Terminata la lettura di Vita e destino mi è venuta voglia di documentarmi un po' sulla vita sovietica degli anni di guerra e su quelli precedenti, segnati dalla collettivizzazione forzata e dal Grande Terrore del 1937-38. Non è che manchino le opere, a partire dai classici di Robert Conquest, Raccolto di dolore e Il grande terrore, ma un aiuto per meglio comprendere il clima psicologico di quei tempi ci viene dalla testimonianza di Corrado Alvaro, viaggiatore in URSS nel 1937 per conto della Stampa di Torino, e autore di splendidi reportages poi raccolti nel volume I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia sovietica. Nelle sue notazioni sulla parte rilevantissima che la paura - la paura della denuncia, della delazione, dell'arresto notturno, degli interrogatori - svolge nella vita quotidiana del comune cittadino sovietico di quegli anni, c'è già molto del romanzo L'uomo è forte del 1938, in cui le deformazioni psicologiche subite dall'individuo sottoposto al dominio totale rappresentano il tema principale. Un altro testo fondamentale è I soldati di Stalin, di Catherine Merridale. Che cos'era l'Armata Rossa, del cui mito il corrispondente di guerra Vassilij Grossman fu uno dei principali artefici? Era, anzitutto l'esercito di uno stato totalitario, in cui - ancora più che nella Wehrmacht hitleriana - il valore attribuito alla vita del singolo soldato era pari a zero. I generali russi si permettevano tassi di perdite che ai loro equivalenti occidentali sarebbero costati il posto del giro di una settimana. Una sola battaglia di media entità sul fronte dell'est costava, in media, ai russi, più perdite dell'intera campagna angloamericana da Overlord in poi. (Va detto che furono i generali sovietici a ottenere i risultati migliori e a piegare l'esercito tedesco.) L'Armata Rossa era un singolare coacervo di disciplinatissime unità d'assalto e di incontrollabili, poco addestrate, masse di supporto. Al suo interno, si respirava lo stesso clima di terrore che regnava tra i civili: il pluridecorato Aleksandr Solzenicyn si trovava proprio al fronte nella Prussia Orientale quando, nel febbraio 1945, fu arrestato e condannato a otto anni di gulag a causa di alcune opinioni poco lusinghiere espresse su Stalin in una lettera ad un amico. Notevole quello che Vassilij Grossman scrive di Stalingrado: la sottile striscia di terra lungo il Volga che nell'autunno-inverno del 1942 la 62a armata del generale Cujkov contendeva ai tedeschi era, paradossalmente, l'unica area di libertà in tutta l'Unione Sovietica: non essendoci retrovie, non vi trovava spazio l'apparato repressivo dell'NKVD. Quel posto infernale, scrive Grossman, era l'unico posto in cui fosse possibile esprimere liberamente il proprio pensiero senza timore di essere arrestati. A questo proposito (l'arresto, gli interrogatori, il gulag), vorrei segnalarvi il bel saggio di Anne Applebaum sul sistema del gulag: un vero e proprio apparato produttivo parallelo fondato sulla pratica di uno schiavismo di stato. I campi sovietici, a differenza di quelli tedeschi, non avevano per scopo ufficiale lo sterminio dei prigionieri, ma quello di spremerne la maggior quantità di lavoro possibile. Ma nella pratica lo sterminio avvenne, eccome. Contarono il disprezzo della vita umana insito nel sistema comunista, l'incuria, la corruzione, le malattie provocate dalla malnutrizione e dalla sporcizia, le disumane condizioni ambientali. Anche se la persecuzione dei dissidenti continuò sotto altre forme fino alla fine dell'URSS, la liberazione dei detenuti politici iniziò nel 1954 e il sistema dei gulag finì ufficialmente nel 1960. Nonostante il Nobel a Solgenicyn, in Occidente il tema dei gulag non ha mai destato grande interesse presso il grande pubblico. A quasi cinquant'anni dalla loro chiusura, di quei campi costruiti interamente in legno non resta nulla se non i segni della presenza delle fosse comuni. Le foto che circolano sono poche (anche se all'archivio moscovita dell'amministrazione dei campi abbondano immagini e documentazione, per ora liberamente consultabili). Nessuno, né in Russia né altrove, ha ancora pensato di girare uno Schindler's List sui campi della Kolyma o di Workuta.

Il bellissimo libro d'esordio del mio amico Marco Drago, "L'amico del pazzo" è uscito nel 1998 e non esiste più. Le copie invendute sono andate al macero (o meglio al rogo) e, a undici anni di distanza, si può affermare che grazie ai buoni uffici dell'editore Feltrinelli "L'amico del pazzo" è estinto. Per riportarlo in vita, per dargli una nuova forma, per liberarlo dalla schiavitù della carta, Cappa & Drago mettono in campo il loro armamentario stilistico e salgono sul palco con un reading tratto dal racconto che dà il titolo alla raccolta. Si comincia giovedì 26 marzo alla Libreria Bibli di Roma e si continua mercoledì 8 aprile alla Scighera di Milano.
Naturalmente i direttori degli illustri giornali che hanno speculato sui mostri violentatori venuti dalla Romania diranno che avevano ragione loro, come sempre.
Il baccellone c’est moi? “Ho vissuto per tutta la vita in questa città, ma in qualche modo sentivo che era cambiata. La gente era diversa.” Queste le prime parole pronunciate da Elizabet/Brooke Adams nello spezzone di Terrore dallo spazio profondo (The invasion of the body snatchers, 1978). Ho trovato questo film, la cui ultima scena ha continuato a terrorizzarmi per anni, su una bancarella in via Po. Per caso. Oppure no, non è stato per caso. Perché in questi giorni mi sento proprio come la povera Elizabeth: sono un tizio che cammina in una città baccellonata , parla con persone baccellonate, legge libri baccellonati, mangia cibo baccellonato e guarda film baccellonati (a parte questo, beninteso). Potrei pensare che l’invasione sia in corso dallo spazio profondo esterno, come si vede nel film. Ma poiché so che noi non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi, non posso neppure scartare l’ipotesi forse più terrificante: che il pericolo venga dallo spazio profondo interno. Che il baccellone, l'ultracorpo, insomma, sia io.
Grunewald alla scuola materna. Ecco come mia figlia di quattro anni ha riferito - probabilmente dopo elaborazione sua e dei suoi compagni - la faccenda della Pasqua raccontatale con gusto un po' troppo splatter da una maestra: "hanno preso Gesù, gli hanno piantato nelle mani due chiodi lunghi così, poi gli hanno messo sulla testa una corona di chiodi, poi l'hanno ammazzato e l'hanno seppellito. Poi suo padre, che si chiamava Marco (?) l'ha fatto resuscitare."
