento. Ho ripreso anche lui, il piccolo tagliagole di merda.
Anna mi ha detto: quanto sei stronzo a riprenderli senza chiedergli il permesso.
Aveva ragione lei.
(continua)
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mercoledì, 26 marzo 2008
Uomini affascinanti dagli occhi di gatto
Che poi, dico, è proprio inutile che mi lamenti. Neanche giusto. La colpa è mia, di tutti quelli come me. I giornalisti dalle mille tasche. I frequent flyers che vengono con la guida e la scorta e tornati a casa cagano l’articoletto col deserto e i cieli limpidi, e le case-torri di pietra e fango secco, e gli uomini col pugnale ricurvo, e le sete, i costumi sgargianti, i turbanti e l’incudine del sole – insomma il repertorio completo del cazzone in gilet da fotoreporter che poi spedisce diecimila battute a Marie Claireo a Cosmopolitan con il titolo Un paese al bivio, guarda caso da queste parti sono sempre al bivio, ovviamente tra medioevo e qualcos’altro, di solito la modernità.
 L’emirato, un paese al bivio tra medioevo e modernità: perfetta lettura da cesso.
Siamo arrivati due giorni fa su un bimotore Piaggio nuovo fiammante. Il pilota è venuto giù con una manovra che ha lasciato tutti a bocca aperta. Una picchiata sibilante coi motori al minimo, dai finestrini abbiamo visto i monti brulli crescere di statura, in un attimo sovrastarci e restringere il cielo - e all’ultimo momento una cabrata decisa per livellarci con la pista. Ha invertito la rotazione delle eliche e l’aereo si è fermato in cento metri. Tra i passeggeri è nato un applauso spontaneo.
 Eravamo in sei: io, Anna, una coppia di parrucchieri milanesi e due australiani barbuti sui trent’anni. I milanesi, il Sandro e la Lola, erano in viaggio di nozze. Camicie kaki, bermuda, scarponcini Timberland. Una volta a terra il sole formicolava sulla nuca e sulle braccia scoperte. Anna si è tolta gli occhiali scuri e si è guardata intorno. La pista terminava tra le erbacce cinquanta metri più in là. Le colline e le case erano rosse come campi da tennis. Era mezzogiorno. Il cielo sopra di noi era bianco. Dall’asfalto saliva una lunga striscia di calore ondeggiante che dava il mal di mare. Anna mi ha detto: si chiama effetto morgana. Pensava: ma dove cazzo mi hai portato?
Anna, eccoci qua, nel paese al bivio, finalmente, il posto dove l’orologio rallenta e l’intestino accelera eccetera eccetera.
Subito dagli zaini sono spuntate le bottiglie d’acqua per le donne. Non che avessero sete - è che bere molta acqua è diventato il primo pilastro della saggezza delle donne occidentali. Sono arrivate le guide su due Land Cruiser e ci hanno portato in albergo. Era nel centro della città. Lola, la milanese, ha passato la mano su quei muri di fango rosso e ha detto: qui, se piove, viene giù tutta la baracca.
Le stanze avevano l’aria condizionata, il frigo bar e la tv. Io, Sandro e Stanley, uno degli australiani, siamo andati all’ufficio del ministero del turismo per le autorizzazioni. Ci hanno detto che per proseguire verso l’interno dovevamo chiedere al ministero degli interni e ci hanno fatto un disegno per mostrarci la via. Ci siamo persi ugualmente. A un mercatino Stanley si è comprato una borsa di qat e tutti ci siamo messi a masticare alla grande. Tutti gli uomini qui masticano come cammelli, se non lo fai passi per una checca e per te è finita. Sempre masticando abbiamo arrancato in salita. Abbiamo arrancato al sole. Abbiamo arrancato all’ombra delle case torri. Ci siamo buttati nei vicoletti in discesa, schivando gli sputi che provenivano dai finestrini. Ci saranno cento macchine in tutta la città e riescono a ingorgarsi ugualmente. Quando c’è stato un ingorgo lo vedi subito, basta contare gli sputi per terra. Gli autisti sono quelli che masticano più di tutti. Alla fine ci siamo ritrovati in albergo. Eravamo delusi. L’uomo alla reception ci ha spiegato che per ottenere in fretta il permesso del ministero conveniva comprare un pacchetto di viaggio da un’agenzia, e che un suo parente ne aveva una. Ne abbiamo discusso davanti a lui e Stanley ha protestato scuotendo la testa: I wanna taste the country, diceva, no agenzia. Io e Sandro abbiamo accettato a nome di tutti.
Il receptionist ha chiamato il suo parente al telefono e ci ha chiesto 550 dollari a testa: partenza la mattina dopo per una città tra i monti famosa per il castello dell’emiro. (continua)
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giovedì, 20 marzo 2008

Ci sono voluti vent'anni per infrangere quello scudo invisibile e arrivare alla macchina racchiusa fra le pareti di cristallo. Quello che non siamo riusciti a capire lo abbiamo spezzato, alla fine, con la brutale potenza dell'energia atomica. Io stesso ho visto i frammenti di quella cosa bella e scintillante che ho trovato un giorno, lassù fra le montagne. (La Sentinella). Millennium Falcon inizia dal racconto più celebre la sua rassegna su Arthur C. Clarke, scrittore. Io di Clarke confesso di aver letto solo 2001: Odissea nello spazio - più volte però, e prima di vedere il film di Kubrick, di cui altrimenti non sarei riuscito a capire l'enigmatico finale.

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lunedì, 17 marzo 2008

La Cina finanzia il debito pubblico americano, è il primo partner commerciale dell'Unione Europea, produce per noi in loco quello che noi non sappiamo più fare qui e inoltre gode dell'immenso vantaggio che viene dal fregarsene altamente degli opinionisti dei grandi media americani ed europei, nonché dell'ONU, che comunque è in grado di rigirarsi come vuole non solo col diritto di veto ma anche con l'acquisto di voti in moneta sonante. Anche Benedetto XVI tace sul Tibet, ma se avesse parlato nessuno a Pechino avrebbe battuto ciglio. Tacciono i professionisti dei diritti umani, troppo occupati con il piccolo Israele. Tacciono i premi nobel per la pace, troppo occupati con Guantanamo. La Cina non ha le debolezze di una democrazia e, mentre manda i suoi blindati in Tibet, con sovrana maleducazione ci volta le spalle.

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giovedì, 13 marzo 2008

L'idée fixe. Unire i puntini da qui.   .   .   .   .   .   a qui.

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mercoledì, 12 marzo 2008

Della Bellezza. Stamattina, mentre attraversavo l'assolata piazza Castello ascoltando Il Flauto Magico, non potevo fare a meno di pensare che Mozart sapesse qualcosa sulla vita che noi ignoriamo, o che abbiamo dimenticato. 

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lunedì, 10 marzo 2008

Avevo esitato molto prima di iniziare Patrimonio. Dopo Everyman, di tutto avevo voglia tranne che di un'altra desolata meditazione sulla nostra umana caducità. E' la vita stessa che si incarica di rinfrescarci la memoria in proposito. Sospettavo anche che fosse un Roth minore ripescato da Einaudi in attesa di qualcosa di più corposo. Ebbene, ero completamente fuori strada, perché Patrimonio (del 1991) non è una specie di pre-Everyman, anzi ne rappresenta piuttosto il rovescio: se questo ha al centro, effettivamente, i temi della malattia e della morte, e lì si esaurisce,  Patrimonio (a dispetto del fatto che parli di un tumore al cervello) è un monumento all’amore per la vita, al disperato, tenace, combattivo amore per la vita di un padre imperfetto e magnifico, è una riflessione sulla forza terribile e ambivalente dei legami tra padre e figlio, sullo slancio vitale delle generazioni di emigranti che con il loro lavoro posero le premesse per il benessere dei loro figli e dell’America: ed è un racconto nonostante tutto non privo di umorismo e di ottimismo. Non per niente la copertina di Everyman era nera come la pece. Su questa, invece, spicca il ricordo di un’estate felice, la foto di un padre ancora giovane con i suoi due figli. E Philip Roth, come al solito, scrive da dio. Chiedetemi chi è il più grane autore vivente e vi risponderò in un decimiliardesimo di secondo.
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venerdì, 07 marzo 2008

Questo non è male. Augh!

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mercoledì, 05 marzo 2008
L'uomo del Charlize #8
“E’ un nuovo trattamento chirurgico. E’ praticato in anestesia locale. E’ ancora piuttosto controverso, sa, alcuni medici lo rifiutano. Ci sono giovani assistenti che svengono, le prime volte. Eppure dura pochi minuti, e la parte veramente traumatica è questione di un attimo”.
Tanner si rilassò contro lo schienale della poltrona, aprì un cassetto della scrivania, prese una scatola di sigari – altro elemento di imitazione freudiana – e ne offrì uno a Richter, che rifiutò.
Il trattamento Watts-Freeman, spiegò il medico, prevedeva l’uso di un martelletto d’acciaio e di un semplice punteruolo da ghiaccio. Contrariamente ai metodi precedenti, quelli messi in atto da Fulton o da Moriz, non richiedeva trapanazione del cranio. Si procedeva inserendo il punteruolo con un colpo secco (ecco la ragione dell’uso del martello) immediatamente al di sotto dell’arcata sopraccigliare destra. L’attrezzo si faceva strada attraverso la pelle, i tessuti subcutanei, la parete ossea e le meningi. Penetrava nei lobi frontali, e a quel punto entrava in gioco l’abilità del chirurgo, che doveva muovere il punteruolo in modo da recidere i legami nervosi tra i lobi frontali e il resto del cervello del paziente. Doveva, semplificò Tanner, scollegare la pazzia dai centri vegetativi, in modo che il paziente potesse continuare la sua vita senza danno per sé, per i propri familiari e per la società. Il risparmio in termini economici e sociali era enorme.
“Davvero enorme.” ripetè Tanner pensoso. “Noi abbiamo potuto ridurre di un terzo il numero degli infermieri. Molti malati tornano se ne tornano a casa già dopo la seconda settimana, e i loro congiunti sono finalmente in grado di prendersene cura. La follia distrugge le famiglie, il trattamento le fa rinascere”.
“In Germania dieci anni fa avevano un programma simile per i malati mentali”.
Tanner esibì il suo interesse professionale aggrottando un sopracciglio.
 “Su quale rivista è stato presentato?”
“Sul Volkischer Beobachter, dal dottor Streicher“.
“Non ne sono al corrente.“ disse Tanner. Poi chiese in cosa consistesse il “trattamento Streicher”.
“Il buon vecchio colpo alla nuca.” disse Richter.
 “Non dica sciocchezze”.
Il professor Tanner posò il sigaro, si tese sullo schienale della poltrona, spostò un paio di penne in modo che fossero perfettamente parallele al bordo della scrivania. Assunse un’aria molto delusa.
“In questo periodo ho molto da fare” disse abbozzando l’atto di alzarsi.
“Lo sa per chi lavoro?” disse Richter.
A scanso di equivoci fece scivolare sulla scrivania il suo tesserino del Bureau.
“Adesso vorrei tanto che mi mostrasse i registri d’ingresso di questo reparto”.
Tanner ricadde sulla poltrona, annuì, aprì un grosso schedario a lato della scrivania e fece scorrere un raccoglitore.
 “Che data?” chiese.
“Domenica scorsa”.
“Non ci sono mai ingressi di domenica”.
“Mi passi gli ingressi della settimana”.
Tanner obbedì.
Richter non sapeva cosa cercare, ma sfogliando le cartelle non ebbe dubbi nel riconoscere il senso dell’umorismo di Paul Dibbs. Lesse: Fake, Harry A., internato il lunedi mattina. Lesse le note: paziente sui sessant’anni, tumefazioni, tagli, una profonda escoriazione sulla spalla sinistra.
“Ah, Harry.” disse Tanner. “Un caso esemplare. Violento. Autolesionista. Un incubo per la sua famiglia. Si era asportato il derma su una superficie di una ventina di centimetri quadrati servendosi di un coccio di bottiglia, praticamente si era scorticato tutta la spalla.”
“Mi porti da lui” disse Richter.
“Non posso. E’ a Filadelfia. I suoi nipoti hanno insistito per riaverlo a casa prima possibile.” Tanner si riprese il registro. “Vede? C’è scritto: dimesso”.
Richter controllò: nella casella della destinazione era effettivamente indicato un indirizzo di Filadelfia.
“Insomma è scomparso” mormorò.
“E’ scomparso il male.” disse Tanner. “Harry è tornato dalla sua famiglia. Adesso è tranquillo e felice, e loro hanno ricominciato a vivere, a uscire, a vedere gli amici, andare in vacanza. Questo trattamento è un vero e proprio programma sociale. Sta facendo del bene a un mucchio di persone in tutto il paese”.
Richter, alzandosi, chiese quante persone.
“Migliaia” rispose Tanner mentre lo accompagnava alla porta.
Richter ripercorse in fretta il corridoio, scortato da un infermiere. I guariti erano arrivati in fondo e ora procedevano in senso inverso lucidando il marmo con accuratezza testarda. La luce che entrava dalle finestre laterali e si rifletteva sul pavimento toglieva alla scena ogni elemento di realtà Sembrava di camminare su una nuvola. Richter si abbandonò completamente a quelle impressioni consolatorie. Uscito sul prato, notò un’altra macchina del Bureau in attesa dietro la sua. Ne scese Dibbs seguito da un altro agente. Gli si fecero incontro, e non era un atto di cortesia. L’altro agente camminava un metro e mezzo dietro Dibbs e un buon metro sulla destra, esattamente la posizione prescritta per un ufficiale in servizio di scorta a un superiore. Dibbs non aveva mai veramente lasciato l’esercito.
Quando gli furono accanto, l’agente di scorta si piantò davanti all’infermiere e gli impedì di procedere oltre. Dibbs e Richter raggiunsero l’ultima auto arrivata e salirono. Sul sedile dietro Richter trovò una busta col timbro del Bureau, ma non fece in tempo ad aprirla.
“Te ne torni a Cruccolandia.” lo anticipò Dibbs. ”Commissione locale di controllo per l’esclusione degli ex nazisti dalla nuova amministrazione“.
 La macchina fece marcia indietro, manovrò sul prato e tra l’indifferenza degli alienati si diresse all’uscita.
“Ritorno a casa, insomma” disse Richter appena ebbero varcato il cancello del St. Augustin
“Vai a occuparti di nazisti veri e lasci a noi quelli fantasma.” disse Dibbs.“Contento?”
“Fa qualche differenza?” chiese Richter?
Dibbs non rispose. Fece notare che la strada era sgombra e ordinò all’autista di accelerare, poi si voltò un’ultima volta verso Richter e gli fece il suo sorriso più grande, quello che aveva imparato studiando la posa dell’uomo raggiante in piedi sul bordo della piscina nella pubblicità della birra Pabst, provando e riprovando ogni mattina davanti allo specchio, e che teneva in serbo per le grandi occasioni.
The end
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martedì, 04 marzo 2008

Ho finito ieri il mio corso alla Scuola Holden: si intitolava Padroni del tempo e si proponeva, abbastanza ambiziosamente, di analizzare la vera è propria fissazione che i narratori, dall'Omero dell'Odissea in poi,  hanno per la rottura della linearità temporale: 20 ore durante le quali si parlato di analessi (flashback), prolessi (flashforward), digressioni temporali varie, rallentatori, accelerazioni, narrazioni a ritroso, con puntate frequenti sui problemi della scelta e della gestione del punto di vista, sui modi e i tempi più propizi per fornire informazioni al lettore, e tante altre cose. Abbiamo parlato dell'Odissea, del Giardino dei Finzi-Contini, di Stand by me, della Recherche, di Moby Dick, di Apocalypse now, delle Correzioni, della Morte di Ivan Ilic, di Divorzio a Buda, dell'Iliade, delle Mille luci di New York, di Guerra e Pace, di Forrest Gump, di Pastorale americana, delle Benevole, di Sarkozy e Carla Bruni, di Matrix, di Underworld, di Everyman, della Commedia, del Piccolo libraio di Archangelsk, della Sposa Americana, e compagnia bella. Non è stato sempre facile. E' stato bello. E' finito. Forse si rifarà.

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martedì, 04 marzo 2008

Franco Bungaro passando da uno spunto di cronaca a Brave New World di Huxley affronta i massimi sistemi: la bellezza (o l'assenza della bellezza), dio, la felicità, la libertà nel nostro mondo e in quello dei gemelli Bokanovskij. Io per lungo tempo ho considerato senza esitazioni Brave New World un'utopia negativa, poiché la libertà vi era negata e l'elemento tragico dell'esistenza nascosto dietro una nube di soma. Ma io allora ero un giovine romantico. Più tardi ho cominciato a considerare che (Leopardi docet), l'uomo è governato dall'amor proprio, il quale desidera per sé un piacere infinito che, come tale, non potrà mai essere soddisfatto - di qui la sua infelicità - ma che nel Brave New World questa catena desiderio-soddisfacimento parziale-infelicità era spezzata per sempre, perché ognuno era geneticamente condizionato ad un totale amor fati: felice del suo ruolo nel mondo e nella società, con larga disponibilità di piaceri materiali, largamente infantilizzato per quanto riguarda i piaceri di altra natura (il cinema odoroso non sembrava proprio aver prodotto dei capolavori), viveva però felice, e quando in questa celletta individuale s'insinuava "il muto e sordo dolore che stilla sotto a tutte le cose", bastava una bella compressa di soma, e il buonumore tornava in un batter d'occhio. Insomma, non liberi, condizionati, divisi geneticamente in caste, infantilizzati ma finalmente, dopo millenni di lamentazioni, poemi, sonetti, romanzi, sinfonie dolorose, dopo secoli e secoli di amori contrastati, di Romei e Giuliette, Tristani e Isotte, dopo i giovani Werther, gli Ortis e i giovani Holden, finalmente e per sempre felici. Se lo scopo dell'esistenza è la felicità, quello di Huxley non sarebbe il mondo perfetto? (l'autore non la pensava così, poiché nel 1958 tornò sulla questione in un saggio, Brave New World revisited, improntato sui condizionamenti di massa nella nostra società, ma la questione se, nei termini leopardiani che non starò a ripetere, BNW sia un'utopia o una distopia resta, per quanto mi riguarda, aperta).

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lunedì, 03 marzo 2008
Oscar per il miglior paziente psichiatrico. Questa qui è anche meglio di Giulietto Chiesa.
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lunedì, 03 marzo 2008

L'uomo del Charlize #7

Per tutta la settimana Richter attese una spiegazione. Aspettò pazientemente che Dibbs menzionasse gli avvenimenti della domenica. Si vedevano tutti i giorni, discutevano dei nuovi avvistamenti, il dossier cresceva a vista d’occhio e le testimonianze si facevano sempre più strambe, improbabili, adesso c’era gente che sosteneva di aver riconosciuto Adolf in un lontano parente, qualcuno che magari non vedeva da vent’anni e che prima della guerra, forse, così aveva sentito dire, forse aveva vissuto per qualche tempo in Europa. C’era addirittura una donna della Florida che aveva scritto a Hoover per avvertirlo di avere visto Hitler in sogno. Ma dell’uomo del Charlize Dibbs non fece mai parola.
Così, il lunedì successivo, Richter telefonò da casa per farsi mandare una macchina del Bureau. “E’ per una verifica” disse. Aggiunse che non era autorizzato a discuterne e che, per ogni evenienza, dovevano fare riferimento al coordinatore di quel progetto, l’agente speciale Paul Dibbs. Dieci minuti dopo la macchina parcheggiò davanti a casa sua. Richter ne rimase sinceramente stupito. In cinque anni era la prima volta che prendeva un’iniziativa senza discuterne con i suoi superiori ma, d’altro canto, se si fosse presentato al Saint Augustin in taxi sostenendo di trovarsi lì per conto di un’agenzia governativa gli avrebbero riso in faccia.
Diresse l’autista fuori città, verso ovest. Mentre parlavano del tempo, del caldo omicida delle ultime settimane, la capitale perdeva consistenza (con molta più rapidità di una città europea, pensava Richter) trasformandosi in un larga grana di sobborghi, gruppi di casette via via più misere – erbacce e materiali di fortuna, bidoni arrugginiti sotto le grondaie e alcuni abitanti che ancora dormivano sulle verande e che al loro passaggio aprivano gli occhi imbambolati, osservavano la berlina nera allontanarsi nella polvere, tornavano a posare il capo sui materassi come se si fosse trattato di un miraggio. Deviarono in una strada sterrata e sobbalzarono per quindici minuti prima di arrestarsi davanti ai cancelli del Saint Augustin. Un infermiere venne ad aprire e loro proseguirono a passo d’uomo su un tratto di strada asfaltata, all’ombra di una fila di querce.
Poi dovettero fermarsi di nuovo, perché c’erano un altro muro di cinta e un altro cancello.
Questa volta gli venne incontro un dottore barbuto. Somigliava a Sigmund Freud, ma in quell’imitazione Richter percepì una mancanza di ironia. Sotto il camice si intravvedeva la catenella di un orologio da taschino che spariva nel gilet a tre bottoni.
“Sono il dottor Tanner” si presentò. Gli cedette il passo oltre il cancello.
Il Saint Augustin era il pianeta della pazzia e nel suo campo gravitazionale venivano risucchiati prima o poi i corpuscoli minori, gli agitati, gli psicotici, gli schizofrenici, i furiosi di tutta la regione. Orbitavano nel prato intorno al complesso, sotto lo sguardo degli infermieri in casacca azzurra. La pazzia emanava dal padiglione centrale, e a mano a mano che gli si avvicinavano aumentava l’intensità delle urla, la frequenza dei riti compulsivi, l’attenzione tesa dei guardiani. Il dottor Tanner prese Richter sotto braccio – un gesto cameratesco e quasi affettuoso, il tentativo pieno di buona volontà di rassicurare un quasi collega visibilmente preoccupato.
Ma quando entrarono nell’edificio Richter, che si era aspettato camicie di forza, camere di contenzione e bestemmie, fu sorpreso dal silenzio – una totale mancanza di vibrazioni, come in assenza d’aria. Qui gli infermieri non avevano l’aspetto muscolare e l’aria da sfollagente dei loro colleghi all’esterno. Alcuni ricoverati lucidavano a cera un corridoio strisciando lentamente i piedi avvolti in panni di lana. Ognuno percorreva la sua strada sul largo pavimento di marmo senza degnare gli altri di uno sguardo, senza scambiare una parola.
“E’ il posto più tranquillo di tutto l’ospedale. Ci si lavora bene”. disse Tanner. “Ma a dire il vero questi non sono più malati. Sono guariti. Restano con noi solo per qualche controllo di routine”.
Tanner aprì alcune porte per mostrare altri guariti che giacevano in tranquillità seduti sul pavimento delle stanze, maneggiando sfere e solidi di legno nell’atteggiamento di grande calma e pazienza tipico di chi è stato liberato dal problema del tempo.
“Cos’è che fa il miracolo?” chiese Richter.
“Il trattamento Watts-Freeman”.
Richter chiese di cosa si trattasse. Tanner aprì un’altra porta e lo condusse in un ufficio assolato, calò le veneziane, prese posto dietro una scrivania e gli fece cenno di accomodarsi su una delle due poltroncine di fronte. (continua)
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