giovedì, 12 giugno 2008

Berlino #3. Friedrichstrasse, accanto al più famoso Checkpoint  Charlie. E poi dicono che un buon dodici per cento dei tedeschi rimpiange il Muro... ma ve lo immaginate l'inizio della Spia che venne dal freddo ambientato qui? Comunque sia, non è l'unico caso in cui la memoria della guerra fredda viene utilizzata a scopi commerciali: ecco come la campagna per la promozione della Fiat 500 riprende le parole pronunciate dal presidente Kennedy nel suo famoso discorso del 26 giugno 1963.

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giovedì, 05 giugno 2008

Berlino #2, Dalla topografia dell’oblio alla Topografia del Terrore. Poco lontano dal già citato paradiso degli architetti di Potsdamer Platz, una volta scesi verso sud lungo Stresemanstrasse, basta svoltare a sinistra in Niederkirchnerstrasse per ritrovarsi in piena desolazione. Questa brutta strada costeggiata da uno dei più lunghi tratti rimasti del Muro prima del 1945 si chiamava Prinz-Albrecht-Strasse: era una via di eleganti palazzine ottocentesche, perfettamente intonata alla vicina Wilhelmstrasse, con cui costituiva il più importante distretto politico della Germania. In quest’area sorgevano, tra le altre cose, il quartier generale della Gestapo (Prinz-Albrecht-Str. n. 8), quello dell’SD (Sicherheitsdienst), quello dell’RSHA. Questi edifici, insieme con buona parte degli altri siti politici della zona (tra cui la Cancelleria) furono semidistrutti da un pesantissimo bombardamento americano il 3 febbraio 1945. Dopo la fine della guerra, furono saccheggiati dalla popolazione di Berlino, e intorno alla metà degli anni ‘50 le istituzioni della DDR ne decisero la definitiva demolizione. Fu solo a partire dagli anni ’70 che l’area cominciò ad essere oggetto dell’attenzione degli storici. Nel 1986 cominciarono ad essere effettuati scavi, che riportarono alla luce le fondamenta degli edifici che rappresentavano il cuore amministrativo dello stato delle SS, in particolare un gruppo di celle sotterranee localizzato al n. 8 di Prinz-Albrecht-Str., utilizzato dalla Gestapo per la detenzione di prigionieri particolarmente importanti: vi passarono, sulla strada verso il campo di concentramento o il plotone di esecuzione, anche i congiurati del 20 luglio 1944 e il teologo Dietrich Bonhoeffer. Da anni, in attesa di inglobare gli scavi in un edificio apposito, l’area appare come una sorta di piccolo ground zero berlinese, con grande scorno – immaginiamo – degli scatenati immobiliaristi locali. Sul lato nord della spianata, in corrispondenza degli scavi, è collocata una mostra fotografica permanente sullo stato nazista: si intitola, molto opportunamente, Topographie des Terrors.
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mercoledì, 04 giugno 2008

DeLillo è DeLillo è DeLillo, cioè va dritto per la sua strada e ci annoia per un terzo del tempo – ma chi se frega se per il restante settanta per cento la sua prosa è una vera e propria macchina acceleratrice dei processi cerebrali, una instancabile generatrice di associazioni, risonanze, letture plurime, se insomma L’uomo che cade è il suo libro migliore da chissà quanti anni? Mi sembra fuori strada chi, come Alessandro Piperno, sostiene che DeLillo come già tanti altri ha fallito nello scrivere il “romanzo sull’ Undici settembre.” O piuttosto, che nello scrivere sull'Undici settembre abbia scritto un brutto romanzo. Affermarlo, significa non aver compreso che l’Undici settembre è sempre esistito, in forma latente, nella sua narrativa, i cui personaggi sono spesso esseri dalle vite deviate, distorte, fatte deragliare da un evento devastante nascosto nel loro passato, come per il Nick Shay di Underworld l’aver sparato al cameriere quarant’anni prima ed essere finito al riformatorio. Il senso di terribile spaesamento che segue agli attentati, il contraccolpo che sbalza i personaggi fuori dalle loro vite ordinarie, DeLillo li aveva già descritti, e per questo si insinua nel racconto delle vicissitudini di Keith, Lianne, Florence, Nina & c, oltreché degli stessi assassini, un senso di déjà vu che però non riesce a sminuirne l’attrattiva: dopotutto è la storia che ha inseguito e raggiunto la narrativa, e non il contrario. L’ultima scena, in cui la disintegrazione del terrorista è rappresentata mediante il suo dissolvimento sintattico è tra le cose più belle mai scritte dall’autore – il che è tutto dire. Mentre l’aereo si schianta sulla Torre, il carnefice si dissolve in migliaia di frammenti e si fonde con la vittima (Keith), che in qualche modo ne eredita il senso di estraneità, l’isolamento dal mondo, la definitiva incapacità di vivere. E quella bottiglia, quella che rotolava descrivendo un semicerchio sul pavimento davanti alla cabina dell’aereo proprio un attimo prima dell’impatto, ce la ricorderemo per un bel po’.
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