
Difficile dire con esattezza cosa non funzioni a dovere in Nemico Pubblico, l’ultimo film del grande Michael Mann. Mi sembra, anzitutto, che una storia come quella di John Dillinger (o, se vogliamo, di qualunque essere umano che viva giorno per giorno a stretto contatto con la morte) debba contenere il senso di un destino incombente, e che questo si debba avvertire dalla prima all’ultima scena, in modo che l’intero racconto sembri scorrere naturalmente e inesorabilmente verso quell’esito fatale. Così avveniva, per esempio, per il Neil/De Niro di Heat (altro rapinatore), o per il Vincent/Cruise di Collateral, vera e propria macchina lanciata verso la distruzione delle vite altrui e della propria. Qui no. In Nemico Pubblico questa consapevolezza tragica si avverte solo a tratti. Tra un’evasione, una rapina, una sparatoria, si fatica a cogliere l’insieme della parabola di Dillinger/Depp, e persino la storia d’amore appare abbozzata troppo rapidamente e per frammenti. Azzardo l’ipotesi che questa difficoltà a cogliere l’insieme possa essere un fatto percettivo: in questo film ogni azione appare frammentata in una miriade di primi e primissimi piani che rendono talvolta difficile comprenderne la dinamica globale. Così spezzettata, per esempio, nessuna delle scene di scontro a fuoco (che, ovvio, non sono poche) riesce neanche ad avvicinarsi all’intensità della grande sparatoria di Heat, tanto per fare un citare un caposaldo del cinema d'azione contemporaneo; e neppure si arriva mai a costruire una vera tensione narrativa, proprio perché non si riesce a giungere a una visione d’insieme di quanto sta accadendo.




