venerdì, 28 novembre 2008
L'aggressione dei terroristi islamici a Mumbai non ha precedenti per durata, numero dei bersagli e coordinazione: nove attacchi nel corso della tarda serata del 26 e ancora adesso, una quarantina di ore dopo, le fonti di stampa riferiscono di combattimenti all'interno dell'Hotel Taji Mahal, dove sarebbero oltre cinquanta le vittime civili. In tutto questa giornata di straodinaria ferocia ha lasciato finora sul campo 143 persone, e oltre trecento sarebbero i feriti. Ma non è facile avere cifre precise, né ricostruire con chiarezza eventi che si sono svolti contemporaneamente e che talvolta sono tuttora in corso. Possiamo soltanto cercare di immaginare in quale stato di isteria e di panico si trovino ormai gli abitanti della città, che temono da un momento all'altro lo scatenarsi di nuovi attacchi suicidi. Si tratta di una di quelle feste di sangue del terrorismo islamico che abbiamo ormai imparato a conoscere - parlo dell'11 settembre, di Beslan, del teatro Dubrovka di Mosca, di Madrid, di Londra. Eppure non si può fare a meno di notare la differenza: l'informazione c'è, ed è abbondante. I siti dei giornali mettono a disposizione cartine, animazioni, filmati. I telegiornali ne parlano. Ma non esiste né tra i giornalisti né tra il pubblico nulla che somigli alla più piccola traccia di partecipazione, per non parlare di commozione, rabbia e dolore. A nessuno è venuto in mente di scrivere un editoriale, per quanto ipocrita, intitolato "Siamo tutti indiani." Non senti nessuno parlare dei fatti di Mumbai, non vedi nessuno chino con evidente interesse sulle pagine dei quotidiani, non ti capita di ascoltare, che so, due amici che ne discutono  - sull'autobus, per esempio, o semplicemente per strada, come succedeva nei giorni  successivi agli attacchi di New York e di Washington. Non credo sia solo perché l'India, nonostante tutto, è lontana, e perché gli attacchi hanno avuto un carattere meno cinematografico e spettacolare di quelli dell'11/9, è qualcosa di diverso. E' che al terrorismo ci siamo abituati - non sentiamo più alcun bisogno di minuti di silenzio o di commemorazioni. I morti, a meno che non siano strumentalizzabili per i nostri interessi immediati, non ci interessano più. Con il suo stesso eccesso di orrore il terrorismo, negli ultimi sette anni, ha dissipato il proprio potere, la propria capacità di scatenare ondate di panico da un capo all'altro del mondo (ricordate gli aerei vuoti nel settembre 2001?), ha allentato la sua presa sulle nostre menti. Ma al contempo ci ha impoveriti e ci ha sottratto una parte della nostra capacità di partecipare ai dolori (e alle gioie), pur lontani, del mondo. Chissà se questa gli assassini suicidi la considerano una vittoria. 
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giovedì, 27 novembre 2008

E alla fine è successo: a forza di insistere un libro dopo l'altro, un centinaio di pagine dopo l'altro, Philip Roth e la sua ben nota maniacale dedizione alla fatica narrativa sono riusciti ad annoiarmi, e più volte ho avuto la tentazione di chiudere quest'ultimo capitolo del serial Zuckerman per porre fine agli sbadigli e dedicarmi ad altro. Intendiamoci, non che manchino le buone pagine, e persino le grandi pagine, ma la costruzione dell'insieme è troppo scombinata e sbilanciata e si basa su contenuti talmente logorati dall'uso che davvero risulta difficile appassionarsi alla vicenda dell'alter ego rothiano tornato in città dopo undici anni di ascetico ritiro nei Berkshire e subito ricaduto nell'antica rete dell'attrazione senile per la bellezza della giovane femmina. Altre sottotrame sono rappresentate dal tentativo di un giovane e ambizioso aspirante scrittore (quasi un doppio dello Zuckerman giovane) di convincere il protagonista ad aiutarlo nella stesura di una biografia che getterà nuova luce sul "segreto" fondamentale della vita di uno scrittore tanto appartato in vita quanto dimenticato dopo la morte (E. I. Lonoff, quasi un doppio dello Zuckerman vecchio), e dal tentativo dello stesso Zuckerman di rivivere, grazie ai colloqui con la sua coetanea Amy Bellette - un tempo splendida amante di Lonoff, assai desiderata dal protagonista giovane, e ora devastata da un tumore al cervello - l'episodio del suo unico incontro con il grande scrittore, nel 1956. Il tutto intervallato da lunghi dialoghi immaginari di impianto teatrale che Zuckerman/Roth scrive dopo ogni incontro con Jamie Logan, sua ultima ossessione erotica. Ogni linearità, ogni avanzamento della trama è spezzato troppo frequentemente perché il coinvolgimento del lettore possa andare oltre l'ammirazione per certe pagine memorabili - e così, dicevo, essendo oltretutto diseguale la qualità della scrittura, leggendo certe parti si finisce per annoiarsi e per augurarsi che finiscano in fretta, il che non è bello per niente visto che abbiamo a che fare con uno dei più grandi scrittori in circolazione.

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martedì, 25 novembre 2008

Trans-proletari di tutto il mondo, unitevi! (Addendum: da non perdere il pezzo di Gramellini sulla Stampa di oggi: La parola Isola, che nell’immaginario rosso evocava un libro di Amendola e la Cuba di Fidel, d’ora in poi si assocerà a una spiaggia dell’Honduras illuminata dal sole delle telecamere. Lì la trans companera Vladimir Luxuria ha realizzato il comunismo in un solo reality, dopo aver messo in fuga il marito fedifrago di Ivana Trump, simbolo del capitalismo parassitario.

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martedì, 18 novembre 2008
Scrittori e tromboni. Antonio Pascale è uno dei pochissimi scrittori italiani in cui vive quello spirito illuminista secondo il quale, per comprendere i termini di un problema, è meglio cercare di esaminarlo con gli strumenti della ragione e dello spirito critico che scaraventarglisi addosso con la bava alla bocca brandendo passione e ideologia. Come Pietro Verri o Cesare Beccaria, non è un letterato puro – cioè un tizio che non sa niente che esuli dal campo della letteratura, e se ne vanta pure – ma ha una formazione scientifica: è laureato in Agraria e lavora al ministero delle politiche agricole - il che gli permette di non lasciarsi travolgere dai luoghi comuni romantici quanto si vengono a trattare argomenti come ad esempio gli OGM, un vero tabù in Italia. Ma, più in generale, nel suo raccomandabilissimo Scienza e sentimento (appena uscito per Einaudi), Pascale ci mette in guardia contro i tanti che in Italia credono che alla mancanza di una conoscenza approfondita su un dato argomento si possa supplire con un sovrappiù di retorica oppure, nel caso di Beppe Grillo (un personaggio che nel libro ha non poca importanza), di sicumera e violenza verbale; e sottolinea la grande necessità, in questo paese passatista e antiscientifico per ignoranza e timore, di un pensiero davvero laico che sia cosciente che non esistono verità definitive, e che una verità falsa e strombazzata vale meno di una umile “misurazione esatta.” Il libro, dicevo, è utilissimo, interessante e scritto bene: un antidoto gradevole. La riflessione di Pascale prende l’avvio dalla lettura di un articolo di Pietro Citati apparso sulla Repubblica nell’agosto 2006 il cui succo era più o meno questo: non ci sono più i pomodori di una volta. Qualche giorno fa l’autore di questa profondissima cogitazione ha pensato bene di vendicarsi, e lo ha fatto nel modo più sciatto e cialtrone che si possa immaginare. Insomma, se volete capire la differenza tra uno scrittore serio e un trombone leggetevi il libro di Pascale e poi la “risposta” di Citati gentilmente fornita da Salmone.org.
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lunedì, 17 novembre 2008

La Caduta, ovvero come la crisi immobiliare travolge il povero risparmiatore.

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giovedì, 13 novembre 2008

L'ala del turbine intelligente. Periodicamente mi capita di venir ripreso da attacchi della mia antica febbre gouldiano/bachiana - contratta in epoca pre-internet - che ora è possibile curare con lunghe e fruttuose escursioni su Youtube. Gould, tra l'altro, come dimostra il volume adelphiano che dà il nome a questo post, era anche un ottimo scrittore. Quanto alla sua straordinaria grandezza di interprete e di vero e proprio filosofo della musica, ci pare che le parole più significative le abbia scritte Alessandro Baricco qualche anno fa: La grandezza di Gould si potrebbe riassumere con la massima sinteticità in un'unica affermazione: è stato l'unico musicista del Novecento capace di mettere in opera, con limpida radicalità, la nozione di interpretazione che nel frattempo la riflessione filosofica ed estetica aveva messo a fuoco. In pratica è l'unico interprete contemporaneo che possa essere definito realmente tale. Da un punto di vista squisitamente filosofico, il mondo della musica colta è una civiltà postuma, abbarbicata a sistemi e concetti da tempo sfumati a oggetti d'antiquariato. Gould, consapevolmente o meno, si collocò magicamente al di fuori di tale mondo-museo declinando una solitaria avventura di modernità. Non è del tutto casuale che il suo rifiuto dei concerti pubblici (prassi figlia dell'Ottocento borghese) e la sua scelta della sala d'incisione come unico spazio d'espressione risultino come la profezia di un mondo a venire, felicemente rinnovato nella sapienza di una cultura umanista e tecnologica al tempo stesso: il futuro era la tacita e costante ambizione del suo lavoro. Inseguendola otteneva, provvisoriamente, di realizzare il presente: per il mondo della musica era già un miracolo.

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giovedì, 06 novembre 2008

Wellington ha letto I Compagni del Fuoco... e gli è piaciuto.

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mercoledì, 05 novembre 2008
La prevalenza del cretino #3. Dalle nostre parti qualcuno invece di Obama ha capito Osama.
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martedì, 04 novembre 2008

Forse la cosa più sorprendente non è esattamente il nero alla Casa Bianca, ma il fumatore (grazie a Vark per la segnalazione). Mi chiedo come farà, visto che in America la pena per il reato di fumo in ufficio pubblico è appena meno grave di quella per il terrorismo internazionale.

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