martedì, 30 settembre 2008

La prevalenza del cretino. Si dice che i cretini siano più pericolosi dei malvagi, e il voto della Camera Usa di ieri sera non farebbe che confermarlo. Neanche Osama Bin Laden era riuscito a produrre i danni che i deputati ribelli, repubblicani e democratici che non hanno seguito le indicazioni di voto dei leader congressuali, hanno inflitto ieri all'economia americana e mondiale rifiutando il piano messo a punto dal ministro del Tesoro Henry  Paulson, e appoggiato non solo dal presidente uscente, ma da tutti e due i candidati. L'ampiezza della crisi politica americana, a questo punto, è senza precedenti. Non solo l'amministrazione Bush, che pur spendendosi energicamente per l'approvazione del piano non è riuscita a farlo approvare, appare logora e depotenziata; ma le posizioni dei candidati appaiono tutt'altro che inattaccabili. L'atteggiamento di McCain è apparso nei giorni scorsi ondivago, sempre teso a barcamenarsi tra la brutali necessità dell'economia e la demagogia di partito: Obama, tutto sommato, ne esce personalmente meglio e con una statura di certo più presidenziale. Però ieri sera, a guidare i democratici che hanno detto no al piano Paulson, c'era Jesse Jackson Jr (tale padre, tale figlio), deputato della circoscrizione di Chicago e uno dei suoi collaboratori più stretti. Insomma, se anche nello spettacolo offerto ieri dalla Camera la parte dei protagonisti è spettata ai repubblicani (notevoli i vertici di cretinismo raggiunti dal leader dei riottosi, Jeb Hensarling, secondo cui il piano avrebbe portato il paese "sullo scivoloso pendio verso il socialismo"), non si può dire che i democratici siano stati all'altezza del compito, compresa la speaker Nancy Pelosi, che in un momento di emergenza nazionale ha sentito il bisogno di esacerbare gli animi con una tirata alla Michael Moore. Adesso, l'approvazione del piano Paulson è rinviata perlomeno fino a giovedì. Tutti sanno che questa sarà una settimana infernale per le borse di tutto il mondo. Altre banche illustri crolleranno o saranno soccorse dall'intervento statale. Poiché ormai nel mondo bancario è venuta meno qualsiasi fiducia, le banche centrali dovranno intervenire per garantire i prestiti. Qualunque cosa ne dicano le facce di bronzo della UE, la crisi è destinata a spazzar via anche un buon numero di banche europee, per il semplice motivo che i banchieri del Vecchio continente  facevano le stesse cose che facevano i loro colleghi americani: i tedeschi, che fino alla settimana scorsa levavano il solito ditino accusatore, hanno registrato la loro prima vittima nazionalizzando, ieri, l'istituto specializzato nei crediti immobiliari Hypo RealEstate. Ultima medaglia al merito del cretinismo ai media italiani, tv e carta stampata, che gongolano nel moralismo pauperista immaginando che la crisi della finanza colpisca soltanto i finanzieri alla Paperon de Paperoni.

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venerdì, 26 settembre 2008
Letture: Diceria dell’untore, di Gesualdo Bufalino. Libro concepito nell’immediato dopoguerra, quando l’autore fu a lungo ricoverato in sanatorio, abbozzato nel 1971 e successivamente ripreso, limato, rivisto, rimodellato nel corso di un’interminabile travaglio formale verso un’impossibile perfezione (è questa la dannazione di certi narratori siciliani: l’ambizione dell’Opera finale), infine pubblicato nel 1981 grazie all’insistenza di Elvira Sellerio. Il percorso del libro dice già molto sul libro stesso, dove una lingua di straordinario fascino e ricchezza di metafore rischia talvolta – ma raramente - di debordare nell’eccesso d’ingegno. L’esperienza autobiografica, dopo tanta rielaborazione, è completamente trasfigurata in allegoria dal significato universale. (Leggetevi la trama QUI, è raccontata molto bene). Paradossalmente, il capitolo più ostico – a mio avviso il peggiore – è il primo: la descrizione di un sogno. Già le descrizioni di sogni nella narrativa provocano nel lettore vere e proprie crisi di rigetto, ma piazzarla all’inizio… Tra l’altro, a proposito di questo ermetico primo capitolo, Bufalino dichiarò di averlo scritto come una sorta di gioco stilistico a tema obbligato: stilato un elenco di una cinquantina di parole che giudicava, per il suono o il significato, particolarmente evocative, si sforzò di creare un brano che riuscisse a collegarle in una relazione narrativa. Il gioco gli riuscì, ma il resto del libro è meglio. Da leggere, rileggere, rileggere...
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martedì, 23 settembre 2008

Alitalia socialista e bolivariana. Leggiamo oggi sul Sole 24 Ore che la compagnia di bandiera venezuelana avrebbe manifestato interesse per Alitalia: «Con l'aiuto del governo socialista della Repubblica Bolivariana de Venezuela siamo certi che potremo risolvere buona parte dei problemi che colpiscono in questo momento Alitalia e tutti i suoi lavoratori. Nei prossimi giorni faremo avere al comissario straordinario i dettagli del nostro progetto come da lui richiesto, certi di essere in grado di risollevare il nome di Alitalia nel mondo anche con l'appoggio morale della numerosissima comunita' italiana presente nel nostro Paese» Staremo a vedere come va a finire, ma certo Hugo Chavez e le nove sigle sindacali di Alitalia si meritano a vicenda e sarebbero un'accoppiata formidabile.

 

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sabato, 20 settembre 2008


Economists Warn Anti-Bush Merchandise Market Close To Collapse

E cosi ci siamo giocati anche l'ultimo settore fiorente di quella che fu l'economia americana...

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mercoledì, 17 settembre 2008

Tra Obama e McCain, io preferivo McCain. Obama per il momento non è un politico, è una celebrità, e lo spot della campagna di McCain che dopo il suo viaggio pseudopresidenziale - ma in realtà proprio da celebrità - in Europa lo paragonava a Paris Hilton, era pienamente azzeccato. Poi è arrivata la signora Palin che, francamente, nessuno si aspettava, per il semplice motivo che a nessuno poteva venire in mente che governare uno stato con la densità di 1 abitante per chilometro quadrato, essere di sesso femminile e tenere famiglia potessero rappresentare titoli per la vicepresidenza. E l'arrivo di Palin mi ha, per così dire, sconvinto, cioè mi ha ricacciato sullo strapuntino del dubbio. McCain ha reagito alla non politica delle celebrità con un'altra non politica, quella del sensazionalismo. E ha funzionato, cavoli se ha funzionato. Palin sta spingendo la campagna di McCain come un jet, perché si è rivelata, da una parte, in grado di sollevare pazzeschi, incomprensibili e acritici entusiasmi; dall'altra, di suscitare incredibili livori che, come più volte dimostrato in passato, con la loro intensità paranoica e la loro rinuncia ad ogni limite di decenza (ormai l'unica accusa non rivolta alla Palin è quella di cannibalismo) non fanno che aumentare l'appeal elettorale dell'avversario. Spesso, anzi, il carattere manifestamente patologico di certe accuse si rivela l'elemento decisivo per la scelta dell'elettore, che fa il seguente ragionamento: e questo candidato è sostenuto da persone così paranoiche e ossessionate, in lui ci sarà senza dubbio qualcosa di sbagliato, e io, tiè, voto per il suo avversario. Ha funzionato per anni, in Italia,  dove le accuse a Silvio Berlusconi di aver causato tutte le catastrofi del pianeta dall'estinzione dei dinosauri in poi ha sempre giocato a suo vantaggio. Potrebbe funzionare anche per ticket McCain-Palin.

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mercoledì, 17 settembre 2008

Wall Street Crash (Dove Ernesto, sulla scorta di Galbraith,  si trasforma in economista dilettante.) Guarda caso, ieri sera mi è venuto in mente di rileggere un po' di Il grande crollo, magnifico saggio di quell'ottimo scrittore che è John K. Galbraith sul Wall Street Crash del 1929. E' una lettura molto istruttiva, anche se si riferisce a una situazione obiettivamente diversa rispetto a quella attuale: nell'ottobre 1929 l'America usciva dai cosiddetti "anni ruggenti", e il miraggio dell'arricchimento facile contagiava centinaia di migliaia di persone (l'investimento azionario non era ancora capillarmente diffuso come oggi); al contrario, anche prima dell'apertura della crisi dei mutui subprime, nel luglio 2007, non esisteva né in borsa né fuori niente di quella pazza euforia che portò tanta gente a indebitarsi per speculare sui mercati azionari tentando il grande salto verso la ricchezza (e le banche a prestargli denaro). Nel 1929 la continua salita degli indici del mercato azionario era diventato un vero e proprio atto di fede: pensate un po', le banche davano soldi in prestito agli speculatori accettando come garanzia i titoli che questi avrebbero acquistato. Prestavano, naturalmente, a un tasso altissimo, ma lo speculatore accettava, poiché era certo che il valore delle sue azioni sarebbe salito tanto da farlo guadagnare comunque. L'esposizione delle banche verso gli speculatori era astronomica. Dopo aver emesso numerosi scricchiolii di avvertimento, il mercato crollò: tre sedute (Black Thursday, 24 ottobre 1929; Black Monday e Black Tuesday, 28 e 29 ottobre) gettarono banche e investitori nel panico. Stante la politica di non intervento del pres. Hoover - che riteneva immorale usare il denaro pubblico per tirare fuori dai guai chi non aveva saputo gestire il suo capitale privato - la catastrofica crisi delle banche generò una stretta creditizia che strangolò l'economia reale (nessuna azienda riusciva più a farsi prestare soldi, fallirono a migliaia creando milioni di disoccupati, i consumi crollarono, il crollo dei consumi portò con sé altri fallimenti...)  fino a trascinare il paese più ricco del mondo in una crisi di proporzioni mai viste, la Grande Depressione, il cui ricordo storico ancora atterrisce gli americani. Galbraith non si occupa del complicatissimo e inesauribile argomento della Grande Depressione, ma solo delle settimane del crollo borsistico: la sua ironia, la sua comprensione profonda dei meccanismi psicologici e la sua capacità di spiegare chiaramente meccanismi complessi, fanno della lettura del suo libro un piacere, sebbene sinistro.

 

Anche se dal 1929 la maggiore preoccupazione di ogni economista del mondo è stata quella di studiare come fare in modo che le crisi borsistiche non si ripercuotano sull'economia reale - e difatti vediamo che in questi giorni, diversamente dal 1929, la Federal Reserve e le altre banche centrali stanno sostenendo le banche con massicce immissioni di liquidità - tanto che vi sono stati crolli più gravi in termini puramente borsistici di quelli dell'ottobre '29 senza grandi conseguenze (il 19 ottobre 1987 il Dow Jones perse il 22% in una seduta che fu una sola, folle ondata di panico), anche se, dicevo, si è imparato a reagire a questi fenomeni, è inutile negare che elementi potenzialmente catastrofici esistono: la pratica di inscatolare i mutui subprime in prodotti finanziari di ogni genere ha diffuso bacilli in ogni ganglio del sistema creditizio, e il ruolo di bank killer che nel 1929 fu svolto dai crediti inesigibili nei confronti degli speculatori potrebbe oggi essere svolto dalle insolvenze nei mutui, che costringerebbe le banche a trasformarsi controvoglia in detentori di immobili che, al momento, sono assolutamente invendibili. Insomma, alla stretta, al credit crunch potremmo ancora arrivare. E, se finora gli argini dell'emotività hanno complessivamente tenuto, potrebbero esserci ondate di panico come quelle del 1929 o del 1987. Staremo a vedere. E dire che, negli anni '80, Wall Street Crash era il nome di un gruppo di cantanti col ciuffo.

Addendum: perché la crisi odierna è diversa da quella del 1929.

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giovedì, 11 settembre 2008

A quasi due mesi dalla fine, nella campagna elettorale americana i due contendenti già barcollano come pugili alla 14ma ripresa: Mc Cain perché ha molte primavere e molte cicatrici, Obama perché ha dovuto affrontare delle primarie che avrebbero stroncato un maratoneta. E proprio lui, il magico Obama, visibilmente stanco e nervoso negli ultimi giorni, è stato il primo a fare la grossa gaffe. Beninteso, non consiste nell'aver chiamato Sarah Palin "un maiale col rossetto" (l'espressione era riferita al programma Mc Cain-Palin), ma nel fatto stesso di aver utilizzato quell'espressione: dopo che la Palin si era autodefinita "pitbull col rossetto", ci voleva molto meno della media stupidità giornalistica e della scontata malafede dei propagandisti avversari in campagna elettorale per creare il caso. Se persino qua in Italia, dove i repubblicani sono considerati poco meglio dei nazisti e Obama è adorato come un dio, i giornali si sono scatenati in titoli equivoci, figuriamoci cos'ha scritto il New York Post (ecco la copertina), che ha dato il suo endorsement a Mc Cain (il NYP non sarà prestigioso come il Times, però è quello che i newyorkesi leggono sulla metropolitana, il New York Times lo leggono i ricconi di Manhattan e i gli inviati europei per copiare e tradurre - male - gli articoli). Il divino Barack, un po' più umano in questi giorni (vogliamo dire troppo umano?) la sua gaffe l'ha fatta. Ora tocca al vecchio Mac. Scommettiamo che oggi, giorno di celebrazioni per la ricorrenza dell'attentato al WTC e al Pentagono, gli scapperà detto Obama bin Laden oppure Barack Osama?

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lunedì, 08 settembre 2008

L'otto settembre per gli italiani che se ne ricordano è, naturalmente, l'8 settembre 1943: l'armistizio, il re e il governo che fuggono al sud lasciando l'esercito senza ordini e un intero paese nel caos, alla mercè dei tedeschi. Per citare un discorso celebre legato a un altro di quei giorni in cui la storia svolta bruscamente: a date which will live in infamy. Ma anche, per chi lo visse, un giorno di sentimenti ambivalenti e di quasi ineffabile confusione. A dar voce alla smemorata gaiezza e all'angoscia di quelle giornate ha provato domenica Angiolo Bandinelli sul Foglio, e il risultato (che è casualmente un articolo di giornale, ma potrebbe benissimo essere un racconto, o una pagina di autobiografia) è davvero imperdibile. Non seguite l'andazzo internettiano, quattro righe e via: stampatelo e leggetelo dalla prima all'ultima riga. Credetemi, ne vale la pena.

 

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giovedì, 04 settembre 2008
Mentre saliva  di malavoglia le scale del palazzaccio delle facoltà umanistiche, ad Ernesto si parò davanti un ragazzotto vestito in giacca e cravatta, come talvolta solevano i volontari marxisti-leninisti per rassicurare i borghesi e distinguersi dagli altri studenti (conciati, invece, come membri di Hamas in vacanza a Riccione), e gli agitò davanti agli occhi una prima pagina di giornale. Ernesto, che teneva il capo chino, riuscì appena a scorgere i grandi caratteri rossi e neri della testata: LOTTA COMUNISTA.
“Lotta?” disse il ragazzotto.
“No, grazie” disse Ernesto “mi arrendo.”
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mercoledì, 03 settembre 2008

Di un libro letto e uno riletto. Dispacci, di Michael Herr e I volenterosi carnefici di Hitler, di Daniel Jonah Goldhagen. Per chi si interessa di questioni di storia militare il libro di Michael Herr può risultare assai irritante nel suo utilizzare le percezioni soggettive dell'autore come una unica fonte, senza preoccupazioni esplicative di sorta. Profondamente permeato della cultura degli psichedelici Sixties, Herr descrive la guerra come una sorta di allucinazione collettiva priva di ogni logica, il che va benissimo quando si girano film, ma impedisce ogni comprensione del fatto (perché una logica della guerra del Vietnam esiste, anche se contorta). Herr, che è stato consulente per Apocalypse Now e Full Metal Jacket, ha praticamente creato uno standard di rappresentazione del conflitto vietnamita: alcuni episodi raccontati qui li ritroviamo pari pari in quei film. Alcune  sue frasi (a mio avviso troppo ghiotte per essere vere) sono passate alla storia, tipo "un colonnello mi ha detto: abbiamo dovuto distruggere la città [di Hue, ndr] per poterla liberare." Ok, frase ad effetto, ma quale colonnello? quando te l'ha detta? Herr di queste cose se ne frega, perciò non mi pare un buon cronista di guerra. E' invece, a sprazzi, un bravo scrittore.------ Del saggio di Goldhagen (riletto dopo la visione di un recente documentario della serie La grande Storia dedicato alla resistenza antinazista di matrice cristiana) si può invece dire questo: può sembrare tendenzioso, polemico, esagerato, persino razzista nei confronti dei buoni tedeschi che "non sapevano", "non volevano" e via così; ma in realtà è un libro necessario a ricordarci una cosa profondamente sgradevole e però vera, cioè che l'antisemitismo era da secoli parte integrante della cultura tedesca, che l'idea che una "questione ebraica" esistesse e andasse risolta in qualche modo faceva parte del discorso comune del tedesco medio, come oggi per l'occidentale medio la chiacchiera sul riscaldamento globale. Così, quando arrivò qualcuno a proporre una soluzione (e che soluzione) per la questione ebraica, i buoni tedeschi vi aderirono con entusiasmo largamente diffuso. Paradossalmente, l'analisi delle iniziative di resistenza antinazista finisce per confermare la tesi di Goldhagen, il quale dimostra che sia pure sotto un regime dittatoriale, quando si impegnarono con coraggio, i tedeschi riuscirono a impedire massacri e atrocità: l'esempio più tipico è fornito dal programma per l'eliminazione di disabili e malati di mente, che l'opinione pubblica e le gerarchie religiose avversarono al punto da costringere i gerarchi a sospenderlo. Per impedire la soluzione finale, invece, non si levò una sola voce. Si vede che non interessava a nessuno e che, dopotutto, il sistema scelto non pareva troppo ripugnante. 

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lunedì, 01 settembre 2008

Finite le vacanze, rieccomi in città. Nel frattempo, nel cuore del non torrido agosto, il sito del Foglio (con notevole calma, va detto) ha pubblicato una recensione dei Compagni del Fuoco. Sempre sul Foglio, nel corso di questo mese, ho molto apprezzato le bellissime corrispondenze dalla linea del fuoco di Fausto Biloslavo, embedded nel distretto di Garmsir, Afghanistan, con i Marines. Il bravo cronista ha un sito, che aggiungo tra i link. Oltre a Biloslavo, in questo mese ho letto i monumentali Vicerè di Federico De Roberto, l'imperdibile saga di una famiglia di nobiltà spagnolesca nella Sicilia tra Borboni e Unità d'Italia: una manica di superbi cialtroni, ignoranti come capre e tarati nella mente, nel corpo e nel carattere, eppure animati dalla incrollabile volontà di primeggiare e di continuare, nonostante tutto, a galleggiare comandando sulla massa dei comuni mortali. Il romanzo, scritto nel 1892 e ripubblicato in seconda edizione corretta nel 1920, sembra scritto ieri, tanto è moderno nel gusto della messa in scena cinematografica ante litteram e nell'uso dei dialoghi. Chi si chieda come mai continui ad essere praticamente ignorato nei corsi di letteratura italiana della scuola superiore consideri due cose: 1) una rappresentazione tanto grottesca e negativa della vita dei religiosi, della Chiesa e della religiosità in generale era possibile solo in un'epoca di mangiapreti come quella in cui visse De Roberto 2) non piacque a Benedetto Croce, le cui incomprensioni (e di narrativa capiva veramente poco) ancora gravano come ombre sui nostri programmi scolastici.

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