lunedì, 30 marzo 2009
Qualunque essere abbia vissuto l’avventura umana sono io. Così scrive Marguerite Yourcenar nei suoi taccuini sulle Memorie di Adriano, un libro leggendo il quale si è propensi a credere non tanto che lei, l’autrice,  si sia immedesimata nell’imperatore, ma che Adriano si sia impossessato di lei – e questa forza medianica agisce a poco a poco sul lettore, una pagina dopo l’altra finche alla fine siamo noi l’imperatore in agonia, nostro è il vecchio corpo in disfacimento, nostra la piccola anima smarrita e soave pronta a scendere nelle regioni incolori, ardue e spoglie, dell’aldilà. Cos’altro si può chiedere di più a un narratore e al suo libro?
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mercoledì, 25 marzo 2009
Gran Torino, ovvero la saggezza di Walt Kowalsky. Alla morte della moglie, per Walter Kowalsky si spalancano le porte di una rabbiosa solitudine sottoposta a una duplice minaccia: dall’esterno, dall’arrivo dei molesti e incomprensibili Hmong che hanno invaso il quartiere; dall’interno, dagli antichi fantasmi della guerra di Corea, tornati a tormentarlo. I figli sono lontani, estranei. Le facce che lo circondano sono sconosciute, ostili o del tutto prive di interesse. Il mondo di Kowalsky è a sua volta estraneo al presente: i suoi gesti, le sue parole, i suoi pensieri appartengono all’America di cinquant’anni prima. Ma quando offre la vita perché il giovane Thao possa vivere liberamente la sua, Kowalsky – sia pure in extremis - saprà non essere estraneo al futuro. Ecco una bella rivincita sulla morte. Da giovani, dicevano gli stoici, la saggezza consiste nel saper vivere; da vecchi, nel saper  morire. (vedi trailer in italiano)
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giovedì, 19 marzo 2009
E' la religione, bellezza. Non capisco quelli che se la prendono con Benedetto XVI. A questo papa bisognerebbe fare un monumento, perché attualmente tra il caso della bambina brasiliana (nessuna smentita ancora ai vescovi scomunicatori) e quello dei preservativi africani è rimasto uno dei pochi a ricordarci cosa davvero sia una religione: dogmatismo ottuso e incurante di ogni conseguenza, ipocrisia, intolleranza, ignoranza crassa della natura umana e della realtà del comportamento quotidiano, indifferenza per le sofferenze altrui, totale mancanza di senso del ridicolo (ve lo immaginate un Dio che si adira perché qualcuno si infila un pezzo di lattice di gomma sul pene? ve la sentite di andare a pregare un Tizio del genere?) Noi ci scandalizziamo quando in uno dei nostri ospedali un appartenente alla setta dei Testimoni di Geova rifiuta per sé o per suo figlio la trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita – ma in questo caso dichiarare che i preservativi non solo non sarebbero di aiuto nella lotta all’AIDS in Africa ma aumenterebbero i problemi rappresenta un atto infinitamente peggiore della sciocca scelta del Testimone, perché con lo scopo di  eliminare o ridurre la diffusione di una pratica che la propria dottrina dichiara illecita non solo nega l’evidenza dell’efficacia di un mezzo che in altri contesti ha abbattuto drasticamente i livelli di diffusione del contagio e impedito infinite sofferenze, ma addita come sabotatori (non si sa bene di che cosa) e aggravatori di problemi (non si sa bene quanti e quali) coloro che conducono campagne mediche realistiche e pragmatiche. Una religione è solo una setta che ha avuto successo: all’originario e congenito integralismo intollerante unisce la sicumera sfrontata dei potenti che sanno che le loro sciocchezze resteranno senza smentita. Grazie, Benedetto, per avercelo ricordato.
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martedì, 17 marzo 2009

The Hurt Locker, il film di Kathryn Bigelow che ha per protagonisti una squadra di artificieri dell’esercito americano in Iraq, ha una sceneggiatura che procede per giustapposizione di scene senza che la trama nel suo complesso progredisca in maniera significativa, ed è stato perciò una mezza delusione. Però ci sono un paio di cose notevoli e spaventose.
1)A Baghdad un uomo si presenta a un posto di blocco americano gridando che ha addosso un corpetto esplosivo e implorando i soldati di disinnescarlo. I soldati si allontanano di un centinaio di metri. Tra loro prevarrebbe l’intenzione di sparargli, ma l’interprete iracheno continua a ripetere che non si tratta di un terrorista, è un brav’uomo che sta solo cercando aiuto, e così vengono chiamati gli artificieri. Il capo della squadra, indossata una tuta protettiva, si avvia verso l’uomo con il corpetto esplosivo, che continua a implorare di essere liberato. L’artificiere fa inginocchiare l’uomo e gli dice di aprirsi la giacca. Lo spettacolo che si rivela è terribile: il corpetto esplosivo è fissato attorno al corpo del malcapitato con una decina di lucchetti, e un timer indica che le cariche esploderanno entro due minuti. Non c’è tempo per disinnescare, bisogna cercare di forzare i lucchetti con le tronchesi. Ma, per quanto l’artificiere si dia da fare si dia da fare, il tempo passa troppo rapidamente. Non è disponibile una fiamma ossidrica. L’uomo implora, piange, dice che ha moglie e quattro figli e che non vuole morire, ma la gabbia che lo intrappola è stata studiata proprio per resistere alle tronchesi. Restano venti secondi, e l’artificiere è riuscito a forzare solo un lucchetto. L’uomo continua a implorare. L’artificiere gli dice che non c’è nulla da fare. Gli chiede scusa e inizia rapidamente ad allontanarsi. L’uomo inizia a pregare, non è l’Allah Akbar isterico degli stragisti suicidi ma la preghiera di chi si raccomanda a Dio sapendo che sta per lasciare la vita suo malgrado. L’uomo salta in aria. L’onda d’urto investe l’artificiere, lo atterra e gli scaraventa addosso pietre e detriti di ogni genere.
2) L’artificiere ora è a casa sua e sta giocando con suo figlio piccolo. Gli fa all’incirca questo discorso: vedi, tu adesso ami tutto quello che ti circonda, tutto ti interessa e ti attrae, ami la tua scatola col pupazzetto a sorpresa, i tuoi giocattoli, i tuoi pigiamini colorati, i tuoi pupazzi. Eppure, tu ancora non lo sai ma tra qualche tempo la tua scatola col pupazzetto a sorpresa non ti sembrerà più così speciale, ti sembrerà una normale scatola di latta, e così i pupazzi,  e a poco a poco non amerai più tutto quello che ti circonda, ma solo poche cose. E quando arriverai alla mia età, non ti resteranno che due o tre cose da amare, nel mio caso una. E, nella scena successiva, l’artificiere scende da un aereo, ed è di nuovo a Baghdad. Poco dopo ha di nuovo addosso la tuta protettiva, ed è diretto verso un’altra bomba.
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martedì, 10 marzo 2009

Terminata la lettura di Vita e destino mi è venuta voglia di documentarmi un po' sulla vita sovietica degli anni di guerra e su quelli precedenti, segnati dalla collettivizzazione forzata e dal Grande Terrore del 1937-38. Non è che manchino le opere, a partire dai classici di Robert Conquest, Raccolto di dolore e  Il grande terrore, ma un aiuto per meglio comprendere il clima psicologico di quei tempi ci viene dalla  testimonianza di Corrado Alvaro, viaggiatore in URSS nel 1937 per conto della Stampa di Torino, e autore di splendidi reportages poi raccolti nel volume I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia sovietica. Nelle sue notazioni sulla parte rilevantissima che la paura - la paura della denuncia, della delazione, dell'arresto notturno, degli interrogatori - svolge nella vita quotidiana del comune cittadino sovietico di quegli anni, c'è già molto del romanzo L'uomo è forte del 1938, in cui le deformazioni psicologiche subite dall'individuo sottoposto al dominio totale rappresentano il tema principale. Un altro testo fondamentale è I soldati di Stalin, di Catherine Merridale. Che cos'era l'Armata Rossa, del cui mito il corrispondente di guerra Vassilij Grossman fu uno dei principali artefici? Era, anzitutto l'esercito di uno stato totalitario, in cui - ancora più che nella Wehrmacht hitleriana - il valore attribuito alla vita del singolo soldato era pari a zero. I generali russi si permettevano tassi di perdite che ai loro equivalenti occidentali sarebbero costati il posto del giro di una settimana. Una sola battaglia di media entità sul fronte dell'est costava, in media, ai russi, più perdite dell'intera campagna angloamericana da Overlord in poi. (Va detto che furono i generali sovietici a ottenere i risultati migliori e a piegare l'esercito tedesco.) L'Armata Rossa era un singolare coacervo di disciplinatissime unità d'assalto e di incontrollabili, poco addestrate, masse di supporto. Al suo interno, si respirava lo stesso clima di terrore che regnava tra i civili: il pluridecorato Aleksandr Solzenicyn si trovava proprio al fronte nella Prussia Orientale quando, nel febbraio 1945, fu arrestato e condannato a otto anni di gulag  a causa di alcune opinioni poco lusinghiere espresse su Stalin in una lettera ad un amico. Notevole quello che Vassilij Grossman scrive di Stalingrado: la sottile striscia di terra lungo il Volga che nell'autunno-inverno del 1942 la 62a armata del generale Cujkov contendeva ai tedeschi era, paradossalmente, l'unica area di libertà in tutta l'Unione Sovietica: non essendoci retrovie, non vi trovava spazio l'apparato repressivo dell'NKVD. Quel posto infernale, scrive Grossman, era l'unico posto in cui fosse possibile esprimere liberamente il proprio pensiero senza timore di essere arrestati. A questo proposito (l'arresto, gli interrogatori, il gulag), vorrei segnalarvi il bel saggio di Anne Applebaum sul sistema del gulag: un vero e proprio apparato produttivo parallelo fondato sulla pratica di uno schiavismo di stato. I campi sovietici, a differenza di quelli tedeschi, non avevano per scopo ufficiale lo sterminio dei prigionieri, ma quello di spremerne la maggior quantità di lavoro possibile. Ma nella pratica lo sterminio avvenne, eccome. Contarono il disprezzo della vita umana insito nel sistema comunista, l'incuria, la corruzione, le malattie provocate dalla malnutrizione e dalla sporcizia, le disumane condizioni ambientali. Anche se la persecuzione dei dissidenti continuò sotto altre forme fino alla fine dell'URSS, la liberazione dei detenuti politici iniziò nel 1954 e il sistema dei gulag finì ufficialmente nel 1960. Nonostante il Nobel a Solgenicyn, in Occidente il tema dei gulag non ha mai destato grande interesse presso il grande pubblico. A quasi cinquant'anni dalla loro chiusura, di quei campi costruiti interamente in legno non resta nulla se non i segni della presenza delle fosse comuni. Le foto che circolano sono poche (anche se all'archivio moscovita dell'amministrazione dei campi abbondano immagini e documentazione, per ora liberamente consultabili). Nessuno, né in Russia né altrove, ha ancora pensato di girare uno Schindler's List sui campi della Kolyma o di Workuta.

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giovedì, 05 marzo 2009

Il bellissimo libro d'esordio del mio amico Marco Drago, "L'amico del pazzo" è uscito nel 1998 e non esiste più. Le copie invendute sono andate al macero (o meglio al rogo) e, a undici anni di distanza, si può affermare che grazie ai buoni uffici dell'editore Feltrinelli "L'amico del pazzo" è estinto. Per riportarlo in vita, per dargli una nuova forma, per liberarlo dalla schiavitù della carta, Cappa & Drago mettono in campo il loro armamentario stilistico e salgono sul palco con un reading tratto dal racconto che dà il titolo alla raccolta. Si comincia giovedì 26 marzo alla Libreria Bibli di Roma e si continua mercoledì 8 aprile alla Scighera di Milano.

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mercoledì, 04 marzo 2009

Naturalmente i direttori degli illustri giornali che hanno speculato sui mostri violentatori venuti dalla Romania diranno che avevano ragione loro, come sempre.

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mercoledì, 04 marzo 2009

Il baccellone c’est moi? “Ho vissuto per tutta la vita in questa città, ma in qualche modo sentivo che era cambiata. La gente era diversa.” Queste le prime parole pronunciate da Elizabet/Brooke Adams nello spezzone di Terrore dallo spazio profondo (The invasion of the body snatchers, 1978).  Ho trovato questo film, la cui ultima scena ha continuato a terrorizzarmi per anni, su una bancarella in via Po. Per caso. Oppure no, non è stato per caso. Perché in questi giorni mi sento proprio come la povera Elizabeth: sono un tizio che cammina in una città baccellonata , parla con persone baccellonate, legge libri baccellonati, mangia cibo baccellonato e guarda film baccellonati (a parte questo, beninteso). Potrei pensare che l’invasione sia in corso dallo spazio profondo esterno, come si vede nel film. Ma poiché so che noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi, non posso neppure scartare l’ipotesi forse più terrificante: che il pericolo venga dallo spazio profondo interno. Che il baccellone, l'ultracorpo, insomma, sia io.

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martedì, 03 marzo 2009

Grunewald alla scuola materna. Ecco come mia figlia di quattro anni ha riferito - probabilmente dopo elaborazione sua e dei suoi compagni - la faccenda della Pasqua raccontatale con gusto un po' troppo splatter da una maestra: "hanno preso Gesù, gli hanno piantato nelle mani due chiodi lunghi così, poi gli hanno messo sulla testa una corona di chiodi, poi l'hanno ammazzato  e l'hanno seppellito. Poi suo padre, che si chiamava Marco (?) l'ha fatto resuscitare."

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lunedì, 02 marzo 2009

Uscendo dal cinema e più tardi, discutendo con un amico davanti alla canonica birra media, ci si chiede: cosa non ha funzionato? Perché le due ore di The Millionaire sono scivolate via sulle nostre retine affamate di spettatori da lungo tempo in astinenza da cinema senza provocare nient'altro che un effimero piacere visivo e un blando senso di sorpresa per il lussureggiante cromatismo e le inquadrature sghembe e a effetto? Perché non si partecipa mai davvero alle vicende di Jamaal, che pure ha una vita non ordinaria che parte dalle baraccopoli di Bombay/Mumbai, passa per la sala di un call center e  giunge ad un'apoteosi di lieto fine amoroso e finanziario, proprio mentre suo fratello conclude con un degno finale alla Scarface la sua breve e brillante carriera nel mondo del crimine? Perché? Risposta A, B, C o D?
A)   La struttura narrativa a segmenti, che lega ad ognuna delle risposte date da Jamaal durante il quiz un momento cruciale della sua vita, dopo un po' diventa ripetitiva e impedisce l'accumulo di tensione durante il procedere della trama.
B)   Boyle è fatto così, procede da una trovata all'altra.
C)   Nel film succedono troppe cose.
D)   Dev Patel ha le orecchie troppo a sventola perché ci si possa davvero interessare a quel che gli succede.
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