venerdì, 30 maggio 2008
Berlino #1 La cosa che più impressiona un italiano a Berlino è il rapporto controverso della città verso le testimonianze del proprio passato: un atteggiamento che potrebbe passare per semplice noncuranza ma che talvolta agli occhi di chi proviene dal regno del conservativismo più spinto sembra sfiorare l’irritazione e il disprezzo. E’ ovvio, si dirà, visto qual è il passato della città. Ma, anche tenendo conto degli ovvi mutamenti intervenuti negli anni successivi alla guerra in un centro urbano che ne uscì distrutto al 40%, confrontando foto degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 con quanto si vede oggi, si nota che a Berlino gli edifici, la loro disposizione, l’organizzazione degli spazi, vengono rimodellati in totale libertà e, si direbbe, con un certo piacere dello stravolgimento. L’esempio più lampante è naturalmente Potsdamer Platz. Guardatela in questa immagine e poi in questa. Va bene, ci sono state le distruzioni della guerra, e poi la divisione in due settori con la conseguente scomparsa della piazza e sua trasformazione in no man's land, ma possiamo scommettere che se si fosse trattato di una piazza italiana sarebbe stata ricostruita cercando di imitare il più possibile, se non necessariamente le caratteristiche degli edifici originari, quantomeno la loro disposizione nello spazio – e invece, quella che dopo la riunificazione era la più ampia area edificabile nel cuore di una capitale europea, affidata alle cure di Renzo Piano ed Helmut Jahn, sembra un angolo di lower Manhattan trapiantato a Berlino. Analoga sorte hanno subito innumerevoli edifici storici, abbattuti magari venti o trent’anni dopo la guerra senza che a nessuno venisse in mente di rimpiazzarli con qualcosa che gli somigliasse anche solo vagamente. Questo, ripeto, in un italiano provoca un certo disorientamento, soprattutto se ad essere stravolta è l’organizzazione spaziale di una intera via o di un intero quartiere. Provate un po’ a confrontare questa veduta di Alexanderplatz con quest'altra: è passato un secolo, ma riuscite a immaginare un cambiamento simile in Place de la Concorde o in Piazza del Duomo? Io credo di no, perché anche nella malaugurata ipotesi di una loro distruzione dalle quelle parti si sarebbe optato per una loro ricostruzione tale e quale. E invece i berlinesi no, loro amano la novità totale – o forse, viste certe circostanze storiche, sarebbe più corretto affermare che la sopportano?
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giovedì, 29 maggio 2008

Conversazione con Cristiano de Majo (Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato), seconda parte.

EA -Hai detto che Piattaforma di Houellebecq, guarda caso un libro sul turismo, è il libro che secondo te rappresenta meglio la condizione attuale dell’uomo occidentale. Io sono d’accordo con te. Rimane però da stabilire perché si sia arrivati a quel punto, perché cioè il viaggiare – nel senso di fare turismo – sia diventata l’unica vera ambizione per milioni e milioni di persone. Si tratta di una fuga dall’inautenticità o di una fuga verso l’inautenticità?
 
CD - È difficile dare un risposta netta. Credo che in qualche modo sia entrambe le cose. Diciamo una fuga verso una forma di inautenticità più autentica.
Negli ultimi anni mi è capitato di notare nel corso di alcuni viaggi come un certo tipo di quartiere – quello, per così dire, dove abitano gli artisti e gli intellettuali e dove aprono negozi “di tendenza” – si stia affermando come modello estetico occidentale, riproducendosi con le stesse caratteristiche da una città all’altra. Il Greenwich Village a New York, il Marais a Parigi, Prenzlauer Berg a Berlino, il De Pjp ad Amsterdam, lo Spittelberg a Vienna e tanti altri, sono veri e propri regni di inautenticità, secondo me, luoghi urbani “illuminati”, piacevoli e pacificati in modo irreale, dove anche la diversità è diventata oggetto di una finzione. Ed è terrorizzante il fatto che io stesso ogni volta che riconosco i topoi urbanistici del caso, inizi a sentirmi bene e a pensare “come mi piacerebbe vivere qui”, salvo poi tornare quando la vacanza è finita.
 
EA - Damanhur rappresenta nel libro un caso un po’ particolare, perché non si tratta né di una finzione indotta dai media né di un gioco che riproduce qualche altra attività (come ad esempio il softair che riproduce la guerra). Leggendo il libro si ha anche l’impressione che le persone intervistate non conoscano le risposte che così spesso sembrano negare agli intervistatori, e che non gli importi niente di conoscerle. Il corpus dottrinario (si fa per dire) risulta così vago e all inclusive che alla fine il lettore potrebbe anche pensare che l’unico scopo dei damanhuriani, più che l’elevazione spirituale, sia starsene in pace fuori dal caos del mondo (ancora un caso di occidentali che desiderano fuggire). Che ne pensi?
 
CD - Damanhur è un accumulatore di significati. Ogni persona interessata a scoprire il proprio lato spirituale – ma, aggiungo, indisponibile a consultare il tradizionale catalogo di offerte religiose – può trovare nel minestrone filosofico damanhuriano un elemento in cui ritrovarsi: la vita comunitaria e le molto contraddittorie rivendicazioni ecologiche; il messianesimo; il pensiero apocalittico; la meditazione; l’ufologia; la medicina alternativa e altre centinaia di ispirazioni. Da un certo punto di vista funziona come un rimedio per combattere il senso di estraneità e la solitudine tipiche del nostro mondo, perché riconoscersi in qualcosa significa trovare persone che si sono riconosciute nella stessa cosa o in cose simili (se ci pensi, non c’è molta differenza di attitudine tra parlare con le piante e curarsi coi cristalli e le spirali di rame). Significa – riducendo all’osso – non sentirsi soli.
 
EA - Una delle cose più interessanti del libro è il logoramento finale dei due autori, letteralmente sfiniti dal viaggio nell’inautenticità. Puoi parlarmi di questo stato d’animo e, entro i dovuti limiti, delle sue ripercussioni sulla vostra vita di ogni giorno?
 
CD - È vero, il viaggio di Italia 2 è stato anche un esperimento di autodistruzione. Il logoramento di cui parli – e che cerchiamo di raccontare – non è solo una stanchezza per “queste cose finte”, ma un grado più elevato di consapevolezza (lo vedi? Parlo come un damanhuriano ormai...). Come se attraverso gli iperluoghi fossimo riusciti ad assaggiare l’essenza dell’Italia, come se fossimo riusciti a capire cos’è l’Italia oggi, e non tanto in modo analitico, quanto attraverso i nostri corpi.
Questo sentimento ha probabilmente spinto certe scelte. Fabio aveva già deciso di andare in Giappone, ma intanto continua a rimanere lì e non sembra avere nessuna intenzione di tornare. Personalmente subito dopo il libro mi sono ritrasferito a Napoli, dopo aver trascorso quasi un decennio a Roma, come per seguire il bisogno di confrontarmi con un’identità che avevo rinnegato. In un certo senso si potrebbe dire che a Roma ho fatto il turista per sette-otto anni.
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venerdì, 23 maggio 2008

(First we take Manhattan), then we take Berlin. Insomma, domani vado a Berlino. Poi vi racconto.

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venerdì, 23 maggio 2008

McEnroe plays Hendrix, ovvero la prova provata che il talento non è (quasi) mai universale.

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giovedì, 22 maggio 2008

Cominciamo una conversazione con Cristiano de Majo, autore di Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato, di cui si discorre nel post precedente:

Cristiano, cominciamo dalla fine (o quasi), il capitolo sulle città trasformate in Luna Park. Secondo voi l’essenza del turismo consisterebbe nel “riconoscere” anziché nel “conoscere”, nel fatto cioè che il turista prova piacere essenzialmente nel constatare la conformità di quanto vede al suo modello mentale, che è poi quello formato dalle guide. Una delle conseguenze di questo fatto è che ogni pretesa di autenticità va a farsi benedire. Ma non è sempre stato così? I viaggiatori del Grand Tour non portavano con sé idee un corredo di miti, aspettative, letture su quello che avrebbero visto?

 
Non credo sia sempre stato così. È chiaro che viaggiatori del Sette-Ottocento venivano con un certo corredo di aspettative, ma le città e i luoghi erano quello che erano, non si modellavano in base a queste aspettative. Il turismo del resto non era ancora fenomeno di massa, fonte inesauribile di ricchezza, strumento di mutazione urbanistica. La parola viaggio aveva ancora un senso, probabilmente, visto che nessuno all’epoca aveva pensato a sterilizzare l’imprevisto. Se si pensa che i resti archeologici a Roma erano sostanzialmente pietre in mezzo all’erba e contemplare le rovine era considerata un’esperienza naturalistica, si capisce forse che tipo di mutazione hanno subito le nostre città storiche. Ma il punto – vorrei che fosse chiaro – non è rimpiangere il passato, il punto è discutere e contraddire questa presunzione di autenticità che noi italiani sbandieriamo ai quattro venti. Non è detto che l’autenticità di un luogo sia direttamente proporzionale al suo patrimonio storico. Anzi, l’eccessiva conservazione può corrispondere in un certo senso alla costruzione di una finzione. Personalmente trovo più “autentica” Berlino di Firenze.
 
L’idea più angosciante che viene leggendo il libro è che ormai siamo tutti, e dovunque, turisti. Insomma, siamo talmente imbottiti di informazione che ogni conoscenza ci è negata e viviamo sempre e soprattutto dovunque di reminiscenze (non necessariamente da Lonely Planet, ma da mille altre cose)? Potresti dichiararla un’idea completamente campata in aria, per favore?
 
Direi di no. Non a caso, credo, Piattaforma – un romanzo sul turismo, tra le altre cose – è uno dei libri che rappresenta meglio la condizione dell’uomo occidentale, oggi. E penso anche a certi racconti di George Saunders, per esempio quello in cui il protagonista è costretto a fare il cavernicolo in un parco a tema per guadagnarsi da vivere. Sembra fantascienza, ma se poi si pensa ai finti centurioni romani non è poi così lontano dalla nostra realtà.
Se turismo significa conoscere e riconoscere un luogo senza esservi legati emotivamente, quella del turista è senz’altro la condizione dell’uomo contemporaneo. Del resto, quando visito un posto, anch’io come tutti non posso fare a meno di collezionare le figurine visive che mi mancano, mettendo le mie bandierine nei posti in cui la guida mi dice di metterle. E non posso neanche fare a meno di sentirmi bene quando lo faccio, di sentirmi al sicuro, in un certo senso. Come se nella condizione del turista trovassi una risposta a tutte le mie frammentarie aspirazioni (sentirmi newyorkese, marocchino, cubano oppure archeologo, esploratore, marinaio, sempre transitoriamente). Bauman – citato nel libro – che utilizza il turista come metafora della condizione postmoderna sostiene che è sempre più difficile stabilire un confine tra ciò che stiamo visitando e la nostra casa, cioè, in altre parole, è sempre più difficile stabilire dove sia il “là”.
 
 
Nel libro incontrate Tiziano Scarpa, che anziché rispondere alle vostre domande si lancia nell’esposizione di una teoria storica secondo cui Venezia non sarebbe diventata quel parco a tema, quel baraccone disneyano a tema settecentesco che è ma lo sarebbe sempre stata, ponendosi in tal modo come anticipatrice di Las Vegas. A me sembra un’idea sensata: perché sembrate scartarla a priori?
 
Non l’abbiamo scartata, anzi è senz’altro un’ipotesi affascinante e verosimile. Più che altro, scrivendo di quel nostro dialogo con Scarpa abbiamo avuto la sensazione di aver messo in scena una situazione ridicola e paradossale. Con noi che discettavamo dei massimi sistemi cercando di stabilire se Venezia avesse o meno anticipato Las Vegas, mentre tutto intorno si muoveva lo spettacolo, i turisti mangiavano lasagne surgelate al bar, gli intrattenitori con le parrucche bianche distribuivano inviti per improbabili serate a tema settecentesco, i flash delle macchine fotografiche superavano la potenza dell’illuminazione pubblica. Abbiamo avuto insomma la sensazione che qualsiasi analisi fosse superata dai fatti e i fatti ci sembravano contraddire qualsiasi pretesa di storicità. Forse è un’affermazione un po’ forte, ma a me sembra che oggi Venezia trasformandosi in un’idea si sia posta fuori dalla storia. (CONTINUA)
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mercoledì, 21 maggio 2008
Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato di Cristiano De Majo e Fabio Viola è il resoconto di un viaggio verso i luoghi che non sono più luoghi, almeno nel senso spaziale: quei posti, come la villetta di Cogne, che la sovraesposizione mediatica ha smaterializzato moltiplicandoli per diecimila. Chi può ancora vedere, toccare, la villetta di Annamaria Franzoni? E’ anche un percorso verso città che hanno interamente rinunciato ad essere città per trasformarsi in scenografie teatrali, parchi a tema storico per turisti, baracconi disneyani con illegittime pretese da luoghi della cultura mondiale. L’oggetto del viaggio non è l’Italia, ma quello che la proliferazione della dimensione spettacolare e informativa ne ha fatto: San Giovanni Rotondo è quello che resta della religione dopo il trattamento televisivo, Predappio è il fascismo trasformato in una farsa da Bagaglino. Un posto come Damanhur, invece, ha provveduto a de-realizzarsi da sé: la caratteristica più evidente degli abitanti della comunità è che sembrano aver rinunciato da tempo a interrogarsi circa la stessa esistenza di qualcosa chiamato realtà: riescono a credere in tutto e a tutto contemporaneamente, senza porsi domande (e senza dare risposte, a quanto pare). A prima vista la principale differenza tra il viaggio di Italia 2 e i viaggi in Italia di Goethe o di Piovene sembra consistere nel fatto che De Majo e Viola partono senza aspettarsi che il viaggio possa rappresentare un’esperienza di conoscenza e di autenticità. Ma è davvero così? Forse lo è al momento della partenza, ma una delle cose più belle del libro è la finale discesa nella disperazione ambientata nel luogo più falso dell’Italia falsa: Sanremo, in particolare la sala stampa dell’Ariston, dove i giornalisti passano le giornate scrivendo articoli per commentare notizie che essi stessi hanno prodotto poche ore prima. Un momento che secondo me rivela un ineludibile bisogno di una forma qualsiasi di autenticità – ammesso che esista - come se sopravvivere troppo a lungo nel cubo stregato dell’informazione che informa su se stessa fosse impossibile. La scena in cui Cristiano esce dall’hotel e vaga sulla spiaggia sfinito dall’irrealtà sanremese per finire in un casinò e immaginare, per un attimo, che gli accessi di allegria e disperazione che lo circondano possano in qualche modo essere vita vera mi ha ricordato il finale della Dolce Vita: Marcello sulla spiaggia all’alba, la ragazzina (forse una possibile redenzione?) che lo chiama e cerca di dirgli qualcosa e lui che non capisce e si allontana con gli amici festaioli. Così, dopo, l’illusione di una sia pure momentanea fuga dall’irrealtà, Cristiano si ritrova in una saletta con cinque televisori sintonizzati sul TG2 - che parla, naturalmente, di Sanremo, e  deve concludere: “Mi sa che sono ancora dentro.”
 
PS E’ una sensazione curiosa, questa, di come la proliferazione delle immagini possa smaterializzare e sostituire la realtà. A me, per esempio, è capitato con Il Lago Blu. Avete mai visto quelle cartoline con la didascalia Il Cervino e il Lago Blu? Ce ne sono migliaia. E questo Lago Blu non sembra un lago normale, sembra il lago alpino per eccellenza, una vera meraviglia. Il Cervino finisce regolarmente – e ora, dopo decenni, me ne rendo conto, artificialmente – per specchiarcisi dentro. Il Lago Blu nelle cartoline è il lago più bello delle Alpi. E invece Il Lago Blu è poco più di pozzanghera a cento metri dalla statale che da Valtournenche porta a Cervinia. Sarà profondo mezzo metro ed è assolutamente impossibile che il Cervino ci si specchi dentro. Eppure al Lago Blu ci sono sempre visitatori. Cosa visitano, il nulla che hanno davanti agli occhi o le diecimila cartoline che hanno visto?
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martedì, 20 maggio 2008

(Mariarosa) Mancuso at her best. Non ne sentivamo la mancanza al punto da invocarne il ritorno – in questi 19 anni abbiamo avuto molti altri amori cinematografici – ma non sta bene voltare le spalle all’eroe con cappellaccio e frustino che nei “Predatori dell’arca perduta” strappò l’applauso sparando all’arabo che dava spettacolo con la sua scimitarra. Interrompendo, con il brutale gesto, una politica di pari opportunità e di relativismo culturale verso i nemici. (...) Grazie a Vark per la segnalazione.

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lunedì, 19 maggio 2008
Cosenza è una città costruita sui colli, come Roma. Il centro storico su un colle, la città nuova su un altro (e anche in piano). Il fatto importante e veramente notevole è che il centro storico cosentino è un’area abitata da esseri umani in carne e ossa che stendono panni, espongono le lenzuola al sole già caldo di questi giorni, uomini e donne che scendono in strada per andare dal panettiere o a comprare la verdura. Insomma, esseri viventi, non solo Casse di Risparmio, ectoplasmi ricchi sfondati o turisti da una settimana e via come da qualche tempo accade in buona parte dei centri storici italiani. Insomma, c’è vita. Naturalmente i miei compagni di viaggio torinesi storcevano il naso, intendendo con c’è vita la condizione del quadrilatero mondano di casa nostra, tutto locali pseudoetnici, ristoranti dove ti servono il cibo su piatti quadrati ed enormi, bar dall’aria di obitori dove giovani professionisti urbani passano la serata a studiarsi con occhiate di freddo odio, come serpenti in un rettilario. Insomma, c’è vita e vita. Nel centro di Cosenza ci sono le rondini. Nel quadrilatero, come a Trastevere, abbiamo le bande di periferici griffati Dolce e Gabbana fino a tarda notte… eppure i torinesi di ambo (ambo?) i sessi insistevano senza eccezioni sulla necessità di riqualificare, ristrutturare, aprire locali e ristorantini di qua e di là. In questo modo – come cioè si è fatto quasi ovunque – si può star certi che i prezzi degli immobili saliranno alle stelle, gli abitanti originari saranno scacciati, le Casse di Risparmio e le Assicurazioni diverranno finalmente padrone del campo. Della desertificazione dei centri storici italiani e della loro trasformazione in parchi a tema storico per turisti e affini parla – insieme a tante altre cose interessanti – questo bellissimo reportage scritto da Fabio Viola e Cristiano de Majo, uno degli ultimi autori che avemmo la soddisfazione di “scoprire” prima che Maltese Narrazioni decidesse di passare alla infausta formula della “rivista a inviti.” Del libro scriveremo presto. Quanto all’autore, avremo modo di fargli qualche domanda.
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mercoledì, 14 maggio 2008

A Cosenza! A Cosenza! (per la V edizione di GrinzaneLettura.)

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lunedì, 12 maggio 2008
 

Come un lungo dito teso il Kutuzovsky Prospekt si slancia lungo l'asse sudovest-nordest dai sobborghi di lusso in cui abita l'elite della nuova Russia fino al centro di Mosca, dove hanno sede i luoghi consacrati del potere: il Cremlino, il palazzo della Lubjanka (già sede del KGB e ora dei nuovi servizi segreti), la sede della Duma, gli undici grattacieli di Moscow City. Due volte al giorno, mattina e sera, la polizia paralizza questa corrente di lamiere strepitanti e puzzolenti: il corteo di Putin sfreccia a centosessanta all'ora. I moscoviti si fanno da parte e osservano il passaggio dell'uomo che volle farsi zar diretto verso il cuore della metropoli che egli stesso ha rimodellato così come ha ridato forma al paese: una città nuova di cui le star dell'architettura mondiale stanno rivoluzionando l'urbanistica, e che appare naturale ribattezzare Putingrad, poiché i padroni della Russia hanno sempre amato intestarsi le città. Prende le mosse da qui l'ottimo libro di Leonardo Coen intitolato appunto Putingrad: la Mosca di zar Vladimir (Alet, 14 euro), e senza preamboli ci tuffa nel cuore di una metropoli di dieci milioni di abitanti che è il luogo in cui si esprime materialmente l'architettura ideologica e di potere creata dal "leader nazionale": un incontro degli opposti che coniuga senza imbarazzo liberalismo e centralismo dirigista, richiami alla democrazia e nazionalismo zarista, passato sovietico e chiesa ortodossa. A Putingrad i mutamenti si succedono a velocità vertiginosa. Sotto la superficie scintillante delle boutique degli stilisti, dei centri commerciali, dei ristoranti e dei locali alla moda, la città degli oligarchi arricchitisi con le privatizzazioni post URSS non esiste più, seppellita insieme al potere di Michail Chodorkovslij, il magnate della Yukos che osò sostenere l'opposizione e ora si ritrova in Siberia. Il "leader nazionale" ha rinazionalizzato le industrie chiave. Oggi il Cremlino controlla i grandi gruppi che forniscono il 35% del PIL russo, circa 400 miliardi di dollari all'anno. Si tratta delle industrie legate alle materie prime di cui il mondo è affamato: petrolio, gas, nichel, minerali non ferrosi. Un fiume di denaro. Putingrad è la capitale di questo arricchimento amministrato, diretto nelle tasche degli amici di Putin, perlopiù provenienti dalle file dei "siloviki", gli uomini delle cosiddette "istituzioni della forza", il ministero degli interni, i servizi segreti, le forze armate. Si tratta di trasformazioni che generalmente la stampa occidentale non coglie. Ma a chi – come Leonardo Coen - sappia osservare, a chi sappia leggere, a chi sappia pazientemente ascoltare i discorsi della gente e leggere i pochi giornali che riescano ancora a mantenere un minimo di indipendenza dal Cremlino, questi ricorsi non sfuggono. Come sottolinea Coen, nella nuova Russia dirigistica, statalista e imperiale, la burocrazia necessaria al controllo della nuova economia centralizzata supera ormai la consistenza numerica di quella degli ultimi anni dell'URSS. E il deficit di legittimità democratica è sempre crescente. Accade così che chi vuol presentarsi alle elezioni presidenziali contro il candidato di Putin e del suo partito Russia Unita, come l'ex campione di scacchi Gasparov, venga scoraggiato a colpi di molestie burocratiche, arrestato con l'accusa di "attività estremistica", un reato dai confini ogni giorno più labili che sempre più ricorda il famigerato "attività antirivoluzionarie", messo alla gogna sui giornali controllati dal potere. Ma non mancano lati ancora più oscuri: dal 2000 a oggi sono stati assassinati a Mosca 14 giornalisti, tra cui Anna Politkovskaia. Il caso Aleksandr Litvinenko, poi, incombe nella memoria: è l'incubo di un ritorno ai metodi del vecchio KGB, in cui Putin fece carriera fino al grado di tenente colonnello. Chi ricorda lo scrittore dissidente bulgaro Sergej Markov, colpito a Londra il 7 settembre 1978 con la punta avvelenata di un ombrello e morto dopo quattro giorni di agonia? I sondaggi dimostrano che un buon quarto dei russi ritiene i servizi segreti implicati nel caso Litvinenko. Il problema è che la maggioranza di quel 25% non si scandalizza più di tanto.
Perché, in cambio della democrazia svuotata, della stampa e del parlamento asserviti al Cremlino, Putin offre alla massa dei russi modesti ma costanti miglioramenti degli standard di vita, il ristabilimento del ruolo del paese nel mondo e soprattutto la stabilità. E la stabilità, in un paese cresciuto per settant'anni a piani quinquennali, significa molto. I problemi che il russo medio – quello che non viaggia sui SUV nuovi di zecca che ingorgano il Kutuzovskij Prospekt ma sotto la superficie scintillante della nuova Mosca, in metropolitana – sono enormi. Il 25% delle famiglie ha un reddito al di sotto del limite minimo di sussistenza, il 50% dei matrimoni termina in un divorzio. I bambini maltrattati, abbandonati, uccisi, sono migliaia. Il paese sta attraversando da anni una fase di impressionante declino demografico.
A ogni livello riaffiorano antiche coazioni a ripetere. La scuola ne è un chiaro sintomo. L'ora di istruzione militare – un classico dell'URSS – è ridiventata obbligatoria, nella speranza di preparare i giovani a un servizio di leva percepito ormai come un'imposizione odiosa. Putin, inoltre, ha supervisionato di persona la stesura dei testi di storia imposti dal ministero a tutte le scuole. E naturalmente, la sua figura assume le proporzioni di un nuovo Pietro il Grande. Ma molto più inquietanti risultano i capitoli sul passato sovietico. In un'ottica condizionata dalla paranoica sindrome dell'accerchiamento secondo la quale "l'occidente" intende accusare la Russia di tutti i mali del mondo, i crimini dell'URSS sono spazzati via con un tratto di penna, e persino Stalin riassume un ruolo positivo: "Con la morte di Stalin" vi si legge "nella storia dell'Unione Sovietica si conclude l'epoca di un'avanzata impetuosa verso le cime delle conquiste economiche e sociali." Chruschev, che per primo denunciò i crimini del dittatore georgiano, vi è trattato molto peggio: è messo in ridicolo per le sue origini contadine e le sue gaffes, e nessuno dei suoi errori in campo politico ed economico gli è perdonato.
Le speranze che questa nuova Russia possa riprendere ad evolversi in senso democratico non sono davvero molte, e appaiono oggi legate soprattutto all'esito dello scontro interno all'elite putiniana tra "siloviki" e modernizzatori, cui più che la riaffermazione del potere imperiale interessa la modernizzazione produttiva e istituzionale del paese. La cooptazione alla presidenza di Dmitri Medvedev, consacrata da elezioni che gli osservatori internazionali hanno definito "una farsa" rappresenta più il risultato di una mediazione tra i due gruppi che una garanzia per le libertà individuali. E il futuro democratico di questo paese in cui il passato sovietico e zarista sembra avere la forza di reincarnarsi all'infinito in forme nuove, è ancora una volta rimandato a data da destinarsi.
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sabato, 10 maggio 2008

(Palazzo Nuovo o la Striscia di Gaza? A Gaza hanno costruito una Mole Antonelliana?Possibile?)

Erri De Luca, scrittore, alpinista della domenica, rughe da vecchio saggio, una certa familiarità con le Sacre Scritture sfociata in traduzioni dall'ebraico, una prosa che ad ogni riga risuona di sentenze e di significati sapienziali tanto da spingere Vittorio Giacopini a paragonarlo, qualche anno fa, a uno sciamano parcheggiato in un bar; Erri De Luca, bontà sua, ha scelto di non appoggiare il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino. Però su certe cose il Vate dei formidabili anni di Lotta Continua non transige, e a proposito delle bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi (e presumibilmente di quelle in procinto di essere date alle fiamme nella manifestazione indetta sabato pomeriggio nel centro città) dichiara alla Stampa che si tratta solo di semplici pezzi di stoffa. Allo sciamano da bar, al grande saggio, quando fa comodo, va bene anche il livello letterale. Secondo lui, quando si tratta di Israele dei simboli possiamo fregarcene allegramente. Cosa volete che significhi la bandiera con la stella di David? Dopo sei milioni di morti, gli ebrei fondano uno stato la cui stessa esistenza, simboleggiata proprio da quel pezzo di stoffa bianco e blu, ha ancora oggi il significato di un MAI PIU' gridato in faccia al mondo, ai vecchi e nuovi architetti di olocausti, all'Europa che condanna chi si difende e straripa di simpatia per gli assassini, al mondo arabo intossicato dall'odio. Dopo quattro guerre per la sopravvivenza contro forze soverchianti, innumerevoli vittime degli attacchi terroristici e tanti caduti nella lotta quotidiana contro gli innamorati islamici della morte, Israele è ancora lì, resiste, sopravvive. La bandiera con la stella di David rappresenta proprio il miracolo di quella sopravvivenza, oltre alla garanzia per tutto un popolo che il suo passato di persecuzioni non potrà ripetersi. Darla alle fiamme è, per sua natura, un gesto simbolico. Devono averlo intuito pure i somari con la kefiah che una manifestazione dopo l'altra ripetono lo stesso rituale, che non varrebbe la pena sciupare costosissima benzina per dar fuoco a un banale pezzo di stoffa. L'unico a non capirlo, pare, è il  vecchio saggio De Luca.
postato da: ernestoA alle ore 15:37 | Permalink | commenti (5)
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