Della guerra. Scrive Eraclito che polemos, la guerra, è padre di tutte le cose. Di sicuro lo è della letteratura occidentale, che al canto delle armi e degli eroi deve i suoi primi capolavori. Di recente finisco sempre per capitare su libri in cui il tema della guerra riveste un ruolo centrale. E' così in Città delle Stelle di Jed Mercurio e in Così triste cadere in battaglia di Kumiko Kakehashi. Nel romanzo di Jed Mercurio la guerra è quello che era nei poemi omerici: duello, superamento di sé, occasione di gloria. Gli scontri tra Mig-15 e Sabre nei cieli della Corea - gli ultimi della storia dell'aviazione in cui i piloti delle grandi potenze non avevano a disposizione missili guidati - somigliano ai combattimenti nella piana davanti le mura di Troia; gli assi dell'epoca, James Jabara, Pete Fernandez, Gabby Gabreski, Joseph McConnell, John Glenn, Wally Schirra, e naturalmente il protagonista Evgeni Eremin che il nemico subito soprannomina Ivan Il Terribile, non sono diversi da Achille, Ulisse, Aiace. Scrive Jed Mercurio del suo protagonista: "Il fumo degli aeroplani caduti, la fioritura dei paracadute, le fiamme della vittoria: erano quelli i suoi figli." In Così triste cadere in battaglia invece la guerra è dovere sacro, ma intriso di profondo rimpianto. Si tratta di un breve saggio dedicato a una singolare figura di combattente, il generale Tadamichi Kuribayashi, comandante delle truppe giapponesi durante la battaglia di Iwo Jima, di recente oggetto di ben due film di Clint Eastwood e qui considerato soprattutto alla luce delle molte lettere scritte ai suoi familiari nei mesi in cui visse sull'isola dello zolfo che doveva diventare la sua tomba. La sottolineatura della dimensione eroica, quando c'è, è riservata da Kuribayashi esclusivamente ai suoi soldati. In lui il senso del dovere inseparabile dal ruolo di ufficiale dell'esercito imperiale non diventa mai esaltazione bellicista, e poiché è cosciente fin dall'inizio che la sua missione è di quelle senza ritorno è fortissimo il rimpianto per gli affetti a cui le sue responsabilità lo costringono a rinunciare, al punto che quando si trova già da mesi a Iwo Jima, nel pieno dei preparativi della battaglia, Kuribayashi si sforza ancora di svolgere, per via epistolare, il suo ruolo di marito e padre. "Proprio quando, come marito e padre, pensavo di poter rendere felice la vita di tutti voi " scrive il 25 giugno 1944, "mi è stato ordinato di difendere il pezzo di terra più critico dell'intero Giappone. Un compito che non potevo non accettare." Sul piano militare, la sua difesa di Iwo Jima testimonia da un lato l'abbandono della dottrina ufficiale dell'esercito giapponese, che prevedeva l'arresto sulla spiaggia del contingente di sbarco nemico e il contrattacco immediato, dall'altra la rinuncia ad ogni velleità di bella morte (di solito, venuta meno ogni possibilità di vittoria, le truppe giapponesi sceglievano la soluzione del glorioso attacco suicida) in favore di una oscura battaglia di logoramento condotta utilizzando una ragnatela di chilometri di gallerie scavate sotto l'intera superficie dell'isola. Kuribayashi conosceva bene gli Stati Uniti, in cui aveva vissuto per otto anni, ed era stato contrario alla guerra. Ora che vi si trovava coinvolto, riteneva che l'unica possibilità di cambiare la sorte del suo paese fosse una difesa a oltranza che infliggesse agli americani tali perdite da spingerli ad accettare eventuali soluzioni negoziate proposte da un Giappone ormai con l'acqua alla gola. Kuribayashi aveva visto giusto, ma non poteva prevedere che l'esperienza di perdere 7000 marines per conquistare un'isola di 22 kmq - e la proiezione su scala infinitamente maggiore di tali sofferenze - sarebbe stata uno dei fattori che avrebbero spinto gli americani ad attaccare due città giapponesi con le prime bombe nucleari.







