giovedì, 29 gennaio 2009

I lefebvriani negazionisti ora spuntano come i funghi: questo qua, pensate un po', è pure figlio di un ebreo. Mi piaceva pensare che l'accusa di deicidio rivolta agli ebrei fosse roba vecchia, ma ora devo constatare (il sospetto in realtà l'avevo già avuto) come questa vera e propria assurdità logica sia sempre lì, pronta nel cassetto degli ignoranti, e come il vecchio sano antisemitismo cristiano, messo momentaneamente in ombra nel XX secolo da altri più chiassosi parvenus, sia sempre pronto a riemergere da sotto il sottile strato di chiacchiere su dialogo e fratellanza. 

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martedì, 27 gennaio 2009

Mi ero quasi deciso a scrivere un post contro la Giornata della Memoria dove consideravo l'iniziativa come, tutto sommato, rituale, ipocrita e priva di veri contenuti - tanto più che molte delle persone che vediamo ricordare compunte la tragica fine degli ebrei di ieri sono sempre in prima linea ad invocare l'impunità per chi ammazza gli ebrei di oggi - poi ho visto il filmato con l'intervista al vescovo Williamson, e ho cambiato idea. Ho pensato che, se è impossibile liberarsi dagli imbecilli, è però doveroso cercare di contrastarli con tutti i mezzi, e se questo comporta il doversi sorbire l'amaro calice dell'ipocrisia, pazienza, lo faremo. Nel frattempo, dall'episodio di Williamson possiamo almeno trarre questa consolante conclusione: che se Dio è infallibile e onnipotente, la Chiesa - perlomeno fuori del parlamento italiano - non lo è. Annullare la scomunica di un vescovo negazionista un paio di giorni prima della Giornata della Memoria ha rappresentato infatti una delle più clamorose trovate autolesioniste nel campo delle pubbliche relazioni a memoria d'uomo.

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mercoledì, 21 gennaio 2009

Il presidente più odiato? Chiedetelo agli africani. L’acronimo PEPFAR, dalle nostre parti quasi completamente (ma forse non casualmente) ignoto, significa President’s Emergency Plan For Aids Relief e indica il più massiccio piano di sostegno medico della storia, con oltre 18 miliardi di dollari stanziati in quattro anni in quindici paesi africani e caraibici. Se nel 2001 gli aiuti sanitari antiAids stanziati dagli Usa ammontavano a 810 milioni di dollari, nel 2008 sono stati 6 miliardi. E non sono solo soldi spesi, il piano di Belzebush ha funzionato davvero: date un’occhiata qui, sulla colonna a destra sotto il titolo Progress Achevied, non ci vuole molto tempo e ne vale la pena.
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martedì, 20 gennaio 2009
Piombo Fuso. 1) Il bodycount dei civili. Non è passata sera senza che i TG ci enumerassero le perdite “civili” palestinesi, avendo sempre cura di disaggregare il dato dei bambini. Qui ci si limita a far notare che la distinzione civili/militari ha poco senso nel caso di combattimenti tra un esercito regolare e una milizia che non indossa uniforme, nasconde le armi e utilizza abitualmente veicoli non contrassegnati. Inoltre, i dati erano sempre “di fonte medica” palestinese. Con tutto il rispetto, se io fossi una “fonte medica palestinese” e un italiano col microfono venisse a chiedermi quanti morti e feriti si sono registrati in quel giorno, avrei cura di raddoppiare o triplicare le cifre. Questo a scanso di equivoci, nel caso a qualche sgherro di Hamas venisse in mente di farmi una visita di cortesia. Le cifre reali non le conosceremo mai, e certo non ci aiutano i TG italiani che parlano come se niente fosse di “migliaia di edifici distrutti.” 2) Natura dello scontro. Operazioni di questo genere non hanno ormai più nessuno dei caratteri della guerra convenzionale, poiché si svolgono al di fuori di ogni logica militare in uno spazio che è soprattutto mediatico e politico-diplomatico. In altre parole, lo scopo di Tsahal era di colpire e distruggere fisicamente i miliziani di Hamas e le loro infrastrutture ma lo scopo dei miliziani era solo secondariamente quello di colpire Tsahal. Lo scopo primario di Hamas era fare in modo che quanti più civili possibile venissero uccisi dal fuoco israeliano, in modo da potersi appropriare della più vasta porzione di spazio mediatico, soprattutto in Europa, e riuscire a provocare un cessate il fuoco anticipato rispetto al raggiungimento degli scopi di guerra israeliani (e dunque poter riprendere a lanciare i missili Qassam). Quello che cedeva sul campo di battaglia, Hamas lo guadagnava nello spazio mediatico grazie alla morte dei civili o al danneggiamento di edifici percepiti come extraterritoriali (alcune sedi dell’ONU). Ma l’impressione è che questa volta il gioco sia stato troppo scoperto ed evidente, che troppi siano ormai i filmati che mostrano i razzi Qassam partire dai cortili tra le case, troppe le immagini che mostrano i miliziani armati aprire il fuoco circondati da una piccola folla di adulti sfaccendati e ragazzini (vale la pena di guardarsi questo lungo video, anche se non si riferisce agli scontri di Gaza di queste settimane) oppure, come in questo caso, gente che “fa il morto” ad uso e consumo dei giornalisti occidentali. Per dare un’idea della distanza dalle modalità convenzionali di combattimento, basti pensare che si sono avuti casi in cui le forze israeliane PRIMA di colpire la casa di un dirigente di Hamas lo avvertivano per telefono: ebbene, questo non aveva il risultato di provocare una fuga generale, ma un’adunata sul tetto della casa. Nel video in cui racconta personalmente il fatto (vedi a partire da 02.58), il tizio appare molto fiero della sua trovata, che avrebbe potuto causare decine di morti. In queste condizioni, è naturale che pure un’opinione pubblica naturaliter filo palestinese come quella europea cominci a dare segni di insensibilità. 3) Ovviamente, indignarsi perché Hamas combatte tra i civili non ha alcun senso. Infatti, la sproporzione dei mezzi è tale che, a meno di non rinunciare del tutto ad opporsi ad Israele, alla sua dirigenza non si offre nessuna scelta. Non esiste nessuna possibilità di affrontare l’esercito israeliano in uno scontro convenzionale. Spostare lo scontro sul piano dei media (con tutte le falsificazioni che comporta) non è un’opzione, ma l’unica possibilità se si vuole continuare a esistere come forza combattente (sia pure, si è detto, non convenzionale). 4)Chi ha vinto? Hamas esce dallo scontro con le ossa rotte. Sul piano militare non poteva essere altrimenti: la Striscia di Gaza non è il Libano, gli israeliani la conoscono palmo a palmo, i loro UAV la sorvolano ventiquattro ore su ventiquattro da anni e i loro informatori sono numerosi e molto attivi, come dimostra la precisione con cui alcuni comandanti militari di Hamas sono stati individuati e successivamente eliminati dall’aviazione. Hamas, inoltre, non dispone di una rete di telecomunicazioni “privata” come quella di Hezbollah, che nel 2006 rese molto più difficoltose le intercettazioni. Sul piano politico, il crollo è stato meno prevedibile ma altrettanto grave. La percezione di Hamas come “braccio dell’Iran” nell’area e il ricordo di come all’indomani delle elezioni vinte del 2005 il gruppo terroristico si sia dedicato alla repressione di ogni dissenso e all’eliminazione in massa dei rivali di Fatah, ha reso molto tiepido il sostegno dei paesi arabi e persino degli stessi palestinesi della Cisgiordania, dove nessuna forma di rivolta ha avuto luogo. La spaccatura interna all'organizzazione tra dirigenti di Gaza e dirigenti di Damasco appare molto evidente. Eppure, sul piano dell’opinione pubblica nulla è ancora deciso: se riuscisse a lanciare un significativo numero di missili su Sderot e dintorni nelle prossime settimane (per intenderci: non appena gli israeliani avranno abbandonato la Striscia), Hamas potrà sempre cercare di proclamarsi vincitore.
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lunedì, 19 gennaio 2009

"... e ora il problema sono i palestinesi vivi", 18 gennaio 2008, il TG3 delle 19 scavalca a destra il Likud.

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venerdì, 16 gennaio 2009
Alcune convinzioni morali, civili e religiose di alcuni cittadini sono più convinte di altre. Insomma, morale della favola, se pure a pagamento provi a dirgli che Dio non esiste la gente s'offende. E io allora, che in tv mi devo sorbire più preti che ayatollah sulla tv iraniana, non pago il canone. Tiè.
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giovedì, 15 gennaio 2009
Una discesa nel Maelstrom #2. Vassilij Grossman, che fu corrispondente di guerra a Stalingrado per Stella Rossa, scrisse una volta che l’unico libro che riuscisse a leggere durante la battaglia era Guerra e Pace di Tolstoj. La dichiarazione, e la stessa scelta di un titolo in qualche modo simile, è una sorta di invito al lettore a paragonare i due romanzi. Come Guerra e Pace, Vita e Destino si propone di raccontare la vita di un intero paese attraverso un gran numero di personaggi, tutti in qualche modo collegati con una sola famiglia, in questo caso i Šapošnikov, i cui membri si trovano dispersi in vari luoghi della Russia in guerra. Come in Guerra e Pace, si alternano momenti in cui la prospettiva è dal basso e descrive le minute vicende dei singoli, che possono anche essere veri e propri racconti brevi incastonati nella grande costruzione romanzesca (è il caso, per esempio, della vicenda di Klimov, un soldato che durante un bombardamento trova rifugio nel cratere di una bomba. Confuso e assordato, avverte una presenza umana accanto a sé: allunga il braccio e gli afferra la mano, ma non si tratta di un commilitone, bensì di un soldato tedesco. Solo quando il bombardamento finisce i due si renderanno conto dell’errore); e momenti in cui il narratore cerca, valutando gli eventi nella loro globalità, di trarne una filosofia della storia: in questo caso, soprattutto una riflessione sulla natura dei regimi totalitari, sul loro modo di agire e sulla loro costante attitudine a sterminare gli uomini in nome del bene.
Il bene, ecco il vero motore dei massacri. Al bene Grossman riserva, per bocca di uno dei suoi personaggi, Ikonnikov (un evangelico tolstojano imprigionato nel gulag), una frase che non solo ci permette di comprendere molto del secolo passato, ma che sarebbe meglio tenere a mente anche in quello a venire: “là dove si leva l’alba del bene (…) là moriranno vecchi e giovani e scorrerà il sangue.”
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martedì, 13 gennaio 2009

I dati di un trionfo. Il trionfo sarebbe, secondo Cinzia Scaffidi, direttrice del "centro studi" di Slow Food, quello conseguito dai punti di distribuzione di "latte crudo" (non pastorizzato) prima che il ministero del Welfare ci mettesse una pezza. Già, 12 milioni di litri venduti, e 10 (DIECI) casi di bambini finiti in ospedale con sindrome emolitico-uremica, un'infezione devastante che li ha costretti al ricovero e a una decina di giorni di dialisi e può danneggiare in maniera permanente la funzionalità renale. Insomma: che ce ne frega se il cosiddetto latte crudo è pieno di batteri fecali se la purezza ideologica è salva? Vi potete fare un'idea più particolareggiata della questione leggendo questo post della bravissima Anna Meldolesi, giornalista che coraggiosamente, dalle pagine del Riformista, cerca di contrastare il dilagante fondamentalismo slowfoodiano, e il cui blog figurerà da oggi tra i link de I Compagni del Fuoco

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martedì, 13 gennaio 2009

A proposito degli slogan atei sui pullman di Londra e di Genova di cui parla Davide, e tenendo conto delle sfumature di significato di probably, che è molto più assertivo dell'italiano probabilmente e si potrebbe tradurre con secondo ogni ragionevole previsione, prendo posizione a favore dello slogan british, il quale però non rispecchia la mia posizione, che se proprio dovessi scriverla sul di dietro di un autobus si potrebbe condensare nella formula: You cannot know if a God exists, so stop thinking about it and enjoy your life.

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lunedì, 12 gennaio 2009

Una discesa nel Maelstrom # 1. Vorrei cercare di spiegare cosa si prova leggendo Vita e destino di Vasilij Grossman, se possibile, senza usare le parole “grande affresco.” E allora si può dire la Russia così com’è descritta in quest’opera è un gigantesco vortice il cui centro è collocato a Stalingrado, e che dallo scontrarsi delle due opposte, violentissime correnti totalitarie le vite dei personaggi sono travolte, apparentemente schiacciate e deformate, senza tuttavia che nessuno perda nulla della propria tridimensionalità e della propria complessità psicologica. Ci si sposta dalla linea del fronte al gulag, al lager tedesco, alle ordinarie vite borghesi a Kujbisev o a Kazan’, a un vagone piombato in viaggio verso l’annientamento, alla steppa calmucca, e dovunque spuntano figure la cui umanità – nobile o sordida che sia, o nobile e sordida a un tempo – ci costringe a partecipare alle loro vicende. Dal punto di vista narrativo è quasi un miracolo. Dal punto di vista del censore di un regime totalitario, tanta varietà di modi nell’essere uomini è un affronto terribile, e ben si comprende lo zelo con cui gli agenti del KGB sequestrarono non solo il manoscritto, ma addirittura i nastri della macchina con cui era stato battuto. (qui potete leggere le travagliate vicende delle due copie sopravvissute, una delle quali giunse in Occidente alla fine degli anni Settanta in forma di microfilm).

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mercoledì, 07 gennaio 2009

Sarà colpa della neve che da ieri sommerge Torino, ma stamattina incliniamo languidamente all'elegia. La poesia è di Attilio Bertolucci, che la scrisse nei primi anni cinquanta:

                                Come pesa la neve su questi rami
                                come pesano gli anni sulle spalle che ami.
                                L'inverno è la stagione più cara,
                                nelle sue luci mi sei venuta incontro
                                da un sonno pomeridiano, un'amara
                                ciocca di capelli sugli occhi.
                                Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

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