Una discesa nel Maelstrom #2. Vassilij Grossman, che fu corrispondente di guerra a Stalingrado per Stella Rossa, scrisse una volta che l’unico libro che riuscisse a leggere durante la battaglia era Guerra e Pace di Tolstoj. La dichiarazione, e la stessa scelta di un titolo in qualche modo simile, è una sorta di invito al lettore a paragonare i due romanzi. Come Guerra e Pace, Vita e Destino si propone di raccontare la vita di un intero paese attraverso un gran numero di personaggi, tutti in qualche modo collegati con una sola famiglia, in questo caso i Šapošnikov, i cui membri si trovano dispersi in vari luoghi della Russia in guerra. Come in Guerra e Pace, si alternano momenti in cui la prospettiva è dal basso e descrive le minute vicende dei singoli, che possono anche essere veri e propri racconti brevi incastonati nella grande costruzione romanzesca (è il caso, per esempio, della vicenda di Klimov, un soldato che durante un bombardamento trova rifugio nel cratere di una bomba. Confuso e assordato, avverte una presenza umana accanto a sé: allunga il braccio e gli afferra la mano, ma non si tratta di un commilitone, bensì di un soldato tedesco. Solo quando il bombardamento finisce i due si renderanno conto dell’errore); e momenti in cui il narratore cerca, valutando gli eventi nella loro globalità, di trarne una filosofia della storia: in questo caso, soprattutto una riflessione sulla natura dei regimi totalitari, sul loro modo di agire e sulla loro costante attitudine a sterminare gli uomini in nome del bene.
Il bene, ecco il vero motore dei massacri. Al bene Grossman riserva, per bocca di uno dei suoi personaggi, Ikonnikov (un evangelico tolstojano imprigionato nel gulag), una frase che non solo ci permette di comprendere molto del secolo passato, ma che sarebbe meglio tenere a mente anche in quello a venire: “là dove si leva l’alba del bene (…) là moriranno vecchi e giovani e scorrerà il sangue.”