giovedì, 26 novembre 2009



Difficile dire con esattezza cosa non funzioni a dovere in Nemico Pubblico, l’ultimo film del grande Michael Mann. Mi sembra, anzitutto, che una storia come quella di John Dillinger (o, se vogliamo, di qualunque essere umano che viva giorno per giorno a stretto contatto con la morte) debba contenere il senso di un destino incombente, e che questo si debba avvertire dalla prima all’ultima scena, in modo che l’intero racconto sembri scorrere naturalmente e inesorabilmente verso quell’esito fatale. Così avveniva, per esempio, per il Neil/De Niro di Heat  (altro rapinatore), o per il Vincent/Cruise di Collateral, vera e propria macchina lanciata verso la distruzione delle vite altrui e della propria. Qui no. In Nemico Pubblico questa consapevolezza tragica si avverte solo a tratti. Tra un’evasione, una rapina, una sparatoria, si fatica a cogliere l’insieme della parabola di Dillinger/Depp, e persino la storia d’amore appare abbozzata troppo rapidamente e per frammenti. Azzardo l’ipotesi che questa difficoltà a cogliere l’insieme possa essere un fatto percettivo: in questo film ogni azione appare frammentata in una miriade di primi e primissimi piani che rendono talvolta difficile comprenderne la dinamica globale. Così spezzettata, per esempio, nessuna delle scene di scontro a fuoco (che, ovvio, non sono poche) riesce neanche ad avvicinarsi all’intensità della grande sparatoria di Heat, tanto per fare un citare un caposaldo del cinema d'azione contemporaneo; e neppure si arriva mai a costruire una vera tensione narrativa, proprio perché non si riesce a giungere a una visione d’insieme di quanto sta accadendo.

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mercoledì, 25 novembre 2009

“Ad ogni bambino che nasce, il pianeta è un po’ più vicino al punto di rottura”. Quindi, piantiamola di procreare ed estinguiamoci, tanto come specie siamo falliti. In mancanza di un bel virus, di una guerra termonucleare globale o di una invasione di alieni sterminatori (che li delizierebbero), questa è la proposta del Voluntary Human Extinction Movement. Da non perdere questo filmato, e quest’altro, in cui un cartone animato ci mostra la distruzione dell’ambiente incontaminato da parte dei terribili marmocchi. Scherzi a parte, se i buontemponi di Portland sono una delle punte minoritarie ed estreme dell’ecologismo da soluzione finale, la distruzione della concezione dell’uomo propria dell’umanesimo classico è caratteristica di tutta la varia fauna ambientalista. Ne scrivo oggi su Libero parlando di libro di Laurent Larcher in via di pubblicazione da Lindau.
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lunedì, 23 novembre 2009
Va bene che non dovrei scriverlo perché l'autore è un amico e perché tutti sapete che pubblicherò il mio prossimo libro con minimum fax, però l'ultimo romanzo di Nicola Lagioia, dylanianamente intitolato Riportando tutto a casa, è davvero bello, di quelli che dopo che li hai finiti continui a portarteli dietro e a rileggertene dei pezzi (i libri brutti nel cassonetto, i libri carini diligentemente nello scaffale subito dopo averli finiti,i libri davvero belli, quelli, non li perdoniamo di essere finiti e non riusciamo quasi a staccarcene). Memorabile la scena del padre del narratore che dopo aver anelato alla ricchezza per tutta la vita crolla proprio nel momento in cui la sente a portata di mano. Memorabili le discese nelle profondità infere di Japigia dei tre protagonisti. Memorabile la scena bunueliana in cui la crème dei riccastri baresi si denuda sullo yacht. Basterebbero questi brani a farne un romanzo coi fiocchi ma c'è dell'altro, e molto.
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martedì, 10 novembre 2009
Dopo un ventennio si poteva essere portati a pensare che almeno sul Muro di Berlino si potesse parlar chiaro. Invece stamattina guardo su Repubblica.it e vedo che c'è un link a una lussuosa presentazione intitolata "The iron curtain diaries" curata da PeaceReporter. E così vengo a sapere che il Muro fu costruito "al fine di fermare le continue violazioni del confine tra Berlino Ovest a Berlino Est" e che le guardie erano autorizzate a sparare contro chiunque "cercasse di entrare" nell'area della cosiddetta Death Strip. Non dico che si voglia presentare il muro come una barriera contro l'immigrazione clandestina nella DDR, ma certo si ha poca voglia di fare chiarezza.
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lunedì, 09 novembre 2009
Soltanto io... e chi? Se c’è un genere di persone che abbonda su facebook, ma ormai anche nella vita cosiddetta reale, sono quelli ogni due per tre si sentono in dovere di farti sapere quanto si vergognano di questo paese, quanto gli fa schifo, ribrezzo, vomito, diarrea, e quanto volentieri prenderebbero la via dell’emigrazione. Ad ogni scoperta dell’acqua calda, ad ogni stupidaggine beota pronunciata da un politico di questa disgraziata repubblica, ecco che saltano su centinaia di anime indignate pronte all’esilio. Oggi, l’uscita di Giovanardi su Stefano Cucchi avrà svuotato mezza Milano, come minimo. Di questo passo non ci rimarrà più nessuno. Mi viene in mente un verso di una canzone di Wolf Bierman, ai bei tempi del Muro: “alla fine qui rimarremo soltanto io e Honecker”.
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