Uomini affascinanti dagli occhi di gatto #5
Il mattino dopo ci hanno slegati e portati fuori dalla stanzetta. Il caldo rimontava la china e il sole ci punzecchiava gli occhi senza pietà. Ho sentito la gioia dei muscoli liberati venire a galla in un sorriso involontario, incurante del futuro. Ho preso Anna per mano. Sandro e Lola sono scoppiati a piangere l’uno nelle braccia dell’altra. Lo zigomo di Jerry era gonfio come un melone.
Ci hanno lasciati camminare nello spiazzo tra le casupole di fango secco ed è stato come il primo passo sulla Luna, altrettanto esitante e pieno di incognite. La Luna, il Mare della Tranquillità. Sulla Luna è tutto un mare della tranquillità perché non c’è traccia di vita. I movimenti sembravano prolungarsi al rallentatore. Anna mi si stringeva addosso.
Povera Anna, voleva un viaggio che in qualche modo, con l’intimità prosaica del ritrovarsi la sera stanchi in camera d’albergo tra magliette sudate e calzini sporchi, desse una spinta alla nostra storia ancora fatta di appuntamenti, cene al ristorante, finale a letto e poi ognuno a casa sua – e ora eccoci qui, lei scarmigliata e disfatta io puzzolente di piscio, a passeggio nell’ora d’aria sotto gli occhi pazienti dei barbuti.
Quando ci hanno richiamati dentro, sembravamo bambini alla fine della ricreazione, timidi davanti a una maestra d’altri tempi. I barbuti però parevano soddisfatti e di buon umore. Scherzavano, parlavano a ruota libera e a voce alta tra loro e con Djamel. Hanno cominciato a sparare in aria – lunghe raffiche a una mano sola, con i fucili che si impennavano pericolosamente. Da una capanna è uscito uno più vecchio e disarmato che li ha ricoperti di insulti. Ne ha persino schiaffeggiati un paio. Poi anche lui si è rasserenato. Ha preso dal suo zaino la mia videocamera e ha mostrato a tutti la ripresa del bambino che mi minacciava passandosi l’indice sotto il mento. Sono scoppiati a ridere. Valla a capire, ‘sta gente.
Djamel aveva capito. Ci ha detto: non vi preoccupate, non è un rapimento.
Cos’è allora, Djamel, un invito a cena? Chiediglielo.
L’autista ha tradotto e il barbuto più vecchio ha allargato le braccia, sconsolato. Si erano mangiati tutte le nostre provviste per il viaggio al castello dell’emiro.
Ci hanno consegnato le nostre bottiglie di plastica da un litro e mezzo – le avevano riempite d’acqua fresca e abbiamo potuto bere fino a soffocarci.
Poi ci hanno incolonnati. Un guardiano davanti, uno dietro. Gli altri sui lati. Io ero il primo della fila.
Il barbuto che mi stava accanto mi ha sorriso con quel suo sguardo da gatto guerriero, si è frugato nelle tasche, mi ha teso un Bounty spiaccicato e con la mano mi ha fatto segno di muovermi.
Quando ti rilasciano dopo una marcia forzata e un viaggio tortuoso in macchina con una benda sugli occhi come si fa a dire che non ti hanno rapito? Eppure.
Non è un rapimento propriamente detto, ha ripetuto in inglese il funzionario di polizia. La smetta di preoccuparsi, torni in albergo, si faccia una doccia e si goda la vacanza, offre il ministero degli interni. Non vi hanno rapiti. Vi hanno sequestrati accidentalmente e momentaneamente.
Anna era in camera, dormiva con i tappi di gommapiuma nelle orecchie e l’aria condizionata al massimo. Gli altri avevano preso il primo aereo per la capitale.
Il funzionario mi ha offerto un the alla menta con cinque cucchiaini di zucchero e qualche dolcetto di pasta di mandorle, poi mi ha spiegato il senso degli avvenimenti.
Qui ci sono un sacco di armi e un sacco di qat, che può anche metterti di buon umore. E non ci sono proiettili a salve. Il fatto è che gli uomini, quando sono di buon umore, imbracciano il fucile e sparano in aria. I due che sono stati ammazzati erano fratelli. Tre settimane fa erano stati protagonisti di un incidente. Si erano messi a sparare a una festa di matrimonio, ha visto anche lei come fanno, bam-bam-bam-bam in aria, con una mano sola. A uno dei due è caduto il kalashnikov, l’altro si è chinato a raccoglierlo e l’ha pestato con un piede. E’ partita una raffica che ha ammazzato il padre della sposa, il vecchio al-Harazi. Questo al-Harazi era un personaggio influente e stimato. La sua famiglia non ha creduto alla tesi dell’incidente e appena hanno beccato i due fratelli fuori città gli hanno fatto la pelle. Una vendetta, ecco cos’era. Non un rapimento. Questa è la ricostruzione dei fatti. Lo scriva, sul suo giornale.
Il mio giornale. Il mio giornale avrebbe scritto: Alla scoperta dell’emirato. Tra rovine medievali e grandi alberghi stile Las Vegas. Uomini affascinanti dagli occhi di gatto e tramonti viola sulle dune. E poi: quello che ci ha colpito, a dispetto della loro relativa povertà materiale, è il sorriso della gente di qui.
E per ridere, ridevano. Uscito dal commissariato, ho camminato a caso per i vicoli che scendevano nel bollore del fondovalle. Ho respirato la polvere e il fumo delle auto scassate tenendomi rasente ai muri per sfruttare ogni millimetro d’ombra. Avevo la barba lunga, righe nere di sporcizia sulla faccia e sul collo, sentivo le gocce di sudore corrermi dalle ascelle ai gomiti. Puzzavo come una capra morta. Ho incontrato solo donne e bambini, e questi mi segnavano a dito - e sì, devo ammettere che ridevano tutti.
Mi sono ritrovato all’aeroporto. Non c’erano turisti né in arrivo né in partenza. L’unica pista asfaltata vibrava per il calore e il rumore. Un executive era pronto al decollo e nella scia arroventata dei motori al massimo tutto diventava liquido, si rimescolava, le colline rosse come campi da tennis perdevano i loro contorni e salivano verso il cielo.
Effetto morgana, aveva detto Anna.
Anna, lo sapevo, si sarebbe svegliata, si sarebbe spazzolata i capelli, avrebbe preso dal frigo bar una Perrier e i cubetti di ghiaccio – quindici gocce di Lexotan on the rocks - e mi avrebbe chiesto di continuare il viaggio, nonostante tutto, nonostante la paura, solo per stare con me. Al ritorno mi avrebbe presentato i genitori. Mi avrebbero invitato a cena e avrebbero insistito per l’ennesimo racconto della grande avventura della figlia. Gli avremmo mostrato le foto e le riprese, anche quella del bambino che si passa l’indice sotto il mento. Il barbuto anziano mi aveva restituito la telecamera.
Decisi di tornare in albergo, ma la salita non mi sembrò praticabile. Mi tremavano le gambe. Mi sedetti all’ombra di un hangar e mi accesi una sigaretta. Un meccanico in tuta arancione si affacciò tra le porte scorrevoli, scomparve e si ripresentò un minuto dopo con due aranciate. Le aprì con una chiave inglese e me ne porse una. Lo ringraziai. Mi si accosciò accanto, bilanciandosi sui due piedi, senza toccare terra col sedere. Gli diedi una sigaretta. Aveva lineamenti minuti e la pelle scurissima, gli occhi orientali color petrolio. Non aveva la solita guancia rigonfia. Era uno straniero anche lui, forse un indiano - stavo per chiederglielo quando il jet liberò i freni e scattò sulla pista.
Era affamato di velocità. Aveva una striscia azzurra lungo la fusoliera, e nel momento in cui ci superò sentimmo il rombo risalirci dallo stomaco lungo la spina dorsale.
Non ci abitua mai agli aerei, urlai al meccanico accanto a me. E’ come avere sempre dodici anni.
Lui annuì, ma con tutto quel casino e il mio inglese non so se aveva capito veramente.
Guardammo insieme il piccolo jet staccare le ruote dall’asfalto a fondo pista e trattenemmo il fiato mentre tutto il suo slancio si trasformava in altezza e la sagoma si assottigliava sfuggendo alla conca delle colline, rapida come un angelo ansioso di tornarsene a casa.
Poi, quando in cielo non ci fu più niente da vedere, tornammo a voltarci l’uno verso l’altro e facemmo un piccolo cin con le bottiglie d’aranciata. (fine)