
DeLillo è DeLillo è DeLillo, cioè va dritto per la sua strada e ci annoia per un terzo del tempo – ma chi se frega se per il restante settanta per cento la sua prosa è una vera e propria macchina acceleratrice dei processi cerebrali, una instancabile generatrice di associazioni, risonanze, letture plurime, se insomma L’uomo che cade è il suo libro migliore da chissà quanti anni? Mi sembra fuori strada chi, come Alessandro Piperno, sostiene che DeLillo come già tanti altri ha fallito nello scrivere il “romanzo sull’ Undici settembre.” O piuttosto, che nello scrivere sull'Undici settembre abbia scritto un brutto romanzo. Affermarlo, significa non aver compreso che l’Undici settembre è sempre esistito, in forma latente, nella sua narrativa, i cui personaggi sono spesso esseri dalle vite deviate, distorte, fatte deragliare da un evento devastante nascosto nel loro passato, come per il Nick Shay di Underworld l’aver sparato al cameriere quarant’anni prima ed essere finito al riformatorio. Il senso di terribile spaesamento che segue agli attentati, il contraccolpo che sbalza i personaggi fuori dalle loro vite ordinarie, DeLillo li aveva già descritti, e per questo si insinua nel racconto delle vicissitudini di Keith, Lianne, Florence, Nina & c, oltreché degli stessi assassini, un senso di déjà vu che però non riesce a sminuirne l’attrattiva: dopotutto è la storia che ha inseguito e raggiunto la narrativa, e non il contrario. L’ultima scena, in cui la disintegrazione del terrorista è rappresentata mediante il suo dissolvimento sintattico è tra le cose più belle mai scritte dall’autore – il che è tutto dire. Mentre l’aereo si schianta sulla Torre, il carnefice si dissolve in migliaia di frammenti e si fonde con la vittima (Keith), che in qualche modo ne eredita il senso di estraneità, l’isolamento dal mondo, la definitiva incapacità di vivere. E quella bottiglia, quella che rotolava descrivendo un semicerchio sul pavimento davanti alla cabina dell’aereo proprio un attimo prima dell’impatto, ce la ricorderemo per un bel po’.