
Cominciamo una conversazione con Cristiano de Majo, autore di Italia 2: viaggio nel paese che abbiamo inventato, di cui si discorre nel post precedente:
Cristiano, cominciamo dalla fine (o quasi), il capitolo sulle città trasformate in Luna Park. Secondo voi l’essenza del turismo consisterebbe nel “riconoscere” anziché nel “conoscere”, nel fatto cioè che il turista prova piacere essenzialmente nel constatare la conformità di quanto vede al suo modello mentale, che è poi quello formato dalle guide. Una delle conseguenze di questo fatto è che ogni pretesa di autenticità va a farsi benedire. Ma non è sempre stato così? I viaggiatori del Grand Tour non portavano con sé idee un corredo di miti, aspettative, letture su quello che avrebbero visto?
Non credo sia sempre stato così. È chiaro che viaggiatori del Sette-Ottocento venivano con un certo corredo di aspettative, ma le città e i luoghi erano quello che erano, non si modellavano in base a queste aspettative. Il turismo del resto non era ancora fenomeno di massa, fonte inesauribile di ricchezza, strumento di mutazione urbanistica. La parola viaggio aveva ancora un senso, probabilmente, visto che nessuno all’epoca aveva pensato a sterilizzare l’imprevisto. Se si pensa che i resti archeologici a Roma erano sostanzialmente pietre in mezzo all’erba e contemplare le rovine era considerata un’esperienza naturalistica, si capisce forse che tipo di mutazione hanno subito le nostre città storiche. Ma il punto – vorrei che fosse chiaro – non è rimpiangere il passato, il punto è discutere e contraddire questa presunzione di autenticità che noi italiani sbandieriamo ai quattro venti. Non è detto che l’autenticità di un luogo sia direttamente proporzionale al suo patrimonio storico. Anzi, l’eccessiva conservazione può corrispondere in un certo senso alla costruzione di una finzione. Personalmente trovo più “autentica” Berlino di Firenze.
L’idea più angosciante che viene leggendo il libro è che ormai siamo tutti, e dovunque, turisti. Insomma, siamo talmente imbottiti di informazione che ogni conoscenza ci è negata e viviamo sempre e soprattutto dovunque di reminiscenze (non necessariamente da Lonely Planet, ma da mille altre cose)? Potresti dichiararla un’idea completamente campata in aria, per favore?
Direi di no. Non a caso, credo, Piattaforma – un romanzo sul turismo, tra le altre cose – è uno dei libri che rappresenta meglio la condizione dell’uomo occidentale, oggi. E penso anche a certi racconti di George Saunders, per esempio quello in cui il protagonista è costretto a fare il cavernicolo in un parco a tema per guadagnarsi da vivere. Sembra fantascienza, ma se poi si pensa ai finti centurioni romani non è poi così lontano dalla nostra realtà.
Se turismo significa conoscere e riconoscere un luogo senza esservi legati emotivamente, quella del turista è senz’altro la condizione dell’uomo contemporaneo. Del resto, quando visito un posto, anch’io come tutti non posso fare a meno di collezionare le figurine visive che mi mancano, mettendo le mie bandierine nei posti in cui la guida mi dice di metterle. E non posso neanche fare a meno di sentirmi bene quando lo faccio, di sentirmi al sicuro, in un certo senso. Come se nella condizione del turista trovassi una risposta a tutte le mie frammentarie aspirazioni (sentirmi newyorkese, marocchino, cubano oppure archeologo, esploratore, marinaio, sempre transitoriamente). Bauman – citato nel libro – che utilizza il turista come metafora della condizione postmoderna sostiene che è sempre più difficile stabilire un confine tra ciò che stiamo visitando e la nostra casa, cioè, in altre parole, è sempre più difficile stabilire dove sia il “là”.
Nel libro incontrate Tiziano Scarpa, che anziché rispondere alle vostre domande si lancia nell’esposizione di una teoria storica secondo cui Venezia non sarebbe diventata quel parco a tema, quel baraccone disneyano a tema settecentesco che è ma lo sarebbe sempre stata, ponendosi in tal modo come anticipatrice di Las Vegas. A me sembra un’idea sensata: perché sembrate scartarla a priori?
Non l’abbiamo scartata, anzi è senz’altro un’ipotesi affascinante e verosimile. Più che altro, scrivendo di quel nostro dialogo con Scarpa abbiamo avuto la sensazione di aver messo in scena una situazione ridicola e paradossale. Con noi che discettavamo dei massimi sistemi cercando di stabilire se Venezia avesse o meno anticipato Las Vegas, mentre tutto intorno si muoveva lo spettacolo, i turisti mangiavano lasagne surgelate al bar, gli intrattenitori con le parrucche bianche distribuivano inviti per improbabili serate a tema settecentesco, i flash delle macchine fotografiche superavano la potenza dell’illuminazione pubblica. Abbiamo avuto insomma la sensazione che qualsiasi analisi fosse superata dai fatti e i fatti ci sembravano contraddire qualsiasi pretesa di storicità. Forse è un’affermazione un po’ forte, ma a me sembra che oggi Venezia trasformandosi in un’idea si sia posta fuori dalla storia. (CONTINUA)