martedì, 04 marzo 2008

Franco Bungaro passando da uno spunto di cronaca a Brave New World di Huxley affronta i massimi sistemi: la bellezza (o l'assenza della bellezza), dio, la felicità, la libertà nel nostro mondo e in quello dei gemelli Bokanovskij. Io per lungo tempo ho considerato senza esitazioni Brave New World un'utopia negativa, poiché la libertà vi era negata e l'elemento tragico dell'esistenza nascosto dietro una nube di soma. Ma io allora ero un giovine romantico. Più tardi ho cominciato a considerare che (Leopardi docet), l'uomo è governato dall'amor proprio, il quale desidera per sé un piacere infinito che, come tale, non potrà mai essere soddisfatto - di qui la sua infelicità - ma che nel Brave New World questa catena desiderio-soddisfacimento parziale-infelicità era spezzata per sempre, perché ognuno era geneticamente condizionato ad un totale amor fati: felice del suo ruolo nel mondo e nella società, con larga disponibilità di piaceri materiali, largamente infantilizzato per quanto riguarda i piaceri di altra natura (il cinema odoroso non sembrava proprio aver prodotto dei capolavori), viveva però felice, e quando in questa celletta individuale s'insinuava "il muto e sordo dolore che stilla sotto a tutte le cose", bastava una bella compressa di soma, e il buonumore tornava in un batter d'occhio. Insomma, non liberi, condizionati, divisi geneticamente in caste, infantilizzati ma finalmente, dopo millenni di lamentazioni, poemi, sonetti, romanzi, sinfonie dolorose, dopo secoli e secoli di amori contrastati, di Romei e Giuliette, Tristani e Isotte, dopo i giovani Werther, gli Ortis e i giovani Holden, finalmente e per sempre felici. Se lo scopo dell'esistenza è la felicità, quello di Huxley non sarebbe il mondo perfetto? (l'autore non la pensava così, poiché nel 1958 tornò sulla questione in un saggio, Brave New World revisited, improntato sui condizionamenti di massa nella nostra società, ma la questione se, nei termini leopardiani che non starò a ripetere, BNW sia un'utopia o una distopia resta, per quanto mi riguarda, aperta).

postato da: ernestoA alle ore 09:26 | Permalink | commenti (5)
Commenti
#1   04 Marzo 2008 - 17:14
 
ernesto, l'utopia e la bellezza sono temi che affascinano moltissimo anche me. Per me la forbice tra felicità e libertà resterà sempre aperta, si aprirà e si chiuderà all'infinito. Ma forse proprio questo movimento infinito può essere il luogo giusto per la bellezza. Una bellezza dinamica quindi, diversa da quella del passato.

La mia è un'ottica romantica, certo, ma non per questo meno moderna. Io miscelerei gli stessi ingredienti da te citati in un altro modo e ci aggiungerei il sogno. Vedrei l'utopia come sogno a occhi aperti, ma che non può sfuggire al destino. In quest'ottica la pianificazione perfetta, trionfo della tecnica, è contraria alla libertà e alla bellezza, perché non c'è forza creatrice in un mondo del genere. Quanto alla felicità, è felicità quella dei gemelli Bokanovskij? Forse. Ma la natura umana è tendere sia alla soddisfazione del piacere sia all'oltrepassamento di questa felicità. E' questo il destino. Perciò, privarla dell'infinito è la peggiore mostruosità, alla lunga. Come nell'utopia negativa di Huxley.
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#2   05 Marzo 2008 - 08:48
 
la felicità non consiste forse nella perfetta coincidenza tra desiderio e destino? non è così anche la beatitudine descritta da Dante nella Commedia? nel III del Paradiso, quando chiede a Piccarda Donati come mai loro, anime poste nel grado più basso del Paradiso (si tratta di anime che in vita mancarono ai loro voti), risplendano di tanta beatitudine, lei gli risponde:
"Frate, la nostra volontà quieta/
virtù di carità, che fa volerne/
sol quel ch'avemo, e d'altro non c'asseta".
tornando ad Huxley e al suo mondo nuovo, il "sistema della felicità" appare molto solido ma imperfetto.
in questo bilanciamento perfetto tra aspirazioni e destino, non è stato lasciato spazio alla speranza, che sembra proprio essere fondamentale alla vita, se non dei filosofi, quanto meno dell'essere umano "normale".
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#3   05 Marzo 2008 - 09:19
 
ernesto, giusto, la speranza. Proprio stamattina venendo in bici al lavoro pensavo alla disperazione. Ma è proprio l'unico sbocco al dolore e all'infelicità? A leggere un Philip Roth sembrerebbe di sì, però chissà...

Io invece preferisco Ernst Bloch, comunista eretico, era lui il pensatore che avevo in mente ieri. Non a caso ha scritto "Il principio speranza" (Das Prinzip Hoffnung) e "Lo spirito dell'utopia" (Geist der Utopie). Nella lettura che ne dà Stefano Zecchi nel suo "La Bellezza" (Bollati Boringhieri 1990). No pianificazione, ma a-sistematicità. No materialismo, ma la materia stessa come possibilità infinita. No determinismo, ma messianismo. No paradiso edificato in terra, ma l'evangelica "pietra di scarto" come "pietra angolare" di un nuovo edificio.

E qui mi viene spontaneo pensare anche al mio Ratzinger. Teologo che considera fondamentali speranza e bellezza...
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#4   05 Marzo 2008 - 09:43
 
io continuo a preferire Roth, ne parlerò tra qualche giorno a proposito di Patrimonio.
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#5   08 Marzo 2008 - 14:39
 
Pingback manuale: ulteriori collegamenti e riflessioni qui
utente anonimo

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